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"LA  LIBERAZIONE  DI  SAIGON"  (di Tiziano Terzani)
"IL RICORDO DI MASSIMO LOCHE" (corrispondente Unità 1972-1976)
   

 

ELICOTTERI IN FUGA E SANGUE. COSÌ HO VISTO CADERE SAIGON. di Tiziano Terzani 
La caduta di Saigon - 30 aprile 1975

La sera calò terribile, agghiacciante su una città al colmo dello sgomento e della paura, su migliaia e migliaia di persone che, sentendosi in trappola, erano sicure di essere massacrate all’alba. Si sapeva che i comunisti avevano portato in un raggio di dieci chilometri i loro micidiali cannoni da 130. Se quelli cominciavano a sparare, Saigon sarebbe stata come un mattatoio. Ci si aspettava che cominciassero da un momento all’altro. Correva voce che i vietcong avevano accatastato trecentomila colpi destinati alla capitale. Alle otto Radio Saigon, dando le notizie della guerra non parlò più di «vietcong».
L’annunciatore disse: «Stamani i nostri fratelli dell’altra parte hanno attaccato l’aeroporto di Tan Son Nhut... i nostri fratelli dell’altra parte stanno ora attaccando su tutti i fronti...». C’era ancora uno spiraglio aperto per le trattative? Il cielo era carico di nuvole. Verso le nove cominciò a piovere. Mancava la luce elettrica e la città era piombata in un buio cieco. Dalle vetrate del ristorante al nono piano del Caravelle, dove giornalisti, cinesi di Hong Kong e ricchi vietnamiti che si erano rifugiati nell’albergo cenavano eccitati e rumorosi al lume di candela, serviti da impeccabili camerieri in giacca e farfalla nera, si vedevano a tratti, in direzione dell’aeroporto, le fiammate rosse di improvvise esplosioni. Si diceva che fossero squadre speciali di sabotatori americani venuti a distruggere i caccia dell’aviazione sudvietnamita che non erano riusciti a partire per la Thailandia e che non dovevano cadere nelle mani delle truppe comuniste ormai vicinissime. In quei brevi sprazzi di luce si distinguevano sul tetto dell’ambasciata americana le sagome nere di gente che correva ricurva sotto il rotear delle pale. L’evacuazione continuava. Per tutta la notte il vuoto nero del cielo fu punteggiato dalle intermittenti luci rosse di questi strani uccelli da preda che si calavano lenti sui tetti, gettavano a tratti, per orientarsi, un lungo raggio bianco di luce dal loro unico occhio, si posavano per quattro, cinque minuti e scivolavano via, carichi di gente, ogni volta evitando a fatica la grande antenna della radio sopra l’edificio della Posta e i due appuntiti campanili della cattedrale. Saigon non lo sapeva, ma dal Comando generale mobile delle Forze di Liberazione, situato quella notte a, nord di Bien Hoa, il generale Tran Van Tra aveva dato alle truppe l’ordine di marciare verso la capitale, e le varie unità, protette dall’oscurità, stavano muovendosi per occupare le posizioni da cui al mattino avrebbero fatto l’ultimo balzo in avanti. Alle 7.45 un elicottero verde si posò sul tetto. Gli ultimi undici marines si buttarono nelle portiere aperte e l’elicottero si sollevò. Lingue di fuoco uscivano dalle feritoie del moderno edificio fortezza ormai avvolto da una nuvola nera e rosa di fumo e gas lacrimogeni. Da una casa vicina e dal basso del viale Thong Nhat dei soldati sudvietnamiti scaricarono la loro rabbia e i loro mitra contro quella pancia di ferro che si alzava nel cielo grigio. L’elicottero fece una brusca virata e lo mancarono. Il frullio delle pale si sciolse nell’aria umida e afosa del mattino e l’elicottero fu, in un attimo, un punto sempre più piccolo all’orizzonte. Era l’ultimo. L’ultimo. (...) Alle 9 radio Saigon annunciò: «Cittadini, restate in ascolto. Il presidente farà fra breve un importante discorso». Dall’alto del Caravelle guardavo Saigon deserta, immobile, ed il tempo passava con una lentezza esasperante. Alle 10.20 vidi il personale dell’albergo riunirsi attorno alla radio; riconobbi la voce lenta e impacciata del generale Minh, ma le uniche parole che capii furono quelle di un cameriere: «C’est fini! C’est fini!», urlò verso di me. Il presidente stava dicendo: «Io credo fermamente nella riconciliazione fra vietnamiti. Per evitare un inutile spargimento di sangue chiedo a tutti i soldati della Repubblica di porre fine a tutte le ostilità e di rimanere dove si trovano. Il Comando militare è pronto a prendere contatto con il Comando dell’esercito del Governo Provvisorio Rivoluzionario per realizzare un cessate il fuoco. Chiedo inoltre ai fratelli del Governo Provvisorio Rivoluzionario di cessare da parte loro le ostilità. Siamo qui ad aspettare che i loro rappresentanti vengano per discutere il trasferimento dei poteri nell’ordine». Poi vidi un poliziotto camminare dritto verso il mostruoso monumento al Milite Ignoto di Thieu, davanti al palazzo bianco dell’Assemblea Nazionale. Lo vidi mettersi sull’attenti, estrarre la pistola dalla fondina e spararsi alla tempia. Rimase lì, solo, in una pozza di sangue, per alcuni minuti. Poi un soldato su una moto si fermò, gli prese la pistola ed andò via; un altro gli strappò l’orologio. L’annuncio della resa sciolse l’esercito. Le unità sudvietnamite nelle prime linee uscivano dai fortini, dalle trincee, abbandonavano le armi pesanti e ripiegavano verso Saigon. Quelle nelle caserme in città aprivano le porte, si spogliavano delle uniformi ed andavano a caccia di abiti civili. Gruppi di soldati armati fermavano le rare macchine cariche di bagagli e di gente che ancora tentava di fuggire, facevano scendere tutti e ripartivano sparando raffiche in aria. Altri, ormai senza fucili, derubavano i passanti, si facevano aprire le porte delle case minacciando di gettare delle granate che tenevano in mano con la sicura aperta. (...) Dal momento della resa era cessato il tuonar delle cannonate. Si sentivano solo isolate raffiche di mitra e dei colpi secchi delle armi individuali. Poi, poco prima di mezzogiorno, si sentirono vicini i colpi di un’arma nuova ed il brontolio di motori cui Saigon non era abituata. «Sono carri armati!», disse qualcuno. Dall’angolo del Caravelle vidi venire giù dalla Cattedrale, nel mezzo della via Tu Do deserta, una grande bandiera del Fronte di Liberazione Nazionale su una jeep americana con otto giovani in civile, i bracciali rossi, le mani in aria, che urlavano «Giai Phong! Giai Phong!» (liberazione, liberazione). Erano le 12.10.
Corriere della Sera - 24 maggio 2016


Il ricordo di Massimo Loche, corrispondente ad Hanoi dal 1972 al 1976

30 aprile 1975.
La notizia della liberazione di Saigon la seppi in un modo irrituale: con un crepitio di mortaretti che non finiva più. I mortaretti erano sparati dalle finestre del ministero degli Interni. Erano quindi mortaretti in qualche modo ufficiali.
Il giorno prima, il 29 aprile 1975, si era conclusa la fuga degli americani e di quanti avevano trovato posto sugli elicotteri che facevano la spola tra l’aeroporto di Than Son Nhut e la squadra navale al largo delle coste sudvietnamite. Poi, dopo che l’artiglieria dell’esercito vittorioso aveva cominciato a colpire le piste di decollo, gli ultimi elicotteri atterravano e ripartivano dal tetto della stessa ambasciata americana.
Non ci poteva essere segno più chiaro che per il regime di Saigon si stava avvicinando la fine, era il via libera all’ingresso a Saigon dell’esercito del Vietnam del Nord e del FLN.
Il dittatore Nguyen Van Thieu era fuggito caricando lingotti d’oro sul suo aereo il 21 aprile dopo che il palazzo presidenziale era stato bombardato da un pilota sudvietnamita che aveva disertato a favore delle forze di liberazione. L’esercito sudvietnamita era oramai liquefatto, ma finché c’erano gli americani, la prudenza politica non consigliava l’assalto finale.
Per chi come me da Hanoi seguiva con ansia l’andamento dell’ultima fase della guerra un altro segnale era stato un comunicato, diffuso un paio d’ore prima dello scoppio dei mortaretti, in cui Duong Van Minh (chiamato abitualmente Minh il grosso), presidente da due giorni, invitava i rappresentanti del FLN a un incontro per trattare le condizioni di un cessate il fuoco.
Minh chi era? Era stato il primo presidente insediato dagli americani dopo che la famiglia del dittatore Ngo Dinh Diem era stata rovesciata da un colpo di Stato. Minh era un moderato, la sua presidenza durò pochissimo e lui divenne il leader della debolissima terza forza che, inascoltata, aveva cercato di costruire un dialogo tra i combattenti e che in questa circostanza svolse un ruolo piccolo ma positivo per facilitare la fine del conflitto. L’offerta di Minh arrivava troppo tardi. I carri armati dell’esercito di liberazione erano già entrati in città e si dirigevano verso il palazzo presidenziale.
L’ultima fase della guerra era iniziata il 13 dicembre 1974 con la battaglia di Phuoc Long finita il 6 gennaio 1975. Sembrava, vista da fuori, una semplice scaramuccia, uno dei tanti episodi di violazione del cessate il fuoco stabilito dagli accordi di Parigi e mai rispettato. Ma non era così, Phuoc Long era un piccolo capoluogo di provincia, piccolo ma strategicamente importante collocato tra Saigon, il confine della Cambogia e gli altopiani centrali. Ad Hanoi si aspettava una reazione sudvietnamita: fino ad allora l’esercito di Saigon non aveva mai permesso che un capoluogo di provincia restasse nelle mani dell’esercito popolare.
Ma la reazione non ci fu. Cosa significava? Era sicuramente un segno di debolezza. A questo punto ai vertici del partito si aprì un dibattito e una serie di riflessioni: esistevano le condizioni per una offensiva generale? La situazione militare sul terreno era favorevole, come dimostrava Phuoc Long, se le forze del sud non avevano reagito poteva essere perché non erano in grado di farlo oppure perché demoralizzate, in ogni caso si erano indebolite. La situazione internazionale era anche essa favorevole per Hanoi: gli Stati Uniti erano in piena crisi politica: il presidente Richard Nixon si era dimesso travolto dallo scandalo Watergate ed era stato sostituito alla presidenza da Gerald Ford, debole indeciso e poco propenso a impegnarsi a fondo per la difesa dell’alleato sudvietnamita, mentre Nord Vietnam e FLN godevano di vaste e crescenti simpatie nel mondo. Semmai erano proprio gli alleati più vicini, Urss e Cina, per diverse ragioni a fare pressioni perché si evitasse un’offensiva generale. Ma alla fine si decide di attaccare fissando come obiettivo la conquista del centro Vietnam per dare al FLN una base territoriale ampia e una vera capitale. Ma le cose vanno diversamente e in un modo inaspettato a favore delle forze congiunte nordvietnamite e del FLN.

Il 3 marzo inizia l’offensiva negli altipiani centrali, il 10 è liberata Ban Me Thuot, Thieu ordina l’evacuazione della base di Pleiku, punto strategico di importanza vitale, e la ritirata verso il mare delle truppe sudvietnamite si trasforma in un disastro. Per l’esercito popolare l’avanzata verso il mare avviene con grande facilità. L’incubo dei governi sudvietnamiti e degli americani diventa realtà: il sud Vietnam è diviso in due. A questo punto una seconda offensiva parte dalla regione del 17° parallelo che conquista prima Hué e il 29 marzo Danang con la sconfitta e la distruzione quasi totale della due migliori unità dell’esercito sudvietnamita la divisione paracadutisti e quella dei marine. A questo punto ad Hanoi si rompono gli indugi e si decide di andare avanti, fino a Saigon, fino alla vittoria: da lì in un mese tutto sarebbe finito.

Ma torniamo ad Hanoi il 30 aprile i mortaretti avevano scatenato la gioia popolare, carri addobbati con bandiere e ritratti di Ho Chi Minh, altoparlanti che diffondevano una nuova canzone, “Vietnam Ho Chi Minh”, composta in meno di un’ora, così dissero a noi giornalisti stranieri, aggiungendo che le manifestazioni di gioia erano del tutto spontanee, iniziativa di gruppi di singoli cittadini che, saputa la notizia erano scesi a festeggiare nelle strade.
Che non ci fosse nulla di organizzato è francamente difficile da credere, ma la gioia era sincera, la guerra era veramente finita. Una guerra che era durata, con brevissime interruzioni, periodi di maggiore o minore intensità dei bombardamenti e dei combattimenti, trent’anni. Praticamente da quando, il 2 settembre 1945. era stata proclamata dal presidente Ho Chi Minh su tutto il territorio del Vietnam, da Hanoi a Saigon la Repubblica Democratica del Vietnam, che quest’anno festeggia il sui settantesimo anniversario.
L’atmosfera del 30 aprile 1975 era ben diversa da quella del 17 gennaio 1973. Quel giorno, poco più di due anni prima, era stata annunciata la firma degli accordi di pace, conosciuti come Accordi di Parigi.
Era una giornata fredda e umida e quando uscii a cercare segni di una presumibile gioia non li trovai.
La vita scorreva come sempre. A chiedere si ottenevano risposte vaghe e prudenti, sì era un successo, sì non ci sarebbero stati più bombardamenti americani, sì il governo del sud non avrebbe più ricevuto aiuti militari. Ma il paese era ancora diviso, le clausole che prevedevano elezioni per la riunificazione non sarebbero state applicate e infatti Thieu aveva detto no con rabbia, accusando gli americani di averlo tradito e abbandonato, a ogni ipotesi di unificazione.
E poi c’era la paura che, partiti gli americani, la grande solidarietà che aveva sostenuto la lunga guerra sarebbe finita, che il conflitto non sarebbe stato più visto come quello tra un paese piccolo e povero contro la superpotenza mondiale ma tra due paesi del terzo mondo. Non più David contro Golia, ma un conflitto dei tanti tra due paesi del Terzo Mondo.
In parte questi erano i calcoli che aveva fatto Nixon: la sua idea era che “vietnamizzando” la guerra avrebbe isolato il Nord e, usando anche le pressioni di Urss e Cina, avrebbe costretto il gruppo dirigente di Hanoi a rinunciare al “sogno” dell’unificazione e ad accontentarsi di controllare solo una parte del Paese. In secondo luogo con il ritiro delle truppe americane il movimento contro la guerra avrebbe perduto una fonte importante di mobilitazione. Per quanto riguarda gli Usa i calcoli erano esatti, il movimento contro la guerra perse l’appoggio di massa di cui aveva goduto fino ad allora e non costituì più una preoccupazione per Washington.
Ma per quanto riguarda l’Europa, o perlomeno l’Italia, i calcoli di Nixon non funzionarono e il pessimismo vietnamita si dimostrò sbagliato.
Da noi in quel 1973 fu un anno di grande mobilitazione popolare. Si era capito che il Vietnam aveva ancora più bisogno di aiuti, che il fatto che ci fosse una “quasi pace” poneva molti problemi nuovi.
Economici in primo luogo e i comitati Italia Vietnam incominciarono a lanciare sottoscrizioni e a raccogliere quei beni di cui il Vietnam aveva urgente bisogno. Un ruolo particolare lo ebbe Genova e, in particolare il comitato della Compagnia Unica diretto da Luciano Sossai. Qui nacque il progetto “Australe”: mandare gli aiuti a bordo di una nave, l’Australe appunto. Il carico era frutto della solidarietà popolare, l’idea di portarlo su una nave fino al Vietnam era di Luciano Sossai. Contro tutte le obiezioni aveva fatto prevalere il suo punto di vista. Forse trasportare in altro modo, per ferrovia per esempio, poteva essere più pratico, più economico ma Luciano aveva l’istinto del comunicatore e sapeva che il viaggio dell’Australe “faceva notizia”, sarebbe stato quindi un moltiplicatore della solidarietà in quel momento delicatissimo per il Vietnam.
Un valore che forse superava quanto era contenuto materialmente nelle stive, tutti beni di cui il Vietnam aveva bisogno: medicine, attrezzature mediche, utensili e, quello che più colpì i vietnamiti, i trattorini da risaia, piccoli e maneggevoli rispetto agli enormi e ingombranti trattori russi che nella risaia affondavano.
E l’intuizione di Luciano era giusta: l’Australe ebbe per i vietnamiti un valore simbolico inestimabile. Arrivava, nel gennaio del 1974, giorno più giorno meno, a un anno dalla firma degli accordi. Significava che il mondo non li aveva dimenticati, quella nave che aveva fatto praticamente il giro del mondo facendo parlare di sé era un reale e quanto mai necessario incoraggiamento, cose che mi furono dette non in modo ufficiale ma in privato.
Ma torniamo al Vietnam del 1975, di quarant’anni fa, abbiamo già detto della gioia incontenibile che segnava la fine di trent’anni di guerra, ma il futuro immediato non era roseo.
I danni della guerra erano stati enormi da ogni punto di vista, la ricostruzione si presentava difficile, non solo economicamente ma anche, e forse soprattutto, politicamente.
Il primo maggio, all’indomani della vittoria, il primo ministro Pham Van Dong -il “figlio prediletto” di Ho Chi Minh assieme al generale Giap- tenne un discorso sorprendente che invitava gli americani a tornare non più come invasori, ma in pace per ricostruire il paese che avevano distrutto.
La risposta americana fu no, anzi peggio il discorso non venne nemmeno preso in considerazione e il Vietnam fu vittima di sanzioni e di isolamento.
Tre anni dopo ebbi l’occasione di chiedere allo steso primo ministro il perché di quella proposta. Mi rispose sorridendo che si trattava di “una questione di equilibrio” stabilire il rapporto con gli americani avrebbe evitato ai vietnamiti di dover scegliere tra URSS e Cina, come invece avvenne. Finita la guerra ognuna delle due grandi potenze alleate chiese al Vietnam di scegliere con chi stare. Il Vietnam scelse, o meglio dovette scegliere l’Urss perché, come mi disse sempre Pham Van Dong e sempre con un sorriso: “se si deve avere un alleato potente è meglio che sia lontano dalle frontiere”.
Nell’estate del 1975 si tenne l’ottavo plenum del Comitato centrale del Pcv: una riunione che fu tenuta segreta e durò a lungo, per giorni e giorni di discussione. Sul tappeto c’era sostanzialmente una questione: come procedere all’unificazione tra nord e sud. C’era una linea prudente, gradualista, consapevole che i quasi venti anni di separazione tra nord e sud avevano scavato degli abissi profondi esasperando le differenze regionali che comunque esistevano. Ma proprio per questo sostenevano altri bisognava accelerare il processo, colmare le differenze con un’azione decisa e diretta dal centro. Vinse questa linea.
La situazione al Sud era molto complessa. La repressione aveva distrutto l’infrastruttura politica: i quadri locali erano stati decimati e i quadri venuti dal nord fecero molti errori
Gli americani non avevano agito solo sul piano militare e della repressione ma avevano condotto una politica economica e sociale che aveva mutato profondamente la società sudvietnamita.
Avevano capito che il problema della terra era fondamentale e fecero una riforma agraria, o meglio obbligarono i riluttanti dirigenti sudvietnamiti a farla. Poi i dollari permisero la diffusione del piccolo credito ai contadini e nell’agricoltura vietnamita arrivarono motori per le barche e per pompare l’acqua, motocoltivatori, piccoli macchinari, in genere di produzione giapponese, che cambiarono sicuramente in meglio la vita dei contadini del sud.
La società sudvietnamita era diventata completamente estranea per i quadri venuto dal Nord i quali non riuscivano a capire che si era formata una nuova classe di piccoli proprietari. Da questa incomprensione nacquero molti errori sul piano economico: una collettivizzazione accelerata, un disastroso cambio della moneta, fra l’altro. Le cause della fuga di massa, che dette origine al fenomeno dei “Boat People”, hanno alla base il peggioramento drammatico delle condizioni di vita causato principalmente dalla fine del continuo flusso dei dollari americani, ma anche dagli errori politici derivati dalla linea di unificazione accelerata.
Poi venne il conflitto con la Cambogia e la Cina, ancora una guerra che provocò altre distruzioni e altre sofferenze.
Furono anni durissimi ma indubbiamente i vietnamiti non mancano di tenacia e molte volte hanno dimostrato di essere capaci di correggere i propri errori. Oggi a quarant’anni di distanza mi sembra che si possa dire che abbiano vinto anche la battaglia contro la povertà, o almeno siano sulla buona strada per vincerla.
In conclusione voglio ritornare su Luciano Sossai che come tenacia non è stato mai secondo a nessuno, forse per questo amava ed era riamato dai Vietnamiti ai quali è stato sempre vicino nei momenti gloriosi come in quelli difficili.
Una tenacia che è culminata due anni fa nelle celebrazioni del quarantesimo anniversario del viaggio dell’Australe che Luciano, benché molto malato e debole trovo l’energia di organizzare a ricordo di quanto il Vietnam ha significato nella nostra storia e nella nostra vita. E credo che questo ricordo dobbiamo continuare a tenerlo vivo per il Vietnam, per Luciano Sossai ma anche in questi tempi difficili, per noi stessi.

Genova / Piazzale San Benigno/ Sala Chiamata Compagnia Unica
Manifestazioni 70° Liberazione Italiana – 40° fine guerra Vietnam
Martedì 28 aprile 2015

Alcune immagini di archivio di Massimo Loche


ROMA 1973  Incontro con i rappresentanti del Comitato Nazionale ITALIA/VIETNAM e con alcuni spedizionieri genovesi della Cooperativa l'Unione del Porto (che hanno curato tutte le pratiche portuali per la spedizione dei materiali confluiti a Genova da tutta l'Italia).


GENOVA 2017  In località Granarolo


Il libro scritto da Massimo Loche in ricordo del viaggio da Hanoi a Mosca, alla fine del suo lavoro in Viet Nam
"PER VIA DI TERRA"