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"SON TAY"  1970

 

SON TAY  1970
La più ardita incursione delle Forze Speciali statunitensi in territorio nordvietnamita

II 1970 aveva segnato una decisa inversione di tendenza nell'impegno statunitense in Vietnam. Dopo sei anni di ininterrotto aumento del personale nell'area, l'amministrazione Nixon aveva infatti sensibilmente diminuito il numero di soldati impegnati nel conflitto, ritirando numerose unità e passando da 549.500 effettivi dei 1969 sino a 335.790 nel 1970, dando corso al disimpegno promesso in campagna elettorale.
Il neoeletto Presidente si dimostrò poi assai meno timoroso del predecessore Johnson nell'effettuare massicce campagne di bombardamento (1) allo scopo di portare successivamente i nordvietnamiti al tavolo delle trattative agendo da una posizione di forza, anche se i colloqui non segnarono significativi progressi.
A luglio del 1970 il conflitto pareva peraltro essere cresciuto di intensità, dopo una serie di operazioni tese a riprendere il controllo delle zone del Sud Vietnam come la valle di A Shau, da tempo in mano alI'NVA (2), che portarono a scontri continuati di notevole intensità. Alla situazione sul terreno si aggiungeva un forte movimento di protesta popolare, contrario al coinvolgimento nella guerra vietnamita, che chiedeva il ritiro immediato delle forze USA e di "riportare a casa" prigionieri e dispersi americani, che ammontavano a 1.463 unità. Per i circa 500 prigionieri, tuttavia, il Nord Vietnam si rifiutava di rilasciare una lista completa, di liberare i malati o i feriti e consentire ispezioni ai campi di prigionia come previsto dalla III° Convenzione di Ginevra (peraltro ratificata da Hanoi dal 1957) con la motivazione che gli statunitensi erano "criminali di guerra" e, in quanto tali, non erano sottoposti ad alcuna garanzia.
Il Governo di Washington temeva poi che i prigionieri potessero essere usati come carta da giocare sul tavolo delle trattative parigine, timori suffragati dalle informazioni relative allo spostamento - a partire del 1968 - nel Vietnam del Nord di tutti i prigionieri americani dal Laos e dal Vietnam del Sud, ove erano stati sino ad allora detenuti.
I dati noti all'amministrazione americana riportavano la presenza di prigionieri in varie località, la più nota delle quali era la prigione di Hoa Lo, un carcere situato al centro di Hanoi (utilizzato dai francesi in Vietnam per i prigionieri politici e in seguito dal Vietnam del Nord per i prigionieri di guerra), che gli americani avevano soprannominato "Hanoi Hilton". In totale il sistema carcerario nord vietnamita contava all'epoca tredici campi di prigionia, di cui cinque nel tessuto urbano di Hanoi - pesantemente difesi anche da batterie missilistiche - e altri otto che si sapeva essere nei pressi della capitale.
Proprio di questi ultimi rimaneva comunque sconosciuta l'esatta l'ubicazione, il che rendeva di fatto impossibile una qualsiasi operazione di soccorso dei prigionieri. L'incarico di individuare tali installazioni era stato affidato nel 1967 al "War Intelligence Comittee", allo scopo di evitare bombardamenti nelle aree dove potessero trovarsi prigionieri americani, incrociando dati forniti da confidenti e spie con la ricognizione fotografica. In particolare, l'8 gennaio 1969 il Comitato aveva richiesto alla CIA di confermare o meno la presenza di prigionieri statunitensi in una piccola località chiamata Son Tay, per la quale le prime informazioni erano pervenute per il tramite di una spia nordvietnamita che aveva riferito sulla loro presenza sin dal febbraio del 1967.
Una prima descrizione del campo, e la conferma sul suo impiego come campo di prigionia, venne da un memorandum del servizio di analisi fotografica della CIA del 22 ottobre 1969: conferma che tuttavia non chiariva se vi fossero detenuti o meno degli americani (3). Peraltro, nello stesso anno il campo era stato ingrandito edificando un nuovo muro sul lato nord e una nuova, grande costruzione con tetto a due falde che faceva presumere un suo impiego proprio come prigione.
 Venne quindi decisa la sorveglianza continua della struttura, affidando nel contempo l'incarico di effettuare l'analisi di tutto il materiale fotografico raccolto dai velivoli da ricognizione, satelliti ecc. al 1127ª Field Activities Group dell'USAF, un'unità basata a Fort Belvoir in Virginia.
Una prima conferma ufficiale dell'uso come campo di prigionia arrivò il 1° aprile 1970 dalla DIA, che comunicava alla CIA e ai vertici delle Forze Armate come una "fonte sensibile" avesse confermato che, alla fine del 1969, all'interno della struttura (denominata dai nordvietnamiti "Campo di Prigionia n. 69 di Son Tay") si trovassero 55 prigionieri statunitensi.
Il successivo 9 maggio 1970 gli analisti, utilizzando fotografie scattate da un SR71 Blackbird, scoprirono all'interno della struttura di Son Tay (4) la sigla "S.A.R." tracciata con abiti stesi al suolo ad asciugare, seguita da una freccia con il numero "8", indicante presumibilmente la distanza (in chilometri o miglia) che gli uomini dovevano percorrere verso le risaie dove erano costretti a lavorare. Venne poi individuata anche la lettera "K" tracciata con rocce, una chiara richiesta di aiuto da parte di piloti dell'USAF (5).
Come poi si stabilì, Son Tay era diventato operativo il 23 maggio del 1968, quando venti prigionieri statunitensi catturati nel Nord Vietnam, quasi tutti piloti, vennero spostati da Hanoi nella struttura. Successivamente, dopo l'ampliamento giunsero altri due gruppi di prigionieri dall’"Hanoi Hilton" portando il numero totale al momento della scoperta a 55 persone, detenu-te in parte in celle singole di isolamento e in parte in una struttura detentiva comune circondata da muri in mattoni, dotata di latrine esterne e di un pozzo per lavarsi. Le tre strutture deten-tive principali vennero designate con i nomi in codice di "Beer House", "Opium Den" e "Cat House"; le sue difese erano concepite per un eventuale attacco dall'esterno, con trincee che circondavano il campo su tre lati dotate di mitragliatrici pesanti, con costruzioni che, oltre alle guardie, ospitavano anche le loro famiglie. La zona non era completamente sconosciuta ai ser-vizi di intelligence, dato che a partire dal 1967 compariva su molti rapporti di interrogatorio di soldati e vietcong catturati che erano stati addestrati proprio a Son Tay, nei cui pressi si trovava anche una scuola per meccanici d'armi.
Dopo ulteriori conferme fotografiche, il 10 giugno 1970 il capo di Stato Maggiore della Difesa generale Earl G. Wheeler autorizzò un gruppo ristretto di lavoro (composto da quindici persone, denominato "Polar Circle" e guidato dal generale Donald Blackburn (6), suo assistente per la controguerriglia e le operazioni speciali) a studiare la fattibilità di un'incursione in territorio nemico per liberare i prigionieri, valutati inizialmente tra le 50 e 60 unità potenziali.

"Ivory Coast"
II piano venne rapidamente ritenuto fattibile e si diede quindi il via alla seconda fase dell'operazione di recupero, chiamata in codice "Ivory Coast" e a cui venne posto a capo il generale di brigata aerea dell'USAF Leroy J. Manor. In tale fase venne avviato un monitoraggio pressoché costante del campo di Son Tay, utilizzando velivoli Lockheed SR-71 Blackbird, droni Ryan 147 "Buffalo Hunter" e ricognitori RF-4.
La sorveglianza rivelò però una serie di aspetti problematici per il previsto raid. Innanzitutto, nelle vicinanze si trovava il Quartier Generale della 12a Armata NVA che contava circa 12.000 uomini, cui si aggiungevano una scuola di artiglieria, un deposito di munizioni e un'area addestrativa dotata dì un piccolo aeroporto, mentre a circa 30 chilometri si trovava la base aerea di Phuc Yen/Noi Bai (7): tutti elementi che ancora non rendevano impraticabile il raid ma che, tuttavia, facevano sì che l'intera operazione dovesse essere eseguita nel minor tempo possibile per impedire ai nordvietnamiti di reagire. Il personale di guardia della prigione era stimato in circa 45 unità (8), con i prigionieri detenuti all'interno dei tre edifici principali circondati da un muro in mattoni alto circa due metri e due o forse tre torri di guardia (la terza, quella dell'ingresso, era nascosta dagli alberi e venne poi effettivamente individuata solo al momento dell'attacco).
Fu anche dato il via ad una riproduzione in scala del campo e, il 18 agosto 1970, la CIA approntò un plastico in scala - ritenuto dimensionalmente corretto al 95% - che complessiva-mente costò circa 60.000 dollari e che venne chiamato in codice "Barbara" (9).
Nel contempo, la ricognizione fotografica aveva però dato risultanti contrastanti: nelle immagini scattate ad inizio estate era evidente la presenza di prigionieri dentro al campo, ma nel mese di agosto venne notata una decisa diminuzione dell'attività. Furono quindi lanciate otto diverse missioni di droni "Buffalo Hunter", ma sei fallirono per guasti o perché i mezzi furono abbattuti dall'artiglieria antiaerei; gli altri due non riuscirono a fotografare il campo, rendendo così necessario ottenere informazioni di natura diversa.
L'8 agosto 1970 erano stati nel frattempo convocati dall'ammiraglio Thomas Moorer, Capo degli Stati Maggiori Riuniti (Joint Chief of Staff - JCS), il tenente colonnello dell'US Army Arthur D. "Bull" Simons (Capo di Stato Maggiore dell'US Army XVIII Corps) (10) e il comandante USAF Special Operations Porce generale LeRoy J. Manor, ai quali venne assegnato l'incarico di elaborare il piano operativo dell'operazione, assicurando la disponibilità di ogni risorsa che avessero ritenuto necessaria.
Tra gli elementi fondamentali vi era come detto la sorpresa; la missione doveva svolgersi di notte e in condizioni di assenza di nubi onde garantire la necessaria visibilità per l'aerorifornimento, con luminosità al minimo indispensabile ossia con la luna ad un quarto e a 35° sull'orizzonte. Con tali limitazioni, e tenendo conto del tempo necessario ad addestrare il gruppo d'assalto, le finestre operative si riducevano a soli cinque giorni nei mesi successivi, ossia il 21-25 ottobre e il 21-25 novembre. L'approntamento del piano d'attacco terminò il 15 agosto 1970 e fu quindi dato immediatamente il via all'addestramento.
Fu scelta la pista ausiliaria n. 3 della base aerea di Eglin in Florida, denominata "Duke Field", isolata dal complesso principale e allo stesso tempo dotata di ampi spazi per l'addestramento, appena liberata dai corsi addestrativi ROTC (Reserve Officer Training Course) e quindi in condizioni di potere essere immediatamente utilizzata. Per la componente d'assalto alla prigione si decise di utilizzare personale delle forze speciali dell'TJS Army che avrebbe dovuto essere assolutamente costituito da volontari, mentre la componente aerotattica avrebbe impiegato uomini dell'USAF. L'infiltrazione della forza d'attacco e la sua esfiltrazione insieme agli eventuali prigionieri liberati sarebbe stata compiuta da elicotteri.
Simons e il medico delle SF (Special Forces) Joseph Cataldo si recarono a Fort Bragg alla ricerca del personale necessario, che doveva essere in possesso delle capacità necessarie richieste per il tipo di missione, ossia buona preparazione, elevata aggressività e - se possibile - aver compiuto di recente turni di combattimento in Vietnam.
All'appello risposero cinquecento uomini circa, tra i quali (dopo una serie di colloqui) se ne scelsero 103, provenienti dal 6° e 7° Gruppo delle Forze Speciali. Di questi, 56 vennero destinati all'esecuzione diretta della missione (tra cui uno specialista di intelligence per l'analisi delle informazioni, mentre due di loro non avevano effettuato nessun turno in Vietnam); gli altri 47 formarono il necessario gruppo di riserva e supporto. Il generale Blackburn scelse per-sonalmente i comandanti della task force, tra cui il tenente colonnello "Bud" Sydnor e il capi-tano Dick Meadows, ranger di formazione e distaccato come istruttore dalla Scuola di Fanteria di Fort Benning (11) ove svolgeva la funzione di ufficiale alle operazioni per le ricognizioni.
Subito dopo, gli uomini prescelti vennero trasferiti in un edificio utilizzato dalla C1A nella base di Eglin, dove provvedevano essi stessi ai compiti di guardia onde ridurre al minimo i contatti con elementi non impegnati nella missione (12).
La componente aerea da utilizzare per l'attacco venne fissata in cinque elicotteri HH-53, un elicottero HH-3, due quadrimotori da trasporto C-130E e cinque aerei d'attacco A-1E Skyraider: tutti i piloti e gli specialisti vennero anch'essi scelti tra il personale offertosi volontariamente.
Tra tutto il personale solo quattro militari dell'US Army e undici dell'USAF responsabili della pianificazione conoscevano il vero obiettivo, con le informazioni che non dovevano mai essere scritte ma solo trasmesse verbalmente; per tutta la durata dell'addestramento agli uomini non venne mai rivelato né lo scopo né tantomeno l'obiettivo della missione, al punto che fra alcuni di loro si era diffusa la convinzione che ci si preparasse e liberare gli ostaggi di un dirottamento aereo, mentre altri pensavano ad un azione su Cuba, data anche la vicinanza della base all'isola caraibica (13).
L'addestramento si svolgeva sia dì giorno sia di notte e in ogni giorno della settimana, con gli operatori che - nel corso di 170 diversi assalti simulati alla replica del campo vietnamita, costruito a partire dal 7 settembre 1970 - dovettero apprendere alla perfezione il ruolo assegnato e l'area di competenza, abbinandoli alla necessaria flessibilità operativa per essere in grado di affrontare situazioni impreviste e predisponendo perciò ogni volta una dislocazione diversa delle guardie e delle difese e facendo ricoprire a membri della squadra di supporto anche il ruolo di prigionieri malati da trasportare, oppure che si accusavano a vicenda di collaborazionismo. Gli assalti si svolgevano due volte il pomeriggio e due volte nottetempo, mentre la mattina era dedicata all'addestramento fisico e ad esercitazioni di tiro.
L'addestramento fu molto severo, tanto che Simons allontanò un militare che aveva omesso di riportare indietro la propria lampada, dato che l'operazione si sarebbe ripetuta da lì a pochi minuti; un altro rinunciò per motivi personali ed entrambi furono subito sostituiti da membri del gruppo di supporto. Inizialmente si prevedeva di utilizzare elicotteri UH-1 per infiltrare i commandos all'interno della prigione, tuttavia venne preferito l'HH-3 in quanto consentiva di imbarcare un'arma da 7,62 mm sul portellone laterale di carico e - grazie alle maggiori dimensioni e ai finestrini di bordo - permetteva ad ogni uomo di fare fuoco con la propria arma personale durante la fase di discesa, tanto che fu anche stabilito il posto che avrebbero dovuto occupare a bordo i tiratori mancini per non interferire con il tiro dei loro commilitoni. Anche la componente aerea fu pesantemente impegnata, dato che si effettuarono ben 1.054 ore di volo notturno con differenti velivoli che dovevano volare in formazione stretta, a bassa quota e a luci spente (14). Per tutta la durata dell'addestramento agli uomini non venne mai concesso di lasciare la base e, infine, il gruppo d'assalto venne dichiarato pronto dopo due diverse missioni notturne di addestramento, ognuna della durata di cinque ore e mezzo ed effettuate davanti agli osservatori degli Stati Maggiori Riuniti, da cui dipendeva tutta l'operazione.
Venne fissata la data del 21 ottobre 1970 e il 16 settembre si tenne una riunione con i capi del ICS nel corso della quale i vertici militari approvarono Finterò piano. Il "via" dai vertici politici arrivò il successivo 24 settembre, con l'approvazione del Segretario della Difesa Laird.
L'8 ottobre anche Kissinger e il suo consigliere militare generale Henry Haig diedero la loro approvazione, che tuttavia subordinarono alla decisione finale di Nixon che si sarebbe potuta avere non prima di un paio di settimane (15), e quindi la data del raid fu posposta a novembre. Nel frattempo, la ricognizione aerea aveva rivelato sempre meno attività nel campo e ad otto-bre nessun segno della presenza di prigionieri.
Il 12 novembre Nixon diede la propria approvazione preliminare e il personale, in abiti civili, venne trasferito in Thailandia sulla base aerea di Thakhli mentre il giorno successivo giunse ai media la notizia, attraverso alcuni attivisti appartenenti a movimenti pacifisti con contatti nel Vietnam settentrionale, che sei prigionieri statunitensi erano morti, il che aggiunse ulteriore urgenza all'operazione. Il 18 novembre venne quindi data l'approvazione finale da parte del Presidente.
Per cercare di risolvere lo stallo dovuto alla mancanza dì evidenze fotografiche di prigionieri a Son Tay la CIA - nel frattempo - aveva infiltrato un proprio agente nelle vicinanze del campo che, però, non scoprì nulla di decisivo; il 19 giunse "da fonte attendibile" la notizia che il campo era vuoto e che i prigionieri si trovavano ora nel campo dì Dong Hoi, località sino ad allora sconosciuta ai servizi segreti (16). Le ore tra il 19 e il 20 novembre, giorno previsto per l'esecuzione della missione, passarono quindi tra molti dubbi e poche certezze. Se, da un lato, si riteneva che il raid avrebbe potuto comunque essere compiuto con eccellenti possibilità di successo (stimate da Blackburn attorno al 95%), dall'altro si temeva l'assenza di prigionieri che avrebbe vanificato gli sforzi. Alla fine, per motivazioni di ordine politico e militare, non ultimo l'effetto che l'azione avrebbe avuto sulle truppe, venne deciso di non informare dei dubbi il gruppo degli incursori e l'ordine rimase quindi il "GO" dato il giorno prima.

"Kingpin"
Alla terza ed ultima fase del piano era stato dato il nome in codice "Kingpin" (17), da iniziare dopo che da Washington fosse arrivato il via libera finale. Alle 16.00 del 19 novembre il Colonnello "Bull" SImons radunò perciò tutti gli uomini impegnati nell'operazione in una sala riunioni a Takhli, rivelando finalmente il vero obiettivo della missione, i rischi previsti e cosa ci si sarebbe dovuto aspettare, sottolineando che chi non se la sentiva avrebbe potuto abbandonare immediatamente l'operazione: esortazione che peraltro non ottenne, come era prevedibi-le, alcuna adesione.
Come era nel suo stile, Simons non usò giri di parole e vale la pena riportare parte del suo intervento che bene sottolineava a cosa il gruppo di incursori stava andando incontro: "[...] Stiamo andando a soccorrere settanta prigionieri di guerra americani, forse più, detenuti in un campo in una località chiamata Son Tay. [...] Questo è il minimo che qualsiasi prigioniero di guerra americano abbia diritto ad aspettarsi dai suoi commilitoni. Il campo si trova 23 miglia a ovest di Hanoi. Abbiamo il 50% di possibilità di riuscita e non dovrete lasciare che nulla, nulla interferisca con l'operazione. Noi dobbiamo salvare prigionieri, non prenderne. E se finiamo in una trappola perché sanno che stiamo arrivando scordatevi di riuscire a venire fuori dal Vietnam del Nord, a meno che non abbiate le ali ai piedi. Se la missione è compromessa attestatevi sul fiume, e fategli pagare caro ogni centimetro che occuperemo".
Alla fine del briefing tutto il personale venne mandato a dormire con l'ausilio di pillole di sonnifero per combattere la tensione; il giorno successivo gli uomini furono condotti con tre C-130 giunti da U-Tapao sulla base di Udorn, da dove sarebbe partito l'attacco, mentre i piloti degli A-1 Skyraider destinati al supporto aereo ravvicinato vennero trasportati a Nakhon Phanom.
La forza d'assalto era stata suddivisa in tre gruppi, identificati usando gli stessi nomi sempre utilizzati in addestramento:
• Blueboy, comandato dal capitano Richard Meadows e composto da 14 membri, il cui eli-cottero sarebbe atterrato direttamente all'interno del cortile della prigione per sorprendere il nemico.
• Greenleaf sarebbe invece stato composto da 22 uomini al comando del tenente colonnello Simons, il cui codice personale di chiamata radio era Axle e che avrebbero fornito supporto diretto a Blueboy atterrando all'esterno del campo e penetrandovi dopo avere fatto saltare il muro di cinta, creando così, se si fosse resa necessaria, una eventuale via di fuga per Blueboy.
• Redwyne era il terzo gruppo di venti uomini, guidato dal tenente colonnello Elliott P. "Bud" Sydnor, Jr. (nome in codice Wildroot): doveva garantire la sicurezza del perimetro da attacchi esterni al lato est e fornire anch'esso eventuale supporto al contrasto di rinforzi inviati dai nordvietnamiti. Il giorno dell'operazione venne chiamato in codice "D-Day" e l'ora d'inizio per l'assalto diretto alla prigione fu denominata "H-hour", in relazione alla quale venne pianificato tutto l'attacco.
Il personale dell'USAF che si era addestrato insieme agli incursori proveniva da vari reparti di stanza in Germania e negli Stati Uniti, dato che non si voleva ridurre il numero degli uomini facenti parte di reparti impegnati nel Sud-est asiatico.
I velivoli vennero invece prelevati tra quelli già presenti nel teatro, motivo per cui il personale di uno Squadron si trovò ad utilizzare aerei di un altro, situazione tutt'altro che insolita negli anni della guerra del Vietnam. La componente aerea direttamente coinvolta nell'azione prevedeva 2 C-130E "Combat Talon" (18), nome in codice Cherry 01 e 02 appartenenti al 15° SOS (19), destinati a fungere da posto di comando volante e utilizzati per l'illuminazione del bersaglio, mentre gli incursori sarebbero stati trasportati da cinque grandi elicotteri HH-53 "Super Jolly" del 40° ARRS (Aerospace Resene and Recovery Squadron), nomi in codice Apple 01-05, dei quali 01 e 02 destinati a sbarcare i nuclei di supporto, 03 a fungere da cannoniera volante e 04 e 05 per il trasporto dei prigionieri liberati.
II compito più importante sarebbe infine stato svolto da un più piccolo HH-3E "Jolly Green", nome in codice Banana, appartenente al 37° ARRS che avrebbe sbarcato all'interno della prigione il nucleo d'assalto (20). Si trattava di uno dei due ultimi HH-3 ancora presenti nel Sud-Est asiatico, ormai in procinto di essere ritirati e che vennero entrambi assegnati alla missione con uno dei due tenuto come riserva.
A questi velivoli sarebbero stati affiancati cinque Al-E Skyraider del 1° SOS, codice di chiamata Peach 01-05, destinati a fornire supporto diretto, dieci F-4D Phantom (codice Falcon 01-05 e 11-15 del 13° e 555° TFS) che, in due diverse ondate, avrebbero coperto da alta quota l'area di operazioni contro possibili interventi di MiG, mentre la soppressione di eventuali batterie missilistiche antiaerei venne affidata a cinque F-105G Wild Weasel III, codi¬ce Firebird 01-05, del 6010° WWS. I rifornimenti aerei sarebbero stati assicurati da due HC-130P, codici radio Lime 01 e Lime 02.
In totale, quindi, trenta velivoli da combattimento per un'operazione combinata che, da allora in poi, avrebbe costituito un esempio di condotta per tutte le operazioni future di questa tipologia.
L'operazione prese il via alle 22.20 del 20 novembre 1970: i C-130E che decollarono per primi, con Cherry 02 che, con otto membri di equipaggio, svolgeva la funzione di navigatore per gli Skyraider, mentre Cherry 01 trasportava dodici membri di equipaggio e guidava il gruppo elicotteristico. Il volo si svolse ad una quota di 300 metri e a una velocità media di 194 km/h per gli elicotteri, il che fece sì che il TFR dei C-130 fosse inutilizzabile (21), così come il radar doppler e gli altri sistemi di navigazione che fornivano dati non completamente affidabili per via della fitta jungla e dell'assetto fortemente cabrato degli Hercules necessario per mantenere la stessa velocità degli elicotteri, per cui venne usato un sistema a raggi infrarossi FLIR per individuare i punti identificativi lungo la rotta, come laghi o fiumi. Questi due apparati sperimentali erano stati presi in prestito dal 1198° Operational Evaluation and Training Squadron, che li stava valutando nell'ambito del programma Heavy Chain, da cui sarebbe derivata nel 1977 la definitiva versione "Combat Talon" del C-130. Sopra il Laos settentriona¬le il gruppo d'assalto si incontrò con gli Skyraider del supporto aereo, effettuando il necessario rifornimento in volo dai due HC-130P, dopodiché tutta la formazione si diresse verso l'obietti¬vo seguendo un corridoio aereo libero e non coperto dalle difese antiaerei nordvietnamite.
Mentre il gruppo di assalto si avvicinava a bassa quota, l'US Navy lanciò una delle più massicce operazioni di tutto il conflitto, facendo decollare dalle portaerei Oriskany e Ranger venti tra A-7 Corsair e A-6 Intruder che entrarono nello spazio aereo nordvietnamita da tre rotte diverse, sganciando chaff per saturare le difese radar. La difesa aerea era assicurata da altri 24 velivoli che orbitavano in missione MIGCAP sul Golfo del Tonchino.
La forza d'assalto penetrò nello spazio aereo del Vietnam del Nord alle 01.48 alla quota di 150 metri e in condizioni di visibilità eccellenti. All'ora H meno 12 minuti, sopra il Fiume Nero, in una zona a venti chilometri all'obiettivo e considerata come "Punto Inizio Attacco", i C-130E aumentarono la velocità separandosi dalla formazione degli elicotteri d'assalto, con questi ultimi che si disposero in linea di fila a 45 secondi di volo l'uno dall'altro scendendo alla quota di 60 metri e alla massima velocità consentita, con Apple 04 e 05 che si diressero verso un tratto di terreno libero in mezzo ad un acquitrino a qualche chilometro di distanza a nord dell'obiettivo, atterrando e mantenendo i motori accesi e al minimo in attesa della chiamata radio per imbarcare i prigionieri. All'ora H meno 5 minuti ai membri del gruppo d'assalto venne dato l'ordine di alzarsi in piedi, caricare le armi e accendere le radio, tenendosi pronti per l'azione.
Alle 02.18 Cherry 01 trasmise il segnale "Alpha, Alpha, Alpha" a tutti i velivoli per segnalare che stava sorvolando l'obiettivo, fissando quindi l'ora H. Da 450 metri di quota sganciò dei bengala illuminanti da due milioni di candele e, dopo avere virato di 180°, scese a soli 150 metri di quota sganciando due "simulatori di battaglia" (22) fuori dei muri del campo per simulare un attacco dall'esterno. Immediatamente dopo giunse Apple 03, che prese di mira le due torri di guardia conosciute con i propri cannoni laterali a canne rotanti, mentre Cherry 01 completava il suo compito sganciando altri due marcatori al napalm al suolo da utilizzare come punti di riferimento per gli A-1 Skyraider.
Dietro a Apple 03 arrivarono rapidissimi in linea di fila gli altri elicotteri con Banana - alle 02.19 - mentre tutto il team d'assalto Blueboy, che faceva fuoco dall'elicottero con le proprie armi personali, eseguì la parte più pericolosa della missione scendendo direttamente all'interno del cortile principale della prigione.
Non tutto andò però come previsto, dato gli alberi che circondavano il piazzale erano più alti di quanto stimati, ossia almeno dodici metri invece di sei, e l'elicottero penetrò attraverso di essi "come una gigantesca falciatrice, demolendo tutto e tagliando rami, tronchi e foglie" (23) e schiantandosi letteralmente al suolo, ruotando di qualche grado.
Il tenente George Petrie che stava sparando dal portellone venne quindi catapultato fuori al momento dello schianto: senza gravi conseguenze, però, dato che "atterrò in piedi" e quasi esattamente di fronte al cancello al lato est della prigione, ossia proprio il punto che avrebbe dovuto presidiare, mentre l'impatto assai più duro del previsto fece sganciare un estintore che colpì lo specialista di volo Leroy Wright causandogli la frattura del piede sinistro e dell'anca (24). Malgrado ciò, Wright proseguì nel compito assegnato facendo prima sbarcare tutti gli uomini dall'elicottero danneggiato e iniziando egli stesso a fare fuoco contro le guardie nord-vietnamite una volta a terra, comportamento che poi gli valse il conferimento della "Air Force Cross".
Nessun altro danno incorse all'equipaggio e ai membri di Blueboy e, non appena l'elicottero toccò terra, il capitano Meadows uscì dalla rampa posteriore urlando al megafono: "Siamo americani, siamo venuti a prendervi" mentre il resto del team d'assalto si separava in quattro gruppi che effettuarono un violento attacco alle strutture della prigione, uccidendo tutte le guardie nordvietnamite incontrate e iniziando ad aprire metodicamente tutte le porte dei bloc-chi in cui era divisa la prigione alla ricerca dei prigionieri, con due soldati che aprivano le porte delle celle con le tenaglie, mentre altri due fornivano la copertura.
Alle 02.19 il team di supporto Greenleaf su Apple 01 era sbarcato anch'esso al di fuori di quella che riteneva la prigione di Son Tay e che, nelle carte, era indicata come una scuola, ma che si rivelò immediatamente essere - in realtà - una caserma posta a 400 metri di distanza dall'obiettivo. Il pilota era stato tratto in inganno da un cambio di rotta di Apple 03, errore che si rivelò però provvidenziale in quanto le guardie, svegliate dal rumore, fecero fuoco su due ele-menti del team causando l'immediata e massiccia reazione del reparto che assaltò l'edificio a colpi di mitra e granate eliminando in otto minuti tutti i soldati nordvietnamiti all'interno, mentre due A-1 distruggevano con bombe al fosforo un ponte in legno nei pressi per impedire l'avvicinarsi di altri soldati dalla cittadina. Alle 02.23, Apple 01 perciò atterrò nuovamente, e alle 02.28 ogni membro di Greenleaf era nuovamente a bordo, decollando per raggiungere l'esterno della prigione.
Nel frattempo Apple 02 si era reso conto dell'errore di Apple 01 e, dirigendosi verso la prigione, aveva perciò dato il via al "Piano Verde", ossia il piano d'emergenza qualora il team Greenleaf fosse stato abbattuto, distrutto o comunque reso non disponibile. Alle 02.20 il mitragliere di sinistra di Apple 02 cominciò a fare fuoco con la propria "minigun" su tutti gli edifici sotto di lui per coprire l'atterraggio del team Redwine che, a sua volta, doveva fornire supporto coprendo l'area a sud e a sud-est della prigione, oltre ad occupare il ponte posto a 150 metri di distanza a sud. Nel frattempo gli artificieri aprirono un varco nel muro esterno della prigione con l'esplosivo per permettere agli altri membri del team di penetrare all'interno del perimetro e prendere posizione, e veniva effettuata la ricerca dei prigionieri, anche se si cominciava a comprendere che non vi erano detenuti. Meadows ordinò una seconda ricerca, anch'essa senza esito, per cui trasmise il segnale in codice "Negative Items" ("Elementi negativi") al comandante dell'operazione. Nel frattempo, la zona di estrazione del team d'assalto veniva ripulita da Redwine facendo saltare in aria una torre elettrica, il che causò un black-out alla prigione e a tutta la parte est della città di Son Tay, mentre venivano scattate tre fotografie al blocco di celle 5A e venivano piazzate le cariche di demolizione all'interno della fusoliera di Banana. Alle 02.30 era atterrato anche Greenleaf, i cui uomini diedero l'assalto alle strutture poste ad est e a nord del campo, mentre alla stessa ora il colonnello Syndor ordinò agli Skyraider di distruggere il ponte sul fiume Song Con. Alle 02.32 venne lanciato il segnale di partenza ad Apple 01/02 in attesa. Un convoglio di veicoli carichi di soldati si stava nel frattempo avvicinando alla prigione ma venne fermato da uomini di Redwine che, facendo fuoco con due lan¬ciarazzi M72, fecero esplodere il veicolo di testa. Alle 02.35 anche gli F-105 cominciarono a bersagliare i radar "Fan Song" della difesa aerea, che nel frattempo si era resa conto dell'attività di volo attorno a Son Tay. I nord vietnamiti preferirono non far decollare i due MiG 21 in allerta a Phuc Yèn, ma lanciarono non meno di 36 missili SAM-2 contro la forza d'attacco e altri 20 contro aerei dell'US Navy impegnati nella diversione, senza abbattere però nessun velivolo statunitense.
Alle 02.37 atterrò Apple 01, decollando alle 02.40 dopo avere caricato Blueboy e Greenleaf, mentre Apple 02 atterrò alle 02.41, decollando poi alle 02.45 con Redwine a bordo. L'ultimo a lasciare la zona fu la cannoniera volante Apple 03 alle 02.48. e alle 02.52 - dagli elicotteri in volo - venne avvistata l'esplosione di quanto rimaneva di Banana.
L'incursione era durata in tutto 27 minuti, 180 secondi al di sotto a quanto previsto in sede di pianificazione.

Post-Azione
II volo di ritorno venne effettuato a livello degli alberi, e alle 03.15 l'intera forza d'assalto era al di fuori dello spazio aereo del Vietnam del Nord, atterrando poi alle 04.28 del 21 novembre 1970 ad Udorn, dove stazionavano due C-141 pronti a trasportare a Guam eventuali prigionieri in condizioni di salute critiche.
Per i due elicotteri destinati a trasportare i prigionieri (decollati anch'essi dalla zona ove stazionavano in attesa a distanza di sicurezza da Son Tay, e partiti dopo la conferma di "Negative Items") la notte non era ancora finita, perché un missile SAM aveva danneggiato l'F-105 Firebird 05 che perdeva carburante e i cui piloti furono obbligati a lanciarsi sul Laos. Lima 02 rifornì in volo i due elicotteri, che individuarono ciascuno uno dei due piloti alle prime luci dell'alba dopo che avevano passato tre ore al suolo celandosi alla vista dalle truppe NVA presenti in zona.
Nell'assalto a Son Tay rimasero uccisi 42 soldati nord vietnamiti (25), per la maggior parte guardie della prigione, contro un aviere con un piede fratturato come già visto e il sergente Joseph M. Murray del team Greenleaf che venne ferito da dietro ad una coscia mentre stava per lanciare una granata dopo essere sbarcato da Apple 02 (26).
L'analisi dell'azione confermò da un lato l'eccellente pianificazione e la buona realizzazione dell'assalto, considerando la pressoché totale assenza di riferimenti visivi per i piloti che avevano portato all'errato - per quanto provvidenziale - primo sbarco di Greenleaf, e, dall'altro, un serio difetto di intelligence che aveva mancato di rilevare il fatto che sin dal 14 luglio 1970 i prigionieri americani erano stati spostati a causa del rischio di inondazione del campo per la piena del fiume Song Con che scorreva sul lato ovest (come confermò poi John P. Flyn) e trasportati al campo di Dong Hoi posto a 15 km di distanza, soprannominato "Camp Faith".
Il trasferimento venne effettuato a piccoli gruppi e completato il 15 agosto 1970. Le immagini della ricognizione fotografica, dopo quella data, avevano evidenziato la presenza di persone vestite di nero (la stessa divisa utilizzata dai prigionieri), ma, come si scoprì in seguito, si trattava di operai nordvietnamiti che stavano effettuando le opere dì sistemazione della struttura e delle rive del fiume. Difatti, una delle celle aperte durante l'assalto conteneva circa un centinaio di sacchi di cemento usati per i lavori di manutenzione, fatto che sul momento lasciò interdetti gli incursori.
Per dimostrare che i prigionieri americani non erano stati dimenticati in Patria, l'ammini-strazione Nixon rese subito pubblico il tentativo, con Laird che relazionò sul raid di fronte alla Commissione Esteri del Senato il 24 novembre, convocando per il giorno successivo una con-ferenza stampa (nel corso della quale il Presidente Nixon decorò personalmente il tenente colonnello Simons, il generale Manor e i sergenti Leroy Wright e Adderly) e diffondendo una serie di dettagli che, però, scatenarono le polemiche di una parte della stampa che accusò il governo di avere messo a rischio le vite dei prigionieri e avere probabilmente causato un peg-gioramento delle condizioni di detenzione. In realtà, accadde l'esatto contrario, anche se non se ne ebbe ufficialmente notizia sino a quando i primi prigionieri americani fecero ritorno a partire dal 1973, in seguito agli accordi raggiunti per la loro liberazione.
Immediatamente dopo il raid tutti i prigionieri vennero infatti radunati nelle strutture carce-rarie di Hanoi, mettendo così fine all'isolamento di alcuni di loro trattenuti in aree rurali in con-dizioni "primitive" e che, in taluni casi, non avevano avuto contatti con altri americani per periodi lunghi sino a 34 mesi, favorendo così lo scambio di informazioni e il supporto morale reciproco soprattutto in relazione alla tentata liberazione, dato che dal campo di Dong Hoi si era immediatamente capito cosa stava succedendo a Son Tay. Anche le condizioni di detenzione con cibo migliore, cure mediche e la possibilità di ricevere posta migliorarono.
Come fu in seguito appurato, a luglio del 1970 nel campo di Son Tay si trovavano sette prigionieri statunitensi, tutti piloti o operatori dei sistemi di bordo il cui aereo era stato abbat-tuto negli anni precedenti; ognuno era detenuto in isolamento. Uno tra questi, John W. Frederick, operatore radar di un F-4B dei Marines abbattuto il 7 dicembre 1965, morì per febbre tifoide nel 1972 mentre tutti gli altri furono rilasciati il 14 marzo 1973. Tra loro vi era anche il capitano Edward A. Brudno, pilota di un F-4D dell'USAF abbattuto il 18 ottobre 1965: fu l'americano che trascorse in assoluto più tempo in prigionia, quasi sette anni e mezzo, e, sebbene le sue condizioni fisiche fossero ritenute soddisfacenti dai medici al momento del rilascio, si suicidò il 3 giugno del 1973.

Le reazioni nord vietnamite
I nordvietnamiti reagirono a due differenti livelli: nell'immediato venne inviata da Hanoi per indagare su quanto accaduto una commissione che scattò diverse fotografie al complesso e a quanto rimaneva delle attrezzature americane dopo il raid. Durante l'indagine venne proibito a chiunque nelle vicinanze del complesso di uscire di casa o di avvicinarsi alla struttura del campo.
I responsabili della difesa aerea vennero accusati di negligenza per avere lanciato i missili solo dopo l'inizio del raid, sebbene diversi fattori deponessero a loro favore: la saturazione delle difese aeree da parte dell'US Navy che spostò il baricentro su Haiphong e una pesante incursione di B-52 che fece sì che i caccia intercettori venissero destinati primariamente al loro contrasto (la notte del 20 novembre rappresentò la prima, concreta possibilità di abbattimento di un B-52 da parte di un MiG 21 nordvietnamita che, però, danneggiò solamente un bombardiere interrompendo poi quasi subito il contatto).
Peraltro, la difesa aerea non venne avvisata dell'assalto dalla guarnigione di Son Tay, con la quale pure era in collegamento telefonico, a causa della distruzione incidentale della linea da parte degli Skyraider che bombardarono il ponte a fianco del quale correva il cavo.
Venne poi montata una complessa operazione tesa a dimostrare che, sostanzialmente, gli statunitensi erano caduti in una trappola - o perlomeno un inganno congegnato da mesi - esibendo a presunta prova fotografie delle attrezzature abbandonate dal gruppo d'assalto. Nella fattispecie, fu anche sostenuto che Son Tay fosse un campo costruito per ospitare temporaneamente i prigionieri allo scopo di farli incontrare con i rappresentanti della Croce Rossa e non un campo di prigionia. Tale informazione venne poi diffusa anche tra i ranghi dell'esercito nord vietnamita, all'interno del quale la notizia del raid si era immediatamente diffusa e come tale venne poi riportata da soldati catturati negli anni successivi. Peraltro queste informazioni contenevano dettagli privi di fondamento che riguardavano sia la presenza di collaborazionisti (che avrebbero lanciato messaggi dagli elicotteri in lingua vietnamita invitando la popolazione a restare a casa dato che si trattava solo di un esercitazione), sia l'assassinio di familiari di alcuni ufficiali governativi ad opera di traditori al seguito degli americani e venne comunque sempre negata la presenza di truppe nella zona.
Tenendo poi sempre presente che la storia ufficiale nord vietnamita del conflitto risente pesantemente dell'impossibilità di accesso agli archivi militari da parte di studiosi e ricercatori, nel 2003 comparve anche un primo resoconto ufficiale del raid descritto dal punto di vista vietnamita, pubblicato dalla Casa Editrice dell'Esercito Popolare, dedicato alla "Storia del Dipartimento di Sicurezza dell'Esercito" (i servizi di intelligence militare, in buona sostanza), ove fa tesi dell'inganno operato con la costruzione del falso campo (e il fatto che Hanoi sarebbe stata a conoscenza della situazione almeno dall'inizio del 1970 - dato che come visto contrasta con la cronologia dell'operazione) viene ribadita.
Peraltro, un punto mai completamente chiarito fu l'inaspettata presenza di truppe nel com-plesso a sud della prigione attaccato erroneamente da Greenleaf. Vari indizi, tra cui l'alta statu-ra degli avversari e l'assenza di mostrine, hanno infatti portato a ritenere che si trattasse di un reparto cinese lì acquartierato e destinato all'addestramento dei sud vietnamiti (si rammenti che nelle vicinanze si trovavano un campo di addestramento e varie unità militari). Dopo la missione gli esperti dell’intelligence statunitense interrogarono a lungo i membri del gruppo d'assalto, senza tuttavia riuscire ad ottenere informazioni certe sull'origine dei soldati affrontati. In ogni caso, dopo il raid i cinesi ritirarono per qualche tempo il loro appoggio al Vietnam del Nord riducendo sensibilmente le forniture di materiale bellico, una mossa giudicata "di punizione" per quanto accaduto.
Dal punto di vista militare il raid fu comunque un indubbio successo: gli Stati Uniti avevano dimostrato di potere colpire in profondità i nordvietnamiti con un'azione combinata di successo che mescolava superiorità tecnologica, addestramento, aggressività e flessibilità delle Forze Speciali, oltre ad una effettiva capacità di azione combinata a tutti i livelli che, però, fu una delle motivazioni che nel 1987 portarono alla creazione dell'United States Special Operations Command. Il grande e positivo effetto psicologico che l'incursione ebbe sui prigio-nieri non mancò di fornire preziose indicazioni sulle procedure da seguire in questi casi, come venne poi fatto nel 1993 a Mogadiscio dopo la cattura del caporale Michael Durant, con un elicottero che - nei giorni successivi - continuò a sorvolare la città africana lanciando via megafono messaggi per l'americano caduto prigioniero per fargli sapere "che non era stato abbandonato".
Tutti i partecipanti al raid vennero decorati a vario titolo: furono assegnate sei Distinguished Service Cross, cinque Air Force Cross e 85 Silver Stars, mentre il generale Manor fu decorato con la Distinguished Service Medal.
"Bull" Simons non divenne mai generale. Malgrado fosse stato decorato da Nixon con la Distinguished Service Cross, per potere continuare a restare nelle Forze Speciali non aveva mai frequentato il corso di Stato Maggiore (all'epoca i membri delle Forze Speciali non potevano raggiungere gradi superiori a quello di colonnello, e se volevano essere promossi dovevano abbandonare la specialità), e il 31 luglio 1971 lasciò così il servizio con il grado - per l'appunto - di colonnello.
Nel 1979 venne però ingaggiato dal miliardario Ross Perot, suo amico ed ammiratore (che all'epoca aveva dato un grandioso ricevimento per celebrare i protagonisti del raid di Son Tay) per liberare due suoi dipendenti civili fatti prigionieri in Iran dalle Guardie Rivoluzionarie di Khomeini. L'azione fu un successo, con il rientro a casa dei due statunitensi insieme al team di Bull Simons che, per liberarli, aveva letteralmente demolito una prigione consentendo la fuga di circa 1.100 prigionieri politici iraniani, tra l'altro ispirando allo scrittore Ken Follett il libro dal titolo Sulle ali delle aquile del 1982.
Come si è dimostrato l'esistenza del campo di Son Tay era nota ai vertici della CIA, della DIA e dell'US Army ben prima di quanto precedentemente ritenuto, ossia i primi mesi del 1970. Peraltro, le illazioni relative alla presenza di informatori sul posto hanno trovato conferma nella documentazione di origine CIA solo recentemente desecretata e resa disponibile ai ricercatori. Resta aperta la questione relativa all'effettiva presenza di militari cinesi nell'area, ma si tratta - come già detto - di ipotesi di studio che potranno forse essere verificate quando si realizzerà un pieno accesso agli archivi dei due paesi, per il momento non ancora possibile. Per quanto concerne l'esecuzione del raid è invece da ritenersi completamente infondata la notizia, ripresa negli anni anche dalla stampa specializzata italiana che si è occupata più volte dell'operazione (arrivando addirittura a scrivere che sul fondo dell'elicottero precipitato fossero stati collocati dei materassi per attutire il colpo) (28), che lo schianto di Banana fosse voluto. I documenti ufficiali non citano in nessun punto il fatto che per l'HH-3 fosse prevista una simile azione, che nella migliore delle ipotesi sarebbe stata quantomeno azzardata dati i rischi che comportava e le testimonianze in merito non lasciano dubbi sul fatto che si sia trattato di un incidente.
Al di là, quindi, dell'indubbia capacità evocativa nell'immaginario collettivo che un'operazione come "Kingpin" ebbe, e che non mancò di ispirare anche la trama di alcune fortunate produzioni hollywoodiane come gli esperti cinefili non avranno mancato di riconoscere, essa nondimeno contribuì a delineare all'interno delle forze armate statunitensi un vero e proprio paradigma che nei decenni successivi influenzò sia la condotta delle operazioni militari, sia la dottrina militare stessa nella parte relativa alla consapevolezza ad ogni livello di comando che ogni sforzo debba sempre essere fatto per riportare a casa i commilitoni caduti prigionieri. Dottrina - quasi una filosofia - che, come qualche osservatore ha felicemente sottolineato, pro-prio "Bull" Simons riassunse con poche semplici parole per spiegare ad un giornalista che lo intervistava il "fallimento di successo" di Son Tay: "[...] È vero, non abbiamo trovato nessuno dei nostri. Ma almeno ci abbiamo provato, ed era nostro dovere farlo".
(L. Carretta)