"L'Ombra del Principe"
(Un'indagine del Mandarino Tan)

EDIZIONI PONTE ALLE GRAZIE   © 2000 - www.ponteallegrazie.it
Traduzione di Francesco Bruno

Dalla remota provincia che amministra, il Mandarino Tandeve recarsi nella capitale dell'Impero, Thang Long, alla ricerca di alcuni libri. Al posto dei manoscritti trova una sfilza di cadaveri artisticamente incisi con una lama. Sono tempi difficili in cui infuria la lotta tra dinastie rivali, e per risolvere il caso il giovane magistrato dovrà misurarsi non solo con lo strapotere dei nobili e un singolare furto presso gli eunuchi, ma con le ombre che provengono dal suo stesso passato. Può essere che il sangue versato un tempo abbia chiamato il sangue degli altri delitti?
Per portare alla luce il misterioso movente di un assassino spietato, il Mandarino dovrà chiamare a raccolta tutte le armi della sua logica. A spalleggiarlo ci sono come al solito il fedele Dinh, amico colto e raffinato, e il pachidermicodottor Porco, medico legale ante litteram.
Ancora una volta un enigma intricato e sinceramente orientale, sullo sfondo di un Vietnam esotico e antico, ma anche un'indagine a tinte intimiste che porterà il Mandarino a un percorso interiore, come se la ricerca della propria verità coincidesse con il disvelamento del mistero.

Kim e Tahn-Van Tran-Nhut, nate in Vietnam ma trasferitesi giovanissime in Francia, in onore delle origini e dei loro antenati hanno dato vita al personaggio del Mandarino Tan. La maggiore, Tah-Van, è ingegnere, Kim insegna Fisica. Quest è un'avventura scritta a quattro mani.
In Francia sono usciti anche "Le temple de la grue écarlate" e "L'aile d'arain". Ponte alle Grazie ha pubblicato anche "La polvere nera di Maestro Hu".


Le autrici mescolano con grande abilità realtà e leggenda, storia e finzione, e poiché il secolo XVII è stato un secolo estremamente crudele e pieno di nequizie, hanno il coraggio di affondare le descrizioni fin dentro le pieghe di quella società. (LAURA GRIMALDI)

 

Introduzione

Si suol dire che la memoria trasalisce quando ti manca il fiato. Nonostante la freschezza dell'aria in questa tarda estate, faccio fatica a respirare. Fuori, le urla affannose prendono accenti striduli, e vedo le ombre dei servi volare dalla cucina al cortile: è come la danza frenetica delle farfalle notturne. I garzoni, carichi di casse, passano e ripassano sotto la mia finestra, impilando sui carretti tutto quanto v’è per me di prezioso, e quell'ammasso di libri venerati, di antiche gioie - anelli in calcedonio, collane di corniola - mi ricorda che la mia è stata una buona vita.

L'eterno conflitto tra i signori Trinh del Nord e i signori Nguyen del Sud non accenna a sedarsi. Nessuna delle due parti sembra prossima alla vittoria, mentre i combattimenti s’infittiscono. Non contenti di spingere ancor più sui monti il popolo cham, i guerrieri prendono d'assalto città che poi non esitano a saccheggiare. Non più tardi di stamani, un messaggero in condizioni pietose ci ha riportato voci di cattura di ostaggi e di città in rovina. Il solo posto ancora un po’ sicuro sembra la fosca campagna tra le colline, immune dalla bramosia delle truppe armate.

Quando i soldati arriveranno in questa grande dimora, voglio che trovino soltanto mobili vuoti, corridoi ventosi, semplici involucri di quella che è stata la mia vita, giacché avrò portato via con me le risate di un tempo, le parole dette sotto la volta dei baniani, e i pochi fantasmi che vengono talora a farmi visita. La ragazza che ero, vezzeggiata e noncurante tra le alte pareti di questa casa, non avrebbe mai immaginato che una notte, molti decenni più tardi, sarebbe stata costretta a partire sotto gli echi lontani della campana a martello della guerra.

