LIBRO      "IL VIAGGIO DELL'AUSTRALE"
UN'AVVENTURA .... IRRIPETIBILE .............

 

 

Questa edizione è stata realizzata grazie all'impegno di     



Al mio nipotino Davide Nguyen Sossai che tanta felicità e amore sta dando a tutta la nostra famiglia. Gli dedico questo libro se un giorno volesse conoscere la storia del paese dove è nato, il Viet Nam. Paese meraviglioso che sembra un immenso giardino con grandi fiumi che lo attraversano, baie e isolette e favolose risaie, e le foreste dove ancora vivono la tigre e il bufalo selvatico. E stupendi fiori profumatissimi come il fiore della solitudine.
Caro Davide un tempo il tuo era un popolo di contadini che per difendere la propria terra e uscire dalla schiavitù ha sempre dovuto combattere contro forze straniere, i cinesi, i giapponesi, i francesi, gli americani. Oggi il tuo paese è in pace e affida il suo futuro a tanti piccoli come eri tu quando sei arrivato fra noi, lasciando i tuoi amici nell'orfanotrofio di Ho Chi Minh City. Speriamo che in qualche angolo del mondo abbiano trovato anche loro il calore e la tenerezza di una famiglia.
Caro Davide un giorno quando sarai grande capirai quale immensa ricchezza sia essere cittadino del mondo. Tu in particolare sarai orgoglioso d'essere un italiano di origine vietnamita.
Non dimenticarlo mai: il bello è proprio nella differenza.
Nel sapere rispettare e amare gente di altre religioni, altre razze, altra lingua, altre ideologie.
Il tuo nonno Luciano
 


Ringraziamenti
In questo lavoro di raccolta delle testimonianze di ieri e di oggi Luciano ed io dobbiamo ringraziare un po' di amici per la loro affettuosa vicinanza. Cominciamo dall'architetto Giorgio Richetti, che negli anni Novanta fu Il primo a stabilire importanti contatti economici Genova-Viet Nam.
Richetti ha generosamente messo a nostra disposizione il suo diario di viaggio che ha una freschezza degna dì essere assaporata.
Proseguiamo con Pietro Tarallo che ci ha permesso di saccheggiare la sua guida sul Viet Nam pubblicata da Ulysse Mozzi, editore milanese, nel 2004. È una delle poche guide turistiche su! Viet Nam scritte da un italiano. Noi la abbiamo infilata in un cassetto della scrivania invece che in uno zaino ma ci è sembrato lo stesso di viaggiare. Una compagna meravigliosa.
Richetti e Tarallo ci hanno soprattutto raccontato il Vietnam postbellico, dove la pace ha quasi cancellato le tracce crudeli del conflitto. Quindi emozioni in negativo e in positivo. Ambedue questi amici hanno messo a disposizione splendido materiale fotografico ad integrare il nostro archivio che ha origini esclusivamente dai reportage di Sossai.
Ringraziamo anche Sergio Bertorello, leader dell'associazione Italia Viet Nam per la sua indispensabile amichevole adesione.
Infine grazie a tutti coloro che ci hanno aiutato a salpare su questa nave a intraprendere un viaggio periglioso, ma senza burrasche, con un approdo impagabile. Coloro che ci hanno aiutato nelle ricerche e tutte le persone che all'interno degli enti pubblici ci hanno sostenuto. E in anticipo ringraziamo quelli che vorranno divulgare questo, per noi prezioso, libretto.
Donata Bonometti e Luciano Sossai

©Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-81 63-528-3 Finito di stampare nel mese di settembre 2008 nello stabilimento litografico della Erga Edizioni via Biga 52 r canc. 16144 Genova -
Tel. 010 8328441 - Fax 010 8328799 Catalogo on line - www.erga.it


SOMMARIO
Saluto di Nguyen Van Nam Ambasciatore della Repubblica Socialista del Viet Nam in Italia
Presentazione di Claudio Burlando Presidente della Regione Liguria
Introduzione
Cosa accadeva in quegli anni a Genova, in Italia e nel mondo
II Viet Nam
La fase preparatoria
La nave dell'amicizia
La guerra
La sporca guerra
II Museo della Guerra
Storie di vita e appunti di viaggio
Piccole storie di vita vissuta da Sossai appena arrivato
Appunti di viaggio di Giorgio Richetti
La musica rock e il cinema parlano di Viet Nam
II Viet Nam 30 anni dopo di Pietro Tarallo
L'Associazione Italia -Viet Nam
Documenti

Saluto di Nguyen Van Nam
Ambasciatore della Repubblica Socialista del Viet Nam in Italia
L'immagine della nave Australe che nel 1973 partiva dal porto di Genova per trasportare gli aiuti del popolo italiano al popolo del Viet Nam, che era in piena lotta contro l'aggressione americana per la propria indipendenza e la libertà rimane e rimarrà per sempre nei cuori di milioni e milioni di vietnamiti. Quel viaggio della nave e il suo equipaggio composto da marinai della Cooperativa Garibaldi - Comandante Giulio Cesare Calamanni - e accompagnato da Luciano Sossai, per conto dell'Associazione Nazionale d'Amicizia Italia-Viet Nam, fu un simbolo della solidarietà internazionale del popolo italiano, delle sue forze politiche progressiste verso i popoli che lottano per il proprio destino, propria identità e libertà.
Sono particolarmente felice di testimoniare oggi la pubblicazione del libro che racconta di quel viaggio eroico che l'equipaggio dell'Australe ha compiuto dopo aver attraversato decine di migliaia chilometri di mare e superato molteplici pericoli per la loro vita. L'obiettivo dell'equipaggio era semplice ma nello stesso tempo particolarmente nobile vale a dire quello di portare quei preziosi aiuti, ivi compreso anche il sangue donato da tanti italiani al popolo vietnamita che combatteva a testa alta per la propria liberazione, indipendenza e libertà. Con il loro viaggio i lavoratori portuali di Genova riuniti nella Compagnia Unica hanno dimostrato di essere disposti ad accettare sfide e pericoli rischiando anche la loro vita per essere a fianco ai loro colleghi - operai portuali di Hai Phong - ed all'intero popolo vietnamita che in quel momento dovevano lavorare e combattere quotidianamente sotto continui bombardamenti americani portando a loro quel carico di grande solidarietà.
L'approdo della nave Australe ai moli del porto, quasi totalmente minato, di Hai Phong, la presenza dei marittimi e operai portuali di Genova ad Hai Phong in quei drammatici giorni di guerra, rappresentarono davvero la volontà invincibile dei popoli combattenti per la pace e giustizia nel mondo.
E infatti proprio la solidarietà del popolo italiano e dei popoli amanti della pace e della giustizia in tutto il mondo è stata uno dei fattori fondamentali della gloriosa vittoria del popolo vietnamita sia nella sua lunga resistenza per la libertà e liberazione nazionale nel passato che nell'opera di ricostruzione e di sviluppo del paese oggi. Sono convinto che la solidarietà degli operai e lavoratori portuali genovesi conserva tutt'oggi la sua validità e significato e ci insegna che con la solidarietà si possono vincere tutte le prove anche quelle più dure come la guerra!
Ma II Viet Nam non è solo una storia di guerra. C'è un altro Viet Nam. Un Viet Nam che è il punto d'incontro di tante e diverse religioni e culture, un Viet Nam di ricchissime tradizioni culturali e storiche, un Viet Nam che dopo tante sofferenze e distruzioni sa trarre dalla sue profonde tradizioni culturali e morali quella grande forza per andare verso la prosperità, la pace e la fratellanza con altri popoli con suo instancabile impegno e ottimismo.
Il Viet Nam di oggi è un paese di 86 milioni di abitanti impegnato in una dinamica fase di sviluppo e trasformazione e un paese che si sta impegnando attivamente nel processo di integrazione e di cooperazione regionale ed internazionale. Infatti l'economia del paese cresce con un ritmo medio annuo da 7,5 a 8,5% nell'ultimo decennio e si prevede che il PIL del paese continuerà a crescere con il ritmo di 8-8,5% nei prossimi 5 anni. E con lo sviluppo economico il tenore della vita della popolazione ha registrato un continuo miglioramento.
Il livello della scolarizzazione è tra i più alti nel mondo. Il numero delle famiglie che vivono sotto la soglia della povertà è ridotta dal 58% nel 2000 al 17% nel 2005 e sarà ulteriormente ridotto al 11% nel 2010. E non solo i successi economici e sociali, il Viet Nam oggi è un paese di pace e un partner sicuro e potenziale di cooperazione con tanti altri stati e nazioni nel mondo e in questi ultimi anni ha ristabilito e sviluppato rapporti di cooperazione economica, commerciale e politica con circa 160 paesi e territori del mondo.
Il Viet Nam oggi fa parte del processo dell'integrazione regionale nel Sud - Est asiatico che è l'organizzazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico - ASEAN, del forum di cooperazione Europa -Asia (ASEM), dell'APEC e OMC.
Il Viet Nani è stato di recente eletto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU per il periodo 2008-2009. L'elezione del paese al Consiglio di Sicurezza dell'ONU rappresenta una nuova opportunità per il Viet Nam di lavorare insieme con la comunità internazionale per la pace e stabilità nel mondo e dimostra il grandissimo prestigio che il paese gode oggi nella comunità internazionale.
Sono convinto che tutto quello che il Viet Nam ha potuto conseguire in questi ultimi anni sia nel campo di sviluppo economico-sociale e sul piano internazionale dimostra che esso sa di essere sempre fedele e degno della grande solidarietà e dell'amicizia del popolo italiano e degli altri popoli nel mondo.
Colgo questa occasione per esprimere un sincero ringraziamento al Presidente della Giunta Regionale Signor Claudio Burlando per il suo patrocinio e prezioso appoggio alla pubblicazione del libro sulla nave di solidarietà Australe, al Presidente del Comitato Genovese di Amicizia Italia - Viet Nam Sig. Luciano Sossai e al suo segretario e compagno Sig. Sergio Bertorello, alla Compagnia Unica dei lavoratori portuali per il loro valido contributo affinché il progetto del libro sulla nave Australe possa essere realizzato.
Desidero inoltre inviare un particolare ringraziamento alla Dott.ssa Donata Bonometti giornalista de "II Secolo XIX" di Genova per la sua pazienza e determinazione nella realizzazione del libro che rappresenta una bellissima testimonianza della grande solidarietà e della grande generosità e coraggio dei lavoratori portuali genovesi.
Porgo infine un caloroso saluto a tutti i lettori del libro e sono convinto che potranno trovare nel libro un valore fondamentale che è rappresentata dalla solidarietà dei popoli.



Presentazione di Claudio Burlando
Presidente della Regione Liguria
Mi fa molto piacere introdurre alla lettura di questa bella storia di generosa solidarietà.
Ricordo una mattina nella sede della "Compagnia Unica dei Lavoratori delle Merci Varie", non molto tempo fa, una discussione, anzi una rievocazione, da parte dell'ambasciatore del Vietnam e di Luciano Sossai: era con noi anche Donata Bonometti. Ero stato testimone di una rievocazione molto ricca di colori, sentimenti, aneddoti: come fu che i portuali genovesi - correva l'anno 1973 - avevano deciso di riempire una nave di ogni sorta di beni destinati al popolo che, laggiù in Asia, stava combattendo una battaglia durissima per la propria indipendenza e la propria libertà.
Alla fine di quella chiacchierata molto istruttiva e commovente mi era venuto spontaneo dire: ma perché non lo scrivete questo racconto?
Sono grato dunque a Donata, che con la sua intensa scrittura ha reso possibile quell'auspicio, realizzando il libro che ora avete in mano. E sono grato, naturalmente, a tutti coloro che hanno collaborato a questo piccolo ma a mio avviso molto importante progetto editoriale. Sì, questa storia andava raccontata.
È la testimonianza dell'intensità di una passione politica che i portuali genovesi incarnano, non solo sul fronte della solidarietà internazionale, ma che in quel frangente aveva assunto pienamente tutti i contenuti di un impegno straordinario e profondamente originale. Fatto di una miscela del tutto particolare: la competenza professionale, la dignità del lavoro, la vocazione per ogni causa di libertà.
L'idea di spedire in Vietnam una nave di aiuti era già di per sé una sfida di grande difficoltà. Non si trattava solo di trovare, grazie a un moto di solidarietà che si moltiplicò ben al di là della comunità portuale che aveva promosso il progetto, i beni da far giungere a quel popolo in lotta.
Bisognava caricare la nave - e questo era forse il compito più facile per gli espertissimi lavoratori della Compagnia - ma soprattutto si doveva poi guidarla in un teatro di guerra, con tutti i rischi che ciò comportava. E infatti leggerete come non fu affatto semplice trovare l'equipaggio disponibile a questa avventura - ovviamente su base volontaria - e come gli stessi "camalli" che credevano in quella missione avessero accettato di farsi anche marinai per assicurare il successo dell'iniziativa.
Dunque una vicenda nata da una passione democratica assume anche i contorni di una avventura di mare. Rievocare questa storia, tenendosi distanti da ogni retorica fuori luogo, acquista senso di fronte alla realtà del Vietnam di oggi, un paese che sta conoscendo una notevole fase di crescita, agganciata al trend fortissimo di sviluppo di queste aree del Lontano Oriente, con i giganti di Cina e India divenuti le più potenti locomotive del mondo.
Ero stato in visita in Vietnam nel '97. Un'esperienza toccante. Ricordo la bellezza delle architetture coloniali di Hanoi, la presenza nella città di una natura lussureggiante, incontaminata. Il Vietnam faticava ancora, però, a ingranare la marcia dello sviluppo. E passata una decina d'anni, e il paese che si era liberato trent’anni fa - evocando l'immagine di un Davide che vince il gigante Golia - ora partecipa di uno sviluppo che allora era francamente inimmaginabile. Coltivare la memoria diventa allora un esercizio indispensabile. Genova sta infittendo le proprie relazioni economiche e culturali con i paesi asiatici. Abbiamo anzi l'ambizione di diventare la principale porta mediterranea, aperta verso l'Europa, per il transito dei traffici in entrata dal Far East di quelli in uscita verso le nuove capacità di consumo di popolazioni che pur tra tante drammatiche disuguaglianze e contraddizioni, si stanno affrancando dalla povertà. Lo scambio delle merci e i reciproci vantaggi economici vogliamo che siamo accompagnati dalla capacità di riconoscere i sentimenti, le idee, le storie degli uomini e delle donne che sono protagonisti di queste nuove occasioni di incontro. Oggi come e più di ieri.

 


INTRODUZIONE
I giovani di tutto il mondo furono i protagonisti principali per la fine della guerra nel Viet Nam
La guerra, qualunque sia e comunque sia motivata, è una terribile espressione dell'uomo di cui dobbiamo avere vergogna. Una grande vergogna, anche se noi direttamente non vi abbiamo mai partecipato. Vergogna perché tante persone come noi subiscono, anche in questo stesso momento, le atrocità di qualche conflitto che non avrebbero mai voluto e che non comprendono. Donne, uomini, bambini, giovani e vecchi che vedono finire la propria esistenza, quella dei propri cari, di un amico, di un marito, di un figlio, gente che subisce orrende mutilazioni, persone che resteranno traumatizzate per tutta la vita e che, con ogni probabilità, trasmetteranno le lo loro frustrazioni e le loro terribili paure alle generazioni a venire.
Conosci qualcuno che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale? Potrai constatare quale segno abbia lasciato, quanto sia ancora vivo e terrificante il ricordo dei bombardamenti, le rappresaglie e i rastrellamenti nazifascisti, le fucilazioni, l'atrocità delle deportazioni. E sono passati più di sessant’anni!!!
Le zone del conflitto rimangono per lunghissimo tempo aree ad alto rischio per residui bellici, bombe a grappolo, mine antiuomo, talvolta rimangono improduttive per decenni o per sempre secondo le armi impiegate come defolianti, napalm, arancio* e il più recente uranio impoverito. Un dramma senza fine. Da sempre la guerra è deprecata. Da sempre si sostiene che non bisognerebbe più farne e da sempre se ne fanno e rifanno. La domanda giusta da porsi è "a chi giovano le guerre?" e qui potremmo riempire di parole la distanza che ci separa dalla luna.
Sì, perché la guerra a qualcuno giova, a qualcuno conviene. La guerra è un business. Questo è stato teorizzato! La guerra è un calmiere demografico, anche questo è stato teorizzato. E tante sono le teorizzazioni e i pretesti guerrafondai da poter riempire la distanza che ci separa dall'inferno.
Questa premessa di richiamo alla vergogna verso la pratica tipicamente umana della guerra aiuta a capire su quale linea si mosse il pacifismo che tanto ruolo ebbe nel far terminare il conflitto del Viet Nam di cui si parla in questo libro e della solidarietà come unica arma nelle mani di chi non vuole vergognarsi di essere uomo. E in questo libro ne abbiamo un esempio.
Forse impropriamente, con il termine pacifismo intendiamo tutti quei movimenti di intellettuali e quelli della gente che muovendo dal rifiuto della guerra, si schierarono in tutto il mondo contro l'aggressione immotivata e pretestuosa degli USA nel sud est asiatico. Fu un enorme movimento che così grande non si era mai visto, movimento di giovani, perché sono i giovani le prime vittime della guerra, quelli che vanno a farsi ammazzare e ad ammazzare (ricordi La guerra di Piero di De Andre?) chi perché è aggredito, chi perché gli viene ordinato di aggredire. E in mezzo a quell'assurdo orrore emergono gli aspetti più retrivi e innominabili di una natura che definiamo umana ma che in quelle circostanze non sembra esserlo. L'uomo in guerra fa cose innominabili. Compie una ributtante metamorfosi kafkiana. Ognuno diventa Gregor Samsa, un cambiamento che segnerà per la vita l'individuo che lo vive. Non sarà più l'uomo di una volta, nulla per lui sarà come prima sia con se stesso sia col resto del mondo che farà di tutto per ignorarne lo stato e soprattutto cosa lo ha generato.
Già dal secondo dopoguerra, negli Stati Uniti, comincia a svilupparsi una coscienza contro, che caratterizzerà la Beat Generation: un gruppo di giovani, per lo più poeti e scrittori, che sviluppa un pensiero fuori dalle righe. Scrive in quegli anni Allen Ginsberg, uno dei principali esponenti: «Aiuteremo a modificare le leggi che governavano i cosiddetti paesi civili di leggi che hanno coperto la Terra di polizia segreta, campi di concentramento, oppressione, schiavitù, guerra, morte».
Jack Kerouac, Neal Cassady, William S. Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, Henry Miller, Charles Bukowski ne sono i principali protagonisti. Inizialmente, il movimento beat, anche grazie al successo di Sulla strada di Jack Kerouac raccoglie un grande consenso e dà vita a movimenti collaterali come i "figli dei fiori" e i beatniks. Pur con molte differenze, soprattutto nel modo di vivere e per il comunitarismo rispetto all'estremo individualismo dei primi, si venne a creare un universo comune di idealismo che sfociò in una memorabile rivolta contro la borghesia americana che si convoglierà poi nella protesta contro la guerra del Viet Nam.
A Milano il movimento beat fu nel 1966 contestazione e protesta. Si ricorda la rivista "mondo Beat" che ne fu l'espressione. I beat e i "capelloni" italiani, talvolta molto politicizzati, cominciarono a partecipare alle manifestazioni contro la guerra del Viet Nam e a sostegno dei diritti civili come il divorzio e l'obiezione di coscienza nei confronti del servizio militare.
Questo fenomeno si relaziona con il '68 e l'autunno caldo operaio del '69? Forse. Molti sostengono che si tratti di fenomeni contigui ma da considerarsi separatamente. Certo è che sulla scia di tutti questi movimenti giovanili e di intellettuali o forse perché le cose più semplicemente sono nell'aria e le si colgono quando se ne ha l'opportunità, si respira un'aria nuova. Comincia Parigi con la dirompente contestazione studentesca. I nostri ragazzi non stanno a guardare. E subito dopo gli operai escono dalle fabbriche: per la prima volta lavoratori e studenti a fianco nelle piazze, tutti a rivendicare sostanzialmente i valori della dignità di ogni uomo, del diritto alla pace, al lavoro, alla libera scelta, all'ecologia che si affacciava allora timidamente nelle coscienze tanche grazie a Ginsberg e al suo io organico parte di un insieme). La Beat Generation aveva vinto questa battaglia.
L'arte è protagonista. "Un artista è un essere politico, costantemente vigile davanti ai laceranti, ardenti o dolci avvenimenti del mondo" disse Pablo Picasso. E gli artisti, consapevoli che l'arte non è "neutra", hanno denunciato - con un romanzo, una poesia, una canzone, un quadro, un film - l'orrore della guerra. Durante la guerra del Viet Nam, l'Arte Povera si avvicinò ai movimenti di protesta. Ad esempio l'opera Viet Nam di Pistoletto del 1965 raffigura un gruppo di manifestanti pacifisti in uno specchio, in modo tale che gli spettatori si riflettessero in esso diventando parte integrante dell'opera stessa. L'Arte Povera, che nasce dall'Arte Concettuale (ma ha forti legami anche con la pop art) e talvolta con essa e in essa sfuma, è un'espressione significativa di quell'epoca così come lo fu il trasgressivo movimento Fluxus che abbracciò musica, teatro e arti visive.
War is over if you want it. Significa "la Guerra è finita se lo vuoi". Questo è il titolo del manifesto che John Lennon e Yoko Ono (anche lei aderente a Fluxus) realizzarono contro la tragedia umana della Guerra del Viet Nam e che fu presente in dodici città in tutto il mondo, in 12 lingue diverse.
Ma non furono solo queste le espressioni artistiche che si mossero a favore della fine della "sporca guerra". Molti altri, musicisti, registi e attori, fecero sentire vigorosamente la propria voce coinvolgendo intere schiere di giovani e il consenso dei pacifisti di tutte le età. Di ciò si parla diffusamente in altra parte di questo libro.
Non bisognerebbe poi dimenticare che accanto alle manifestazioni intellettuali, in quegli anni avveniva il sacrificio di molti bonzi buddisti che si diedero fuoco nel Viet Nam del sud per protesta contro la guerra. Seguirono questo tragico esempio sacrificando la vita allo stesso modo due giovani americani: Norman Morrison di 32 anni davanti al Pentagono e Roger Allen La Porte di 22 anni davanti al palazzo dell'ONU.
Menti sconvolte, qualcuno dirà, ma con buone ragioni per esserlo. Purtroppo non siamo riusciti a trovare né il numero né i nomi dei monaci buddisti che si sono sacrificati, ma siamo onorati di rivolgere a loro un pensiero di umana gratitudine.
In quei terribili anni migliaia dì giovani americani emigrarono in Canada o in Svezia, piuttosto che rischiare di partire per il Viet Nam. Infatti il sistema di reclutamento era considerato assolutamente ingiusto venendo arruolata solo una parte degli uomini in età di leva con ampia discrezionalità su chi arruolare e chi dispensare e quindi con l'ovvia discriminazione dei ceti più deboli perché privi di appoggi. Anche questa non è storia nuova.
La guerra del Viet Nam si concluse con il ritiro dell'ultimo americano il 30 aprile 1975 e il Viet Nam ritornò a essere un unico stato.
Il 17° parallelo non era più simbolo di divisione.
Agente Arancio era il nome in codice dato dall'esercito USA ad un defoliante che venne usato ampiamente durante la Guerra del Viet Nam. L'Agente Arancio è un liquido incolore contenente diossina: il suo nome deriva dal colore delle strisce sui fusti per il suo trasporto. Veniva lanciato dagli aerei e a terra dall'esercito statunitense per bloccare i movimenti nella giungla dei vietcong e avvelenare il terreno per togliere sostentamento al nemico. Le conseguenze gravissime si sentono purtroppo ancora oggi. (Fonti: www.peacereporter.net, Ìt.wikipedia.org/wiki/Agente_Arancio)

I motivi di una guerra assurda
Nella Conferenza di Ginevra (1954) che si tenne a seguito della sconfitta della Francia ad opera dell'esercito Vietnamita guidato da Ho Chi Minh, la penisola indocinese venne divisa in tre Stati indipendenti; Laos, Cambogia e Viet Nam.
II Viet Nam fu diviso a sua volta in due lungo il 17° parallelo: Viet Nam del Nord, riconosciuto come una repubblica democratica, con Hanoi per capitale, guidata da Ho Chi Minh e sotto l'influenza sovietica; Viet Nam del Sud, capitale Saigon, governato cattolico Ngo Dinh Diem, sotto il controllo americano.
Secondo gli accordi nel giugno 1956 si sarebbero dovute tenere le elezioni per unificare il paese, elezioni che non si tennero mai perché il governo della Repubblica Sudvietnamita, con l'appoggio degli USA (il Presidente era D. Eisenhower) volle il Sud-est Asiatico come un altro fronte della Guerra Fredda e quindi non aveva interesse a far tenere elezioni democratiche che sarebbero state sicuramente vinte dai comunisti. Per salvare l'RVN, gli USA iniziarono ad inviare prima consiglieri militari poi soldati e poi i bombardamenti. Il Viet Nam del Nord, che era appoggiato da Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese, appoggiò a sua volta l'FLN con armi e rifornimenti, consiglieri, e unità regolari dell'Esercito del Viet Nam del Nord.
Io non credo che il popolo vietnamita abbia apprezzato quei bombardamenti, il napalm e tutto il resto che avevano lo scopo di evitare che i comunisti vincessero democraticamente le elezioni. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Le Leggi di guerra terrestre, l'insieme di trattati espressi dalla tradizione e dalla pratica, incluse le varie Convenzioni di Ginevra e Convenzioni dell'Aia, richiedono che le ostilità non possano cominciare senza una Dichiarazione di guerra.
Le Potenze contraenti riconoscono che le ostilità fra esse non devono cominciare senza un avvertimento preliminare e non equivoco, che avrà sia la forma d'una dichiarazione di guerra motivata, sia quella di un ultimatum con dichiarazione di guerra condizionale. (Convenzione dell'Aia III, articolo 1, 18 ottobre 1907)

La Costituzione degli Stati Uniti specifica il potere di dichiarare guerra: Il Congresso avrà facoltà di: (...) Di dichiarare la guerra, di concedere permessi di preda e rappresaglia, e di stabilire norme relative alle prede in terra e in mare.
Nessuna dichiarazione venne richiesta o concessa dal Congresso, il Presidente Johnson si affidò al suo ruolo di Comandante in Capo delle Forze Armate e alla Risoluzione del Golfo del Tonchino come giustificazione per l'intensificazione del conflitto.

Le cifre dell'orrore
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il Viet Nam ha rilasciato delle cifre, il 3 aprile 1995, che parlano di 1.000.000 di combattenti vietnamiti e 4.000.000 di civili uccisi durante la guerra. L'accuratezza di queste cifre, in genere non è mai stata contestata. Non è chiaro quanti vietnamiti vennero feriti nel corso del conflitto.
Da parte degli americani, 58.226 vennero uccisi in azione o classificati come dispersi in azione. Altri 153.303 americani vennero feriti (di cui 100.000 mutilati, si dice), dando un totale di 211.529.


 


Cosa accadeva in quegli anni a GENOVA, in ITALIA e nel MONDO
Mentre dall’altra parte del mondo c’è guerra e morte, fame e tortura, in Italia, e a Genova, la vita, in confronto, scorre apparentemente tranquilla. Ma gli inizi degli anni Settanta lasciano intravedere inquietudini pronte a deflagrare.
Da “Oltre un secolo di Liguria” bella pubblicazione in occasione dei 100 anni di fondazione de Il Secolo XIX, nel 1986, ecco alcuni estratti di articoli che efficacemente ci descrivono un’epoca.

1971 Nel mondo
continua la crisi del Medio Oriente con scontri fra Feddayn e truppe giordane, c’è fermento nel Pakistan dove la regione orientale si dichiara indipendente con il nome di Bangla Desh. Nella diplomazia internazionale sale la stella di Henry Kissