"LA POLVERE NERA DEL MAESTRO HU"

Edizione PONTE ALLE GRAZIE – Milano  © 2003

Traduzione di Francesco Bruno


Le autrici sono le sorelle Kim Tran-Nhut e Tranh Van Tran-Nhut nate in Viet Nam ma trasferitesi giovanissime in Francia. In onore delle loro origini e dei loro antenati hanno dato vita al personaggio del Mandarino Tan.

Nel XVII° secolo, in una piccola provincia costiera del Viet Nam, una misteriosa vicenda proietta il lettore in un mondo vivido e fantastico, in cui gli avvenimenti storici, il pensiero e la tradizione dell’Oriente si intrecciano alla logica stringente del giallo.
Nella baia di Ha Long, i morti viventi dell’esercito delle ombre hanno assalito la giunca dell’armatore Phung, carica di metalli preziosi e spezie, e rubato le pietre tombali dai cimiteri. Senza alcun legame apparente con questi episodi viene ritrovato, con la gola tagliata, il vecchio conte Diem, noto per le sue abitudini dissolute e sono spariti due preziosi gioielli che ornavano il suo collo.
Dipanare questa intricata matassa è compito del Mandarino Tan, il giovane virile e onesto che amministra la giustizia del luogo ed è il protagonista di questa serie di romanzi. A spalleggiarlo ci sono il letterato Dinh, amico fedele, uomo raffinato e coltissimo, e il dottor Porco, pachidermico medico legale ante litteram.
In un impero antico, in cui i mercanti portoghesi e i missionari gesuiti portano una ventata di novità, prende vita un poliziesco autenticamente “d’epoca”, un affresco variopinto in cui l’enigma si fonde con un’ambientazione memorabile e una ricostruzione storica di grande suggestione.

 

 

"Un abile romanzo poliziesco, certo, ma anche una chiave per entrare nella complessità di un mondo sconosciuto e affascinante come quello del Vietnam del XVII secolo."  - Andrea  Camilleri

NUOVA EDIZIONE ECONOMICA - APRILE 2005 - Edizioni TEA

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CAPITOLO  1

Appoggiato al bastingaggio, Lam guardava sfilare le ombre della foresta: cime zigrinate di palme acquatiche, massa compatta di arboscelli le cui radici tessevano inestricabili intrecci neri. Le sponde del fiume risonavano di melodie brevi su un sottofondo di brontolii senza leggiadria e palpitavano di una miriade di lucine, altrettante pupille che, indolenti, seguivano il passaggio della giunca.

Erano partiti a buio fatto, lasciandosi portare dalla corrente che, infallibilmente, li avrebbe spinti nell'immensa Baia del Drago. Villaggi, festoni di luci sgranate a fil d'acqua, si erano materializzati in un'ansa del fiume e poi sciolti nel buio, lasciando in gola al battelliere soltanto l'odore acre di un fumo di legna. Dato che quel tratto fluviale era ben noto, gli uomini dell'equipaggio si erano ritirati sottocoperta, buttandosi anima e corpo in partite a carte che di sicuro li avrebbero consunti più del fuoco dell'alcol. Lam fece il broncio: l'equipaggio si riduceva in realtà a dei ragazzetti attratti dall'avventura di un'uscita in mare, pagati con una polpetta di riso in quell'epoca di espansione commerciale. Purché si mostrassero all'altezza della loro ambizione, quei ribaldi cresciuti troppo in fretta!
La giunca sboccò nel golfo nel momento in cui la luna scendeva rosseggiando dietro l'orizzonte. Dopo i gridi della foresta, calò il silenzio, glaciale. Lam alzò la testa. I suoi occhi, una volta abituatisi all'oscurità incipiente, videro accendersi i sette fuochi del Moggio, chiamato anche il Cucchiaio del Nord. Istintivamente si orientò con la Polare, che pareva di poter toccare nel ciclo ora trapunto di stelle. Voltandosi, scorse una sagoma intenta ad annodarsi il codino.

«Prua sull'Isola delle Tombe!» urlò a Huy, che si affrettò a obbedire. Le vele incannicciate, aperte come ali di farfalla, sbatterono al vento, ed essi fecero rotta verso una protuberanza rocciosa a forma di teschio umano in mezzo a un campo d'ossa. «È pura follia avvicinarsi a quel posto schifoso, e di notte poi!» borbottò Huy, imbronciato. «Si direbbe un gigante morto in mare!»  Lam agitò un indice riprovatore verso quel giovincello ricalcitrante i cui pregi erano da cercarsi più nel bel volto e nelle labbra sensuali che nell'obbedienza al suo superiore. «Gli ordini del vecchio Phung non si discutono! Preferiresti passare la notte con l'immondo carico che ci hanno accollato?» L'altro sputò in coperta e scosse il ciuffo ribelle.

«Scherzate! Tanto varrebbe baciare sulla bocca una donnaccia che ha appena sventrato il suo uomo prima di staccargli la testa!»  «Voglio crederti sulla parola, tu che hai avuto esperienze di ogni sorta» replicò Lam. «Non scordare che il signor Phung ha sganciato un compenso consistente per questa missione».
«Quel vecchio taccagno deve aver visto le stelle nel cacare tutti quei sapechi!» disse il giovane scoppiando a ridere e mettendosi coccoloni per miniare la dolorosa espulsione.
«Bah! Ciò che ha mollato qui, lo ricupererà sicuramente altrove, non temere. Con quello che c'è nella stiva potrebbe mettersi a fare elemosine ai signorotti, se volesse».

Ora che si erano avvicinati agli isolotti, Lam distingueva le anfrattuosità che scavavano negli scogli orbite vuote e bocche senza fondo. Più subdoli della rogna, filamenti di muschio nerastro rodevano la faccia dell'Isola delle Tombe. Sparsi attorno all'isolotto centrale, scogli sbilenchi ne impedivano l'accesso, e il battelliere abbozzò mentalmente una possibile traiettoria: tra due blocchi, poi al largo di quella sporgenza... D'un tratto, strinse le palpebre. Strano. La sua vista di vecchio battelliere gli giocava dei brutti tiri. Eppure, quelle forme sballottate dalle onde...

«Huy, cosa vedi là, all'altezza di quella lingua rocciosa?» Il gesto sospeso, il giovane si teneva la serica capigliatura attorta sul polso. Rispose semplicemente: «Ci sono sei barche, ciascuna con cinque uomini a bordo. Sono tutti seduti, salvo il più alto che è in piedi e sta accendendo un braciere».
Lam lo rimbrottò rudemente.
«Scimunito ! Non vedi che sono pirati? E sai cosa fanno i pirati ai bei ragazzi come te?»
Sgomento, il giovane era diventato una maschera di cera su un corpo tremebondo. Scostandolo con il gomito, Lam corse verso la stiva, da cui uscivano imprecazioni di ogni sorta.
«Tu bari, figlio di mala femmina che non sei altro!»
«Specie di bastardo castrato! Se continui così, ti rompo...»
«Fatela finita, banda di fannulloni!» urlò Lam, esasperato. «Tutti in coperta! Pirati in vista!»

Con gran trambusto i giovani si precipitarono fuori, non senza aver prima travolto il vicino per arraffare la posta.
«Pirati? Cosa vogliono? Huy?» domandò il Mango, un ragazzo dal cranio puntuto e dalla pelle gialla.
«Si dice che siano sempre in cerca di bei ragazzetti per qualche bordello lontano».
Dette una pacca vigorosa sulla schiena di Huy che si risentì.
«Dicono che là gli omaccioni dalle spalle pelose preferiscono i ragazzini alle loro mogli baffute» rincarò il mingherlino Soia.
«Basta scherzare!
» tempestò Lam, che cominciava a spazientirsi. «Vi assicuro che, se i pirati che infestano queste acque vi mettono le mani addosso, verrà il momento in cui li implorerete di vendervi a un omaccione peloso pur di non subire la sorte che vi riserveranno!»

Quasi a sostegno delle sue parole, una fiammata divampò in ciascuna delle barche disposte ad arco. E tutti videro i pirati. Lo sguardo vacuo e la bocca esangue, costoro fissavano la giunca che li sovrastava. Ogni imbarcazione era comandata da un uomo in piedi, mentre gli altri stavano seduti, gli occhi nel vuoto. La loro pelle di un pallore cadaverico splendeva fiocamente alla luce stellare. La fronte avvolta in una benda bianca, sembrava che portassero il lutto per loro stessi, paralizzati da una rigidezza mortuaria. I loro indumenti sembravano a pezzi, forse putrefatti da anni umidi e sotterranei. Le imbarcazioni facevano uno sbarramento di bare galleggianti che ghiacciava il sangue.

«È l'Esercito delle Ombre!» esclamò Huy. «Proteggono l'Isola delle Tombe. Dobbiamo scappare!»
«Vedo i vermi che escono dalle loro orbite, sento la loro puzza di carne marcia» aggiunse il Mango.
«Non si può combattere con dei morti!»

Lam si sentì venir meno. Con la quindicina di marinai ai suoi ordini, erano nettamente inferiori di numero a quei corpi defunti. E, anche se la giunca era più solida dei canotti che aveva di fronte, quale resistenza si poteva sperare che opponessero quei mocciosi, l'uno più fanfarone dell'altro? Lui stesso, con la sua vista debole e le ossa stanche, avrebbe saputo difendere la nave? Avvertendo la presenza dell'equipaggio radunato attorno a sé, si sforzò di riflettere. D'un tratto gli si affacciò alla mente l'immagine del putrido carico che aveva a bordo. E se i morti fossero venuti a prendersi quello?

«Attenti! Ci attaccano!» Era stato Soia a gridare, aggrappato al bastingaggio.

Difatti, in ogni barca, l'uomo al comando incoccava una freccia in un arco di antica fattura. Un palpito d'occhi vitrei e, di conserva, tutti scoccarono una freccia che fendette l'aria unendosi con le altre in un fascio mortale. Sulla giunca tutti corsero al riparo.

«A me!» urlò Soia, il volto imbrattato di sangue. «Mi hanno colpito! Vendicatemi!»
Lam si precipitò, soltanto per constatare che la vittima era indenne, ma gocciante un liquido viscoso.
«Che roba è mai questa?» urlò Huy, aggrappato al collo di Mango.
Qualcosa che somigliava a un budello avanzava verso di loro lasciando una scia vermiglia sulla coperta.
«Viscere di demone! »
«Intestini di scrofa!»

Lasciata la testa di Soia, che ricadde con un tonfo, Lam si avvicinò a quattro zampe. Un sibilo acuto io fece balzare all'indietro.

«State lontani! È un serpente!»
«Ed è stato immerso nel sangue!»

Allora si udì un grido terribile e tutti si voltarono verso Binh, Alla base del suo collo si era formato un gozzo della grossezza di un pugno, sempre di quella consistenza gelatinosa e sanguinolento. E si muoveva!
Poiché nessuno batteva ciglio, paralizzato dal terrore, il vecchio Lam si lanciò giusto in tempo per vedere la cosa abbietta infilarsi nello scollo del malcapitato che farfugliò facendo gesti scomposti: «Mi divora! Mi mangia il capezzolo e mi morde il cuore! »

Lam appoggiò la mano sul busto del ragazzo cercando di seguire quel tumore sussultante che macchiava la stoffa di sangue. D'un tratto, con un rutto assordante, la cosa saltò via dal collo e atterrò in coperta.
«Un rospo!»
«Anche questo inzuppato di sangue!»

Il battelliere, sconcertato, guardava quegli animali vivi e sanguinanti che i cadaveri avevano attaccato alle loro frecce. Che senso aveva quello scherzo di cattivo gusto? Si voltò verso l'acqua e capì la diversione.
I pirati stavano accendendo la punta delle loro frecce e si accingevano a incendiare la giunca.
Come in sogno, Lam il battelliere vide le fiamme lambire la punta delle frecce e seppe che, se fossero rimasti lì, avrebbero raggiunto i loro aggressori in una morte senza appello.

«Inversione di rotta!» urlò con quanto fiato aveva in gola. «Dobbiamo allontanarci da questo luogo maledetto! Verso la foce del fiume!

I ragazzi, rendendosi conto dell'urgenza, pur dominando a stento la vescica, si avventarono sulle vele. Le ali spiegate sbatterono per un momento e la giunca descrisse una curva elegante per poi filare verso terra. Preferendo l'ignoranza menzognera alla realtà terrificante, l'equipaggio non osava guardarsi alle spalle. Possibile che fossero inseguiti da una macabra flotta che scivolava silente sull'acqua come l'ombra di un'ombra?
E se fosse stata semplicemente un'allucinazione collettiva, il gioco crudele delle nuvole sulle onde smorte? Fu il Mango che, puntando verso il largo il cranio allungato, dette loro la notizia.

«I morti ci sono alle calcagna».

Coloro che erano abituati a pregare si misero a salmodiare sottovoce, gli altri s'inventarono divinità plausibili impetrandole con fervore.
Quando imboccarono la foce del fiume, Lam si decise infine a guardare verso poppa. I cadaveri li tallonavano, imperturbabili nelle barche che manovravano con un'abilità diabolica. Anche un solo rematore svuotato di tutto il suo sangue riusciva a seguire senza sforzo la giunca rallentata dal peso e dal vento che calava. Se non altro, però, finché quegli spettri remavano, non minacciavano di incendiare la giunca.

«Bisogna risalire il fiume fino al primo villaggio!» disse Lam ai ragazzi. «Quel canagliume non oserà seguirci fino alle porte della civiltà!»

Soia, le labbra terree, fece timidamente notare: «II fatto è che ci bloccano il passaggio, signor Lam». Il battelliere, incredulo, si voltò e dovette arrendersi all'evidenza: la risalita del fiume era impedita da altre cinque barche scaglionate su tutta la larghezza del corso d'acqua. Sempre gli stessi corpi senza respiro, dalla rigidità diaccia, con volti di marmo. Gli si strinse lo stomaco.
Cercò conforto nelle stelle che erano scivolate sul firmamento, mentre attorno a lui si accampava il silenzio. I ragazzi si avvidero che la fine era imminente e, scorati, soppesarono nelle tasche le monete vinte più o meno onestamente. Come a suggellare la loro sorte, dalle profondità della giunca, lugubri e strazianti, salirono rantoli che non avevano nulla di umano.
«Lascia perdere!» disse Lam al Mango che abbozzava un movimento verso la stiva. «Tanto siamo tutti spacciati...»

I morti viventi restavano impavidi e, occhi socchiusi e labbra grigie, intrappolavano la giunca tra le loro imbarcazioni.
«Ma cosa aspettano ancora?» domandò Huy. Fu allora che la mente di Lam vacillò e le sue viscere si squagliarono. Adesso sapeva perché li tenevano lì, in quel punto del fiume. Capì la loro pazienza e la loro aria imperturbabile. Quegli scellerati confidavano in qualcosa d'ineluttabile come il tramonto della luna e il corso dei pianeti. Una scena simile a quella, conclusasi anni prima nel sangue e nella vittoria, gli esplose nella memoria, risonante di canti eroici e avvolta dal rosseggiare degli stendardi in fiamme.

E fu senza sorpresa che il battelliere Lam vide i pesciolini argentei affiorare alla superficie del fiume, strisce dietro strisce, file di ferro freddo che spuntavano dalle onde, mentre le sue orecchie rintronavano per lo scricchiolio della stiva che si fendeva col rumore secco di ossa spaccate.

«Abbandonare la nave! » ordinò ai suoi ragazzi mentre, per accelerare la loro fuga, i morti scoccavano tranquillamente verso il ciclo frecce incandescenti che illuminarono la riva come una pioggia di stelle.
 

APPENDICE

All'epoca in cui si svolge questa storia, il Vietnam si chiama Dai Viet. Il potere si trova simbolicamente nelle mani della dinastia dei Le, insediata nella capitale Thang Long (l'attuale Hanoi). Cominciano però a farsi sentire le influenze straniere: il porto di Fai Fo (oggi Hoi An) accoglie mercanti portoghesi, poi giapponesi e olandesi, tutti attratti da prodotti esotici quali la seta, la ceramica, l'avorio, la cannella, il legno d'alce... E sarà sempre Fai Fo a vedere l'arrivo dei missionari francesi che introdurranno il cattolicesimo in un paese imbevuto di tradizioni confuciane, buddiste e taoiste, operando così cambiamenti culturali che non saranno privi di conseguenze.

I raffronti tra la condizione della scienza in Cina e in Occidente, registrati da Hsiu-Tung, sono stati ispirati dagli studi di Joseph Needham, che ha messo in luce l'apporto della Cina alla scienza universale. Con un approccio storico che stabilisce le date delle prime innovazioni teoriche e tecniche - dall'astronomia alla matematica, passando per l'arte dell'ingegneria e le pratiche agrarie -, egli studia la diffusione delle idee e la migrazione dei procedimenti. Il libro nero del gesuita potrebbe essere l'origine ideale del volume Scienza e Società in Cina di Joseph Needham (Il Mulino, 1973) o The Genius of China di Robert Temple (Simon & Schuster, 1989).

È interessante notare il notevole anticipo dei cinesi nel campo delle osservazioni astronomiche; essi studiavano e
annotavano scrupolosamente il passaggio delle stelle-scopa (comete), come pure le altre anomalie celesti quali le occultazioni e i meteoriti. Gli astronomi cinesi avevano già osservato le macchie solari nell'anno 165 prima della nostra era, e documentato l'arrivo della stella-ospite che si era invitata nel firmamento nel 1054 per splendervi in tutta la sua luce per alcuni mesi. Nel 1942, si capì che quell'evento corrispondeva all'esplosione della supernova che dette origine alla nebulosa del Granchio.

La composizione e gli effetti della Polvere nera di Maestro Hu sono studiati nei particolari in "L'Aconit et l'Orpiment" di Frédéric Obringer (Editions Fayard, collezione «Penser la médecine», 1997), che tratta delle droghe e dei veleni nella Cina antica e medievale.

La teoria dello Shangqing è sviluppata da Isabelle Robinet in Storia del taoismo: dalle origini al quattordicesimo secolo (Ubaldini, 1993).

I rimedi evocati dal dottor Porco provengono da Phuong Phap Bao Che va Su Dung Dóng Duoc di Pho Due Thanh, Van Due Dòn e Tràn Minh Chàu (Edizioni Y Hoc, Ha Nói, 2000), che dà conto della medicina tradizionale in Asia.

Gli oggetti esotici che fanno sognare Dinh trovano la loro origine in The Golden Peaches of Samarkand di Edward H. Schafer (University of California Press, 1963). La pelle di salamandra è un tessuto d'amianto, materiale noto in Oriente da duemila anni per le sue straordinarie proprietà ignifughe.

Tengo a ringraziare Murielle Rambert e Jo per la loro lettura critica del manoscritto.