Ma quella notte fatidica non è ancora arrivata, e mi restano ancora alcuni giorni prima di lasciare i luoghi della mia infanzia. Così, mentre i miei fidi servitori scelgono i piccoli oggetti che parteciperanno al lungo viaggio, io rimarrò in questa stanza dal soffitto intarsiato, sotto lo sguardo dei draghi dalle narici rotonde, a radunare gli ultimi ricordi, prima che fuggano dalla mia memoria come io fuggo da questa casa.

Il vento si è alzato con l'arrivo della sera, e il profumo inebriante delle magnolie ha impregnato le tende ricamate. Al di sopra dello sbattere di ciabatte che corrono sui pavimenti, riesco a sentire, tendendo l'orecchio, il concerto notturno delle raganelle, che si protrae fin dalla nascita dei miei antenati.

Il rumore di un oggetto che cade e rotola sulle lastre mi fa alzare la testa. Il servo che se l’è lasciato sfuggire dalle braccia stracariche è già lontano. Sto per chiamarlo, ma poi riconosco quel pezzo di bambù cavo che giace a terra. I pittori si servono di questi astucci naturali per proteggere i loro rotoli, e li trasportano con una correggia appesa alla spalla quando vanno a mostrare le loro opere ai signori. La mia mano si tende da sola, e, soprappensiero, scuoto il tubo di bambù, sicura di ciò che vi troverò dentro.

Segno del destino?

S'impone al mio volere, il racconto con cui chiuderò la mia esistenza in questa dimora. Spenderò i miei ultimi istanti qui a riportare in vita colui che ha guidato i miei primi passi, un uomo di cui ho conosciuto soltanto tardivamente l'importanza in seno all'impero. Di lui ho serbato ricordi di passeggiate in riva al mare, all'ombra di parasole sfrangiati, con le guardie in alta uniforme sei passi indietro.

Da onde profonde è percorso il mare
Rispecchia l'ordine del mondo
E ogni uomo è un maroso
Che lì nasce e scompare

Ma come avrei potuto indovinare che quel poeta sentimentale, bonario e trasognato, era al tempo stesso un personaggio temuto per la sua oculatezza e perspicacia? Bambina, l’ho amato, poco temuto, e sempre misconosciuto, e questa sarà la notte in cui cercherò di rendergli giustizia.

Ecco dunque la storia di una serie di delitti nella capitale le cui tante vittime furono scoperte con i corpi incisi, in modo quasi elegante, da una lama esperta. In quei tempi di decadenza, quelle morti sarebbero passate inosservate se non avessero coinvolto la cerchia di un principe molto vicino all'imperatore. I delitti non presentavano alcuna logica discernibile, e la giustizia fu schernita fino a quando le strane ragioni che motivavano una simile carneficina furono rivelate dal Mandarino Tan, mio padre.

Mi prenderò la libertà di ricostruire i fatti sulla base dei racconti dello zio Dinh, il quale mi diceva con un sorriso che, per il suo amico Tan, quell'avventura nella capitale era stata la prova della sua intelligenza e al tempo stesso la dimostrazione della sua ingenuità.

Con cautela, traggo dallo scrigno di seta il pennello in pelo di martora, dono di una madre, inaugurato il giorno in cui il giovane diventò Mandarino imperiale. Le mie dita deformate dall'artrite accarezzano l'avorio ingiallito, dove s'intrecciano fenici e draghi. Il vento porta ora l'odore acre del fumo. Là sul fiume bellissimo devono esserci delle giunche in fiamme, le vele incandescenti come sciarpe di streghe.

È ora di cominciare.

 

 

Capitolo 1

«Osservate questo impressionante membro erettile! » disse Pianta la Lama in tono beffardo. « Non è un bell'animale, perfetto per le adultere? » L'eunuco Xu s'irrigidì e domandò: « E anche il vostro parere, principe? »

« Non esageriamo » gli rispose con noncuranza il principe Hung, passando un indice distratto sulla pelle rugosa. «Questo ha una buona costituzione e nient'altro. Aspetto di vederne di più imponenti. »

« Come sceglierete? Si deve giudicare soltanto dalla grossezza dell'appendice? »

Il principe scosse il capo.

« Sarebbe troppo facile. Per scegliere l'elefante migliore, non bisogna considerare soltanto la taglia della proboscide, ma anche l'aspetto della pelle. Se è troppo liscia, l'animale sarà preda dei tafani, mentre, se rugosa e spessa, lo proteggerà dai morsi e dal sole. »

Il giovane principe e l'eunuco Xu, Grande Formatore a palazzo, passeggiavano nella stalla. Vi regnava un forte odore di fieno e di serraglio. Per proteggerle dal caldo torrido, i cornac avevano radunato le bestie in un padiglione ombroso, parzialmente coperto da una tettoia sconnessa dove la luce filtrava soltanto a tratti con raggi dorati punteggiati di polvere. Grosse mosche pelose volteggiavano pigramente nella penombra, attardandosi talora sui cumuli enormi delle deiezioni verdastre. Un fazzoletto dal profumo delicato tenuto davanti al naso, il vecchio eunuco Xu non smetteva di girare la testa, valutando ogni animale con lo sguardo.

«E le zanne?» domandò, indicando un bestione dalle zampe massicce come colonne di un tempio.

Il principe Hung, che aveva la mente altrove, gli rispose in tono pacato:

«Dipende. Se si destina l'elefante ai lavori di dissodamento, le zanne devono essere ben piantate, altrimenti si spezzeranno non appena lui tenterà di strappare un'erbaccia. Se è soltanto per le cerimonie, le zanne saranno delicatamente ricurve come un arco disegnato a pennello. Per servire la giustizia, invece, l'elefante le avrà più affilate di una daga, più micidiali di una sciabola».

Nel calore del pomeriggio, il Grande Formatore Xu rabbrividì.

«Vostro padre faceva addestrare gli elefanti più belli per punire le adultere. »

Pianta la Lama, il mozzo di stalla, si era allontanato per rimestare dei fasci di fieno. Tornò senza affrettarsi. Poco più alto di un bambino, aveva i tratti marcati da una vita di pena.

«Esatto» sussurrò con un sorriso ironico rivolto all'eunuco. «In simili occasioni, l'animale arrotola la proboscide attorno alla donna e la scaglia in aria. Cadendo, lei s'infilza sulle zanne e muore fra atroci sofferenze. »

Il principe Hung lo interrogò: «Pianta la Lama! Cosa consigli a un principe che deve scegliere un elefante quale premio per i concorsi?»

«Padrone, vi raccomando quel giovane elefante che sta mangiando. È dolce e malleabile. Lo si può addestrare per procedere al passo nei cortei senza che sia tentato di avventarsi sui palchi durante il percorso. »

Il principe Hung indicò un'altra bestia che si sfregava vigorosamente contro un palo, ma Pianta la Lama fece un sogghigno che gli stirò le labbra sottili.

«Prendetelo pure, se volete che sventri tutti coloro che verranno ad ammirare la vostra parata. Guardate com'è nervosa la sua proboscide, quanto sono affilate le sue zanne. No, lui è destinato al tribunale. Come ad alcuni di noi, gli piace il sapore delle donne. Se volete, posso tenervi da parte l'altro elefante, mi occuperò poi di addestrarlo perché vi obbedisca: potrà piroettare su un piede, rotolare su un fianco, cogliere un fiore con la proboscide, soltanto per far piacere a Vostra Altezza. »

Finì con un ghigno ambiguo. S'inchinò con un rispetto esagerato, facendo occhieggiare la tunica sul suo busto piatto, e si allontanò canticchiando un motivetto in voga.

«Che insolenza!» si accigliò il vecchio eunuco Xu, torcendosi le mani sulle rotondità del ventre. «Dovrebbe nasconderla, quell'orrenda cicatrice! »

«Hai dunque notato la croce incisa sul suo petto, come su una bestia marchiata?» domandò il principe Hung alzando le spalle.

Poi si chiuse in un silenzio cupo e dette distrattamente del colpetti di bastone sulla groppa di un pachiderma che si pasceva di frutti sotto un albero del corallo. Erano passati in un altro cortile, inondato di sole, dove delle giare panciute offrivano ai visitatori la possibilità di rinfrescarsi. Dal campo di esercitazione giungeva loro il barrito attenuato degli elefanti in addestramento. Il Grande Formatore Xu osservò a lungo l'andirivieni dei mozzi dì stalla, sventurati prigionieri condannati a quei lavori estenuanti per il resto della loro vita.

Il vecchio eunuco si schiarì la voce e si affrettò a dire:

«Padrone, non appena avrete fatto la vostra scelta, vi prepareremo per il banchetto dei laureati dei concorsi triennali. L'imperatore vi onora di un insigne ricevimento. È dunque opportuno indossare con cura gli abiti degli eletti che vi ha offerto ».

D'improvviso, un barrito fragoroso fece tremare le stalle. Uno degli elefanti addestrati per le punizioni si era disinteressato al suo albero e correva a passo pesante verso il portale dove un cornac stava facendo passare una giovane femmina. Visibilmente eccitato dal suo odore, il maschio doveva avere in mente un accoppiamento immediato, a giudicare dalla sua nuova anatomia.

«Che animale!» non poté fare a meno di esclamare l'eunuco Xu con invidia.

Il cornac Pianta la Lama, preoccupato, accorse con un forcone in mano. L'elefantessa, sgomenta per l'ardore del maschio e rifiutandone la monta, correva in ogni direzione, rovesciando le grosse giare d'acqua e calpestando le panche di vimini. Polverizzato con la zampa uno steccato, la femmina cercava di scappare dal portale, inseguita da presso dall'elefante in foia. Pianta la Lama, tentando d'interporsi, ricevette una proboscidata che lo sbatté a terra.

«Fermateli!» urlò, mentre il principe Hung osservava la scena, con le braccia ciondoloni.

Gli altri cornac arrivarono a dare manforte, ma gli elefanti erano già quasi usciti dal recinto. Di lì a poco la coppia infernale avrebbe seminato il panico in città e nel vicino mercato.

D'un tratto, dal nulla, comparve un ragazzo in casacca stinta che si piazzò a gambe larghe davanti al portale. L'elefantessa, stupita, fece uno scarto laterale, ma il maschio, colto alla sprovvista, continuò la sua folle corsa. Contro ogni aspettativa, il ragazzo si lanciò verso il pachiderma che si avventava su di lui a tutta velocità. Un grido si levò dagli spettatori che vedevano quell'atto come un gesto di follia. Ma, nel momento in cui il formidabile bestione stava per calpestarlo, il ragazzo fece un salto, sfruttando la propria rincorsa. La sua lunga treccia sibilò mentre girava in aria su se stesso, superando la schiena dell'animale. Scendendo a vite, il ragazzo stese la mano e arrestò la caduta aggrappandosi alla coda della bestia. L'elefante, sentendosi tirare da dietro, s'immobilizzò di colpo per la sorpresa. Voltatosi, si accinse ad afferrare con la proboscide colui che osava interrompere i suoi slanci amorosi, ma il ragazzo era già scomparso sotto il suo ventre. Per quanto l'animale si muovesse, non riusciva a raggiungerlo perché, con acrobazie singolarmente veloci, il giovane si spostava tra le sue zampe, poi davanti alla proboscide, infine con un balzo fenomenale si trovò appollaiato sulla sua schiena. L'attenzione puntata su quel diavolo d'uomo, l'elefante aveva dimenticato la sua bella, e di lì a poco fu ammansito senza difficoltà da cornac armati di picche.

Saltando giù dall'elefante con una capriola sulle mani, il ragazzo atterrò con eleganza spettacolare davanti al principe Hung. Si scostò un ciuffo di capelli dagli occhi splendenti in un viso ilare. Il principe si rivolse allora all'eunuco Xu e a un altro ragazzo con la treccia da studente che accorreva trafelato.

« Grande Formatore Xu e studente Kien, avete visto come me! Perché mai lo studente Tan ha passato gli esami triennali, quando poteva guadagnarsi da vivere in un circo cinese? »

 

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Noce d'Areca sognava di trovarsi nella foresta lussureggiante che aveva conosciuto da piccolo. Le foglie più larghe di ombrelli ondeggiavano mollemente alla brezza leggera e davano alla luce ambrata del meriggio un colorito verdastro ch'era promessa di frescura. Attraverso le fronde in movimento, scorgeva i fianchi boscosi delle colline che fuggivano, gobbe compatte, verso l'orizzonte. Fiutava l'aria carica di sentori umidi di muschio e gelsomino selvatico. Avrebbe voluto esplorare tutti i cantucci colmi di bacche e d'insetti, sollevare i sassi per osservare le formiche di fuoco sparpagliarsi sulla terra rossa messa a nudo. Avrebbe trascorso così la giornata, a salire e scendere le chine, alla ricerca di qualche frutto panciuto dalla fragranza inebriante e dal succo dolce come il nettare dei fiori. Venuta sera, avrebbe raggiunto gli altri attorno al fiume pigro, e insieme avrebbero visto sorgere le prime stelle nel ciclo estivo.

Ma Noce d'Areca non ebbe il tempo d'immergersi nelle acque della sua infanzia, perché fu di colpo svegliato dall'odore acre del fumo. Riscuotendosi, credette che il padrone fosse venuto a prenderlo, ma attorno c'era buio pesto. A parte la torcia agitata da una mano invisibile, non vedeva niente. Sussultò quando la fiamma descrisse una traiettoria che lo sfiorò e il fuoco gli lambì le palpebre. Il padrone si rivelava cattivo, oggi... cosa voleva da lui?

Nell'oscurità gli parve di distinguere una figura giravoltante dietro gli arabeschi di fuoco. Saltellava a dritta e a manca col passo lieve di un ballerino in parata. Gli sembrò di sentire degli scricchiolii negli angoli in cui altre torce brillavano come fiori di luce.

Noce d'Areca capì allora che il padrone voleva impartirgli un'altra lezione, sebbene fosse ancora notte, perché lui era il suo prediletto e imparava in fretta. E, in effetti, distingueva ora una forma vaga che pareva vestita dei cenci abituali, laceri agli orli e alle maniche. Noce d'Areca fu orgoglioso della fiducia che il padrone gli tributava, e, per mostrargli che aveva ben capito le lezioni precedenti, eseguì i gesti che a un altro avrebbero richiesto un'intera vita d'apprendimento.

Si erse in tutta la sua statura, lanciò un grido di trionfo che echeggiò a lungo, stese la proboscide e afferrò la figura cenciosa con un solo movimento sobrio ed elegante. La figura non pesava; la sua vita sottile si piegò leggermente, ma essa non lasciò la torcia. Così, quando Noce d'Areca la scagliò in aria, con gesto preciso, un arco di luce illuminò le alte travi, parve involarsi per un momento, poi precipitò verso terra come una cometa effimera. Con studiata semplicità, Noce d'Areca alzò allora la testa e, quando la forma ricadde esattamente sulle sue zanne ritte, uno schizzo di sangue irrorò la paglia della stalla.

Chi avrebbe detto, allora, che il sangue zampillante in quella notte illune, nel rapido fiammeggiare di una torcia, era soltanto l'inizio di un'emorragia che, in circostanze ancora più strane, si sarebbe verificata quattro anni dopo?

 

 

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Quattro anni dopo … ...