DESTINAZIONE "HAI PHONG"

Ottobre 2008 - Nuovo Libro sul viaggio dell'Australe: "Rotta: 17° Parallelo"

 La Nave dell'Amicizia

Il 17 Novembre 1973 salpò da Genova la M/n “AUSTRALE” con il carico di aiuti, provenienti da ogni parte d'Italia: destinazione Porto di Hai Phong, Viet Nam del Nord.           di Luciano Sossai (1974)


 Il giorno della partenza

Cartolina Commemorativa della Nave dell'Amicizia

La vita a bordo

Scognetti e le scimmie

Verso Hai Phong



Alcuni ricordi di quel viaggio


Agosto 1972. Al ricordo di quell'estate provo un misto di sensazioni che si accavallano le une alle altre, Fu proprio in quel mese, infatti, che nacque in Liguria il Comitato regionale Italia Viet-Nam. Dietro iniziativa della stragrande maggioranza dei lavoratori del porto di Genova prese vita una campagna di adesione atta alla costituzione di un comitato regionale che andasse ad integrarsi con quello nazionale già esistente.
Scopo di quanto sopra era quello di dare una propria organicità ai molteplici attestati di solidarietà —manifestazioni, fiaccolate, proiezioni cinematografiche — che germinavano progressivamente in Liguria a favore del «tribolato» Viet Nam. Rappresentanti dei partiti politici della sinistra, delle organizzazioni sindacali e della Comunità Cristiana di Oregina (quartiere di Genova) confluirono subitaneamente nel nascente Comitato. Era come se una molla fosse scattata. Le indicibili sofferenze del popolo vietnamita erano più che mai vive e presenti: pareva quasi di sentirle sulla nostra pelle. Il primo atto intrapreso fu quello di indire una campagna per la raccolta di sangue, seguendo in questo una iniziativa del Comitato dell'Emilia Romagna. Fece seguito, quindi, l'invio — organizzato dal Comitato Nazionale per mezzo di un aereo — di generi di prima necessità quali coperte e medicinali. Ricordo, a tal proposito, che i lavoratori di una piccola azienda genovese — la Impermeabili San Giorgio — contribuirono alla spedizione con uno stock di tela cerata del valore di circa cinque milioni.
Ma dovevamo fare di più. Nel dicembre '72, con i bombardamenti sul Viet Nam del Nord, la «rabbia» USA toccò le più atroci barbarie.
L'intero mondo civile fremeva di sdegno. Durante una seduta del Consiglio di Amministrazione della Compagnia Unica, la partecipazione emotiva a tutto ciò che accadeva in Viet Nam raggiunse la massima intensità. Le 13.000 miglia che ci separano dalla penisola indocinese svanirono come d'incanto. Sembrava di udire gemere i feriti dei moribondi dell'ospedale di Bac Mai in Hanoi. In un attimo ci parve di rivivere la nostra guerra che credevamo ormai lontana. Rivedemmo le nostre case bruciate, i nostri vecchi, le nostre donne e i nostri bambini cadere sotto il fuoco nemico. Fu deciso di dar luogo ad una manifestazione che colpisse direttamente gli USA e ricordasse ancora una volta a tutto il mondo che il Viet Nam era più che mai vivo.
L'azione consisteva nel sospendere — per la durata di dieci giorni — le operazioni di carico e scarico a tutte le navi battenti bandiera statunitense. Il Comitato, inoltre, inviò una circolare a tutte le Compagnie Portuali italiane invitandole a fare altrettanto. L'adesione fu pressoché totale. Molti sindacati e dirigenti portuali nordamericani ci inviarono telegrammi di solidarietà. In diverse regioni italiane, intanto, venivano indette numerose manifestazioni alle quali fummo invitati. Durante una di queste manifestazioni nacque l'iniziativa che io amo definire «nave dell'amicizia». Era il gennaio 1973 e Cavriago, ove eravamo presenti in delegazione, era interamente coperto di neve. Ricordo il corteo effettuato fra due ali di folla infreddolita e i brevi discorsi tenuti, in un teatro cittadino, dal Sindaco e da Antonio Panieri (Consigliere della Regione Emilia Romagna e membro della Direzione Nazionale dell'Associazione Italia/Vietnam).
La nostra delegazione, di cui facevano parte i compagni Borneto, Fasciolo, Parodi, Barillaro, Raso e il sottoscritto, fu chiamata alla presidenza della manifestazione. Fu allora che scaturì, da alcuni di noi, la proposta che ho definito «nave dell'amicizia». A nome del Comitato Ligure, come fu poi ribadito da Giovanni Agosti — Console della Compagnia Unica del porto di Genova — a Roma nel corso della Conferenza Mondiale della Pace, fu espressa la totale disponibilità dei lavoratori portuali genovesi alle operazioni di imbarco di un eventuale carico di « aiuti » da inviare in Viet Nam.
Già nel lontano 1922 era salpata da Genova una nave carica di grano e di medicinali. I! suo nome era « Amilcare Cipriani » e la sua meta l'URSS (allora giovane repubblica socialista in lotta con gravi problemi di sopravvivenza).                                                                                                                        

L'Australe era ormeggiata a Ponte Andrea Doria nel porto di Genova. Non era quella che si suole definire una «bella» nave. Ma a me appariva bellissima: essa era il simbolo dell'amicizia e dell'amore. Nelle sue stive era accatastato il materiale che, in tutta Italia, enti, associazioni, partiti politici e sindacati avevano raccolto. Il materiale contenuto, si perdoni la tautologia, era anche il contenuto spirituale che accomuna gli uomini liberi di tutto il mondo. L'Australe salpò ne! tardo pomeriggio de! 17 novembre 1973.
Ma andiamo con ordine.
Durante la mattinata aveva avuto luogo una manifestazione attraverso le principali vie di Genova. In Largo XII Ottobre i compagni Pajetta e Lombardi con Danilo Morini in rappresentanza della DC e con l'incaricato d'affari della RDVN — oggi RSVN — avevano tristemente rievocato le atroci sofferenze cui i vietnamiti erano sottoposti da troppi anni. Era stato quindi evidenziato il valore, oltreché materiale, umano e internazionalista che il viaggio del!'Australe assumeva agli occhi del mondo.
Per ciò che ineriva alla scelta di un rappresentante del Comitato che accompagnasse gli aiuti, essa cadde su di me. Mi sentii emozionato ed onorato come mai nella mia vita. Ricordo la banchina brulicante di folla e di bandiere rosse. Ho ancora nelle orecchie le note dell'Internazionale scandite da un meraviglioso coro di giovani.Non era retorica, ma vera e autentica commozione quella che ci attanagliava.
Al momento di salire a bordo non seppi quasi spiccicar parola: parevo un automa. Eppure era mio compito chiudere la manifestazione. Gli amici mi parlavano e io non potevo rispondere. Mi trovai accanto Vera Boccara, segretaria del Comitato Nazionale. Fu lei a scuotermi e a poco a poco ritrovai il mio comportamento naturale. Con alcune smozzicate parole salutai tutti coloro che si stringevano intorno a me.
Ad ogni buon conto ci pensarono i fascisti a farmi rinsavire del tutto. Questi esseri immondi,con una telefonata, denunciarono l'esistenza di una bomba a bordo. L'intendimento era chiaro: seminare panico e sabotare la partenza. Ma, anche questa volta, l'atto fascista fu sconfitto. Il comandante dell'Australe, infatti, convinto come noi dell'intendimento provoca torio della minaccia, diede ugualmente l'ordine di partenza. Erano le ore 19.00. A poche miglia dal porto, però, onde sgomberare ogni dubbio residuo, l'Australe diede fondo alle ancore. Un'accurata perquisizione della nave ad opera dei tecnici artificieri diede esito negativo. Alle ore 10,40 del 18 novembre '73 prendemmo definitivamente il largo. Il lungo viaggio aveva inizio: la destinazione era Haiphong.
Col cuore gonfio di commozione, con un eterno nodo alla gola dovuto al pensiero della nuova esperienza che andavo iniziando, mi sentivo un protagonista di quello che stava avvenendo. Non era certo la lunga navigazione che mi attendeva per arrivare in Vietnam a darmi quel senso di ansia, ma il pensiero di arrivare ad Hai Phong e porgere così la mano e la nostra solidarietà a quel popolo tanto provato dalla guerra, dalla distruzione e dalla morte.
Mi recai in plancia dal comandante che mi fece constatare la mancanza di un ufficiale di coperta, di un marinaio e di un operaio di macchina (meccanico). Un altro marinaio accusava sintomi strani. Venni subito incontro alle esigenze di bordo. Entravo volontariamente a far parte dell'equipaggio: mi offersi di essere utilizzato in una guardia che stava per iniziare. Incominciai a fare le mie otto ore di servizio al timone dalle ore 8.00 alle ore 12.00 e dalle 20.00 alle 24.00. Nelle ore libere, assieme al primo ufficiale e al nostromo, visitammo la stiva dove erano accatastate le merci per controllare le rizze del carico più esposto al rullio della nave (camion, barche, trattori, auto...). Questa visita seguitammo a farla ogni tre giorni.
Come prima iniziativa chiesi il permesso al comandante di assistere ad una riunione dell'equipaggio, e mi fu subito concesso. Il compagno Bartolini, sottufficiale elettricista e delegato sindacale, parlò, ricordo bene, di unità della classe operaia sia a terra che in mare, particolarmente nelle organizzazioni sindacali, Mi accorgo che il qualunquismo esistente a bordo delle navi è dovuto all'isolamento ed alla mancanza di contatti tra gli stessi membri dell'equipaggio; e non è poca la fatica che deve fare un delegato sindacale per cercare di avvicinare tra loro questi uomini.
Appena essi ebbero finito di parlare dei loro problemi, chiesi la parola. Concessami, iniziai a parlare del viaggio, del paese verso il quale eravamo diretti, degli scopi. Parlai inizialmente della solidarietà umana che esiste tra chi soffre e del perché, in questo caso, gli operai, gli studenti, i democratici e tutti quelli che avevano contribuito alla partenza della nave Australe sacrificando un qualcosa, avevano voluto dimostrare la loro solidarietà ad un popolo che lottava per la propria indipendenza, ricordando che noi, come tutta l'Europa, avevamo lottato per liberarci dal giogo nazi-fascista. Cercai di ricordare le barbarie subite dal nostro popolo in quegli oscuri tempi, e mi accorsi che molti componenti dell'equipaggio non sapevano o ricordavano poco di quelle atrocità.
Parlai del Vietnam, dei bombardamenti, delle torture, del napalm, delle centinaia di villaggi incendiati e distrutti a sangue freddo coi lanciafiamme. La cosa che più li interessò furono le parole di Ho-Chi-Minh: “Nulla è più importante per un popolo, della libertà e dell'indipendenza”.
Al termine della riunione, formammo il Comitato Italia-Vietnam di bordo. Come prima iniziativa facemmo una sottoscrizione. Il comandante per primo diede l'esempio sottoscrivendo venticinquemilalire. Tra tutti i componenti l'equipaggio, nessuno escluso, si raccolse la somma di 250.000 lire, che venne destinata all'acquisto di chinino per i bambini vietnamiti.
La navigazione continuava, e tra tutti cercammo di rendere la vita di bordo meno monotona possibile. Eravamo in pieno Atlantico con mare di traverso, la rotta era 204 SW e così continuammo per parecchi giorni. Il mare tendeva sempre più a rinforzarsi. Fortunatamente il vento cambiò; eravamo in zona Eliseo ed alle ore 12,30 del giorno 29 passammo l'Equatore. A bordo un caldo infernale; si stava bene solo in coperta perché l'Eliseo, pur essendo un vento caldo, soffiando ci dava la possibilità di respirare. In tale data inviammo un marconigramma al presidente dell'Assemblea popolare della Guinea Bissau, per salutare con quel popolo la nascita della loro indipendenza.
Intanto, col passare dei giorni, il caldo e la stanchezza rendevano gli uomini sempre più nervosi. Il marinaio che era partito da Genova indisposto, si era ammalato di una malattia che rendeva necessario l'uso della penicillina. Andavo a trovarlo tutti i giorni ogni dodici ore per fargli l'iniezione. Il paziente aveva però frequenti capogiri e allora d'accordo con l'allievo ufficiale Longobardi, con l'ausilio di un manuale medico, decidemmo di sospendere la penicillina e fargli delle iniezioni di vitamine. Il marinaio si riprese sensibilmente ma non completamente, portandosi dietro la sua malattia per tutti i 53 giorni della durata del viaggio. Altri due marinai e il garzone di cucina si ammalarono. Quest'ultimo aveva un forte esaurimento nervoso. Anche il mozzo, essendo per lui il primo viaggio, soffriva molto il mal di mare. Piano piano col passare dei giorni ci si andava abituando. Tutte queste cose influivano negativamente sull'equipaggio poiché gli ammalati non esplicavano servizi e questi erano coperti dai marinai sani con ore in più oltre il normale; sottoscritto compreso.
Eravamo in prossimità di Città del Capo ed eravamo tutti convinti, dopo tanti giorni di navigazione, di toccare terra, quando ci venne comunicato di proseguire verso Durbans. Eravamo anche a corto di bunkeraggio e di acqua potabile. Si trattava di rimandare la discesa a terra di qualche giorno. Intanto all'estrema punta del corno africano il mare era sempre più tumultuoso. Doppiammo il Capodi Buona Speranza: con i binocoli riuscii ad osservare tra i flutti un branco di foche che giocavano fra le onde a nostro dispetto; da molti giorni eravamo seguiti da magnifici uccelli marini, gabbiani, aironi e altri ancora. Ci avvicinavamo ormai a Durbans e l'equipaggio era euforico per l'avvicinarsi della discesa a terra. Entriamo nella baia di Durbans, meravigliosa città costellata da una miriade di isolette; si intravede la città, il porto è ormai a poche miglia; c'è chi sta preparandosi per scendere a terra, ma da terra ci comunicano: "Niente bunkeraggio, date fondo all'ancora e attendete istruzioni". Più tardi arriva un rimorchiatore d'alto mare con le provviste di bordo: banane (papaia) e acqua potabile. Per quanto concerne la discesa a terra non viene concesso nessun permesso; eravamo tutti molto preoccupati. All'ora di pranzo, il comandante mi spiega che saremmo andati più a nord in Tanzania, precisamente a Dar Es Salaam e forse ancora più su. Chiesi il permesso di fare alcuni telegrammi sia in Italia che in Tanzania. Avuto il permesso inviai un telegramma al presidente della Tanzania Julius Nyerere, il quale a poche ore di distanza rispose al comandante della nave concedendoci il permesso di entrare a Dar Es Salaam. Eravamo ad oltre metà viaggio.
Entrammo in Tanzania attraverso l'estuario del fiume Bagamovo. Il caldo era insopportabile. Avvicinandoci al porto, osservammo grandi spiagge affollate di bagnanti con una rena splendidamente bianca, alle spalle delle quali una vegetazione lussureggiante nascondeva tutto. Durante la risalita del fiume si notavano molti cespugli che spuntavano dal pelo dell'acqua. Erano, come ci accorgemmo più tardi durante la bassa marea, le cime degli alberi. Avrei fatto volentieri un bagno in quell'acqua cosi verde e invitante; ne parlai più tardi mentre stavamo terminando la manovra di ormeggio. Il comandante mi fece notare che in quella zona non vi erano bagnanti pur essendo le acque limpide. Era una zona infestata da serpenti velenosissimi detti «sette passi» perché dicono che una persona morsicata da uno di questi rettili, non riesce a fare sette passi che è morto.
Ci ormeggiarono al limite della foresta, un po' staccati dalla città di Dar Es Salaam. Desideravo molto scendere a terra. Appena espletate le pratiche doganali e dopo essere stati vaccinati contro il colera e le altre malattie tropicali, scendemmo da bordo. Attraversammo una strada in terra battuta, costeggiata di grandi alberi con frutti di diversi colori; le stesse fronde avevano una varietà di colori che andavano dal verde cupo al giallo arancio, al rosso: era l'albero del mango.

Scognetti, le scimmie ed altre cose                                                                                                              
In città andammo a cercare il chinino per il quale erano stati raccolti i soldi. La sosta fu brevissima. Il tempo di rifornirci di viveri e carburante, un breve saluto da parte di una personalità del governo locale, e poi subito via attraverso l'oceano Indiano.
Fu proprio durante la traversata di quest'ultimo che ci capitò la più strana delle avventure. Ero di guardia al timone nel buio della notte; di vedetta c'era il marinaio Scognetti che all'improvviso lancia un grido terrificante. Guardo subito fuori, l'ufficiale spunta veloce dalla plancia comando. La mia paura è quella di stare per entrare in collisione e istintivamente porto il timone tutto a dritta. Accorre gente, lo Scognetti bianco come un lenzuolo non riesce a pronunciare parola. Torniamo in rotta visto che non c'era pericolo di collisione. Il marinaio pian piano riacquistava l'uso della parola e tutto d'un fiato dice di aver visto un mostro sulla nave, un mostro con occhi di fuoco. Intanto anche il resto dell'equipaggio si è svegliato, e tutti insieme iniziamo le ricerche. Mentre tutti sono fuori, sulle alette, lungo la coperta, io sono sempre di guardia al timone. Sono solo e al buio, mi sento addosso lo sguardo di qualcuno e provo un senso di disagio. Cerco di calmarmi pensando che il fatto è dovuto a semplice autosuggestione. Nonostante ciò il disagio aumenta e piano piano giro la testa verso sinistra: per poco non mi succede come a Scognetti. Vedo due occhi che mi fissano e mi sembrano enormi, sto per gridare e muovendomi batto i piedi contro il pagliolo per fare rumore. In un attimo i due occhioni diventano dieci, venti, cento, sembra che volino nell'aria, emetto un urlo. Si accende la luce esterna e in un attimo mi rendo conto che il terribile mostro altri non era che una scimmietta, non tanto grossa, di razza spettrus (scimmie notturne) con degli occhi grandissimi e luminosi. Un'altra scimmia di maggiori dimensioni era stata scoperta con l'ausilio dei riflettori di bordo, mentre si arrampicava sull'albero maestro. Tutto questo contribuì a far passare più in fretta quelle lunghe notti e lunghi giorni nel bei mezzo dell'oceano Indiano.
Non sto qui a raccontare tutte le vicende che seguirono quella notte per cercare di catturare i «clandestini»; dirò soltanto che dello scimmione non se ne seppe più nulla, mentre la scimmietta venne catturata e lasciata poi andare alla deriva quando fummo vicini alla costa, prima di arrivare a Singapore.
Arrivammo finalmente allo stretto di Malacca e la meraviglia di queste isole è indescrivibile. La navigazione in questo stretto è densa di insidie: vi sono banchi di sabbia ed enormi tronchi portati in mare dai fiumi. Finalmente Singapore! Diamo fondo all'ancora che è quasi la mezzanotte dell'ultimo dell'anno. La baia è piena di navi in festa che con le sirene salutano l'anno nuovo. Abbiamo per vicini pescherecci d'altura sovietici e giapponesi. Smontiamo di guardia e ci rechiamo tutti a poppa e anche sull'Australe si festeggia con qualche bottiglia di spumante e buon panettone alla genovese. I cuori si riscaldano e si prende a cantare canzoni nostrane. Ci si chiude il nodo alla gola pensando con nostalgia a casa nostra, alle nostre genti, le mogli, i figli...
Il mattino seguente, al risveglio, trovammo la coperta della nave trasformata in un grande mercato, dove si vendeva di tutto: macchine fotografiche, accendisigari, lucido per scarpe, insomma tutto quello che faceva bisogno era disponibile, persino calcolatori elettronici! Non si può scendere a terra, ma la commissione sanitaria sale a bordo e nonostante vibrate proteste ci rifanno la vaccinazione completa, tanto che ancora adesso penso di essere immune da qualsiasi malattia.

Partenza alla volta di Haiphong.                                                                                                                     
Subito fuori Singapore siamo colti da un monsone fortissimo che quasi ci tiene alla «cappa» (termine marinaresco usato per indicare quando mare e vento superano la forza di spinta dei motori). Il mare è molto grosso; andiamo ad ispezionare le stive e ci rendiamo conto che i! carico è in pericolo. Un trattore ha strappato una rizza: bisogna rimettergliene subito un'altra. Le gabbie che contengono merce preziosa scricchiolano. Assieme al nostromo e a due marinai, io e il comandante cerchiamo di contenere la forza del mare, puntellando il carico con grosse travi. Navighiamo nel Tonchino e cerchiamo riparo a ridosso dell'isola di Hainan. Ancora poche miglia e saremo al termine della nostra missione.
Era il mattino de! 9 gennaio 1974 quando arrivammo nella baia di Hai Phong. Sembra un sogno! Avevamo percorso più di 13.000 miglia. Intorno a noi è pieno di giunche e isole con grandi montagne verdi a picco sul mare. Eravamo tutti emozionati e contenti di essere finalmente arrivati. La triste realtà si intravede il mattino seguente, quando lungo l'estuario de! Fiume Giallo ci rimorchiano verso il porto di Hai Phong. Le rovine della guerra di aggressione sono scioccanti. Navi rovesciate, fabbriche e case rase al suolo. Ferite terribili che solo un grande popolo come quello vietnamita riuscirà a rimarginare.
Durante la mia permanenza ad Hai Phong e ad Hanoi, sentii parecchie testimonianze di compagni vietnamiti, testimonianze che narravano dei feroci crimini commessi dall'esercito degli USA e dall'esercito del sud Vietnam.
Dalla nave furono sbarcati quattro uomini dell'equipaggio e ricoverati in ospedale di fortuna, poiché, come ebbi modo di constatare, tutti gli ospedali erano stati sistematicamente bombardati dall'aviazione americana.
Ad Hanoi ricevetti una lezione importante da parte del segretario del Partito dei Lavoratori, con la quale termino questo mio racconto.
In un mio intervento, in una delle numerose assemblee a cui partecipai, dissi «gli americani aggressori e assassini» e preso com'ero dall'emozione per tutte le barbarie che avevo visto, paragonai gli americani alle «SS» naziste e alle brigate nere fasciste. Quel compagno mi riprese, dicendomi che non era giusto dire «gli americani», anzi il popolo americano manifestava contro questa sporca guerra, ma che erano il governo e i militari al servizio del capitalismo che avevano la colpa di quanto era successo e quanto ancora stava succedendo. Non è il popolo che è cattivo, ma il serpe del capitalismo che strumentalizza ogni cosa per il suo unico scopo: l'imperialismo. Questa lezione non la dimenticherò mai e per due motivi: primo perché trascinato dall'odio generalizzavo le cose senza vedere la vera natura del male; secondo perché capii quanto profondi erano i vietnamiti nei loro pensieri: nonostante la guerra che distruggeva le loro case e uccideva i loro cari, essi riuscivano a mantenersi lucidi, non riempiendosi il cervello di odio ingiustificato verso coloro che, strumentalizzati, compivano queste barbarie.
Ancora oggi, a distanza di tempo, i vietnamiti hanno dimostrato la loro forza e la loro bontà, con i fatti che danno loro ragione quando sostengono che la miglior vendetta è il perdono. E loro hanno perdonato!
                 
In occasione del viaggio della "Nave dell'Amicizia" furono affrancate centinaia di cartoline e i francobolli vennero annullati dall'ufficio filatelico delle Poste Italiane nella stessa data della partenza.
Ad Hai Phong, il giorno dell'arrivo -17 gennaio 1974 - venne ripetuta la stessa operazione.
Le cartoline sono firmate da Luciano Sossai, incaricato dal Comitato ITALIA/VIET NAM ad accompagnare ufficialmente gli aiuti e dal Comandante di Armamento della Compagnia Armatrice "G. Garibaldi" sig. Cinquegrani.

Saremo lieti di inviarne una copia a coloro che in qualsiasi modo contribuiranno al ricordo di quel periodo. Molte cose sono andate perse ma sicuramente c'è qualcuno che ha dei ricordi da testimoniare.

                    

AGOSTINO  ZERBINATI - FRATE
EX PARROCO DEL SANTUARIO DI OREGINA (GENOVA)
EX MISSIONARIO IN INDOCINA
FONDATORE DELLA COMUNITÀ CRISTIANA DI OREGINA

Genova, 17 Novembre 1973
Egr. Signor Sossal
ITALIA - VIETNAM
Comitato di Genova

Caro Sossai,
sono spiacente di non poter partecipare alla manifestazione della partenza della nave per il Vietnam.
Sono impegnato a Lione e tu sai quanto soffra anche questa volta per non poter essere a fianco a te, per condividere, soffrire con te tutto quanto è racchiuso, nel senso più politico, costruttivo, in una simile "partenza".
Ho saputo che accompagni la nave: te lo meriti, anche se andare in quella terra significa addossarti un cumulo di responsabilità e di speranze.
Provo nostalgia perché prima di te ho scoperto quel mondo orientale, pulito e umano che mi ha dato e mi dà tuttora la forza di lottare per la liberazione di ogni oppressione sull'uomo, per lottare contro tutte le ingiustizie che si commettono contro i più deboli, i più cari, i più meritevoli degli uomini.
Loro ci hanno dimostrato di essere i più "forti", per questo ricaviamo ogni giorno dalla loro dura, sofferta tragedia una lezione di speranza e di stimolo in quella lotta che è di tutti gli uomini di buona volontà e che ancora una volta oggi, in questa importante occasione, ci accomuna in una unica emozione e consapevolezza che dobbiamo continuare senza scoraggiamenti, ma anzi sempre con maggior vigore, al recupero dei valori fondamentali dell'uomo.
È in questo spirito, caro Sossai, che, assieme alla Comunità tutta, ti prego di portare ai fratelli Vietnamiti il nostro più profondo senso di solidarietà e amicizia e ti chiedo al tuo rientro di farti vivo per poterci trasmettere quanto più potrai della tua importante esperienza.
È in questo spirito, inoltre, credimi, che mi sento presente, anche se lontano fisicamente, con la Comunità che quest'oggi parteciperà alla manifestazione.
Ti abbraccio e ti prego di trasmettere il mio saluto e quello di tutta la Comunità al Comitato.
 
L'« Australe», la nave dell' amicizia fra i lavoratori italiani e il popolo del Vietnam è partita ieri da Ponte dei Mille per il porto di Haiphong. La giornata è stata dedicata a questa partenza. I lavoratori portuali hanno continuato la loro opera per tutta la mattinata, terminando d'imbarcare sullanave, messa a disposizione dalla Cooperativa Garibaldi, il materiale offerto da numerose ditte italiane.
 Alle nove e trenta, a Palazzo San Giorgio si è svolto un incontro fra le delegazioni delle città italiane, i sindacati e le autorità locali, alla presenza del senatore Fossa, presidente del Comitato Genovese di Italia - Vietnam e del capogruppo consiliare socialista, Malerba.
 Nel pomeriggio, alle quindici, Genova antifascista e democratica si è raccolta in largo XII Ottobre per dimostrare l'amicizia e la solidarietà verso il popolo vietnamita. Si è raccolta con la sua popolazione, i suoi operai, gli studenti, insieme alle numerose rappresentanze delle altre città italiane, intorno al palco dove hanno parlato Riccardo Lombardi del PSI, Giancarlo Pajetta, del PCI, Danilo Morini della DC e Huynh Tieng incaricato di affari dell'Ambasciata della Repubblica Democratica del Vietnam.
 E' stato un abbraccio simbolico che la città ha voluto dare a tutti coloro che hanno contribuito concretamente a far partire la nave «Australe» con un carico di tremila tonnellate di materiale per il porto di Haiphong.
 Alla presenza di migliaia di cittadini ha preso la parola Riccardo Lombardi, Presidente dell'Associazione Nazionale Italia-Vietnam che ha ricordato le dure lotte sostenute dal popolo asiatico per la conquista della libertà. "Genova non è nuova a queste manifestazioni" - ha detto Lombardi -"ricordiamo che da Genova partì la "Amilcare Cipriani" che portò gli aiuti alla rivoluzione sovietica" Lombardi ha ricordato che, come allora la rivoluzione rappresentò l'avvenire dei democratici, oggi la rivolta del Viet Nam è stata la discriminante che ha deciso una nuova scelta, la scelta delle nuove generazioni. Hanno preso quindi la parola l'on. Danilo Morini della sinistra democristiana e Giancarlo Pajetta del PCI.
 La prima parte della Manifestazione è terminata con l'intervento di Huynh Tieng che ha ringraziato i lavoratori italiani per l'aiuto dato al Vietnam con l'invio della nave "Australe" e di Mario Giovannini della CGIL, appena giunto da Hanoi, che ha portato un messaggio dei lavoratori e dei sindacati vietnamiti.
 Alla manifestazione erano presenti il presidente dell'assemblea regionale ligure avv. Paolo Machiavelli, il presidente della Provincia di Genova Rinaldo Magnani, una delegazione ufficiale del Comune di Genova nelle persone del vice sindaco Fulvio Cerofolini e degli assessori Baffico, Gualco e Cangelosi, gli onorevoli Canepa e Labor, il segretariàdella Federazione del PSI, Menti, il capogruppo socialista alla Regione Meoli, il consigliere Guglielmino, il viceconsole della Compagnia Unica Fusaro e il segretario della Camera del Lavoro, Lanza.
 La seconda parte della manifestazione è stata caratterizzata dal corteo che ha attraversato tutta la città raggiungendo Ponte dei Mille, nel porto, dove era attraccata la «Australe», la nave dell'amicizia, pronta a partire per Haiphong. E così è stato: I'« Australe» è salpata nel tardo pomeriggio tra le sirene delle navi ancorate nel porto genovese per un viaggio che è il simbólo dell'internazionalismo e dell'amicizia che gli italiani hanno dimostrato verso degli uomini che continuano a soffrire per la loro dignità e il loro diritto di esistenza. (m. pa) - Il Lavoro - Cronaca di Genova - Domenica 18 novembre 1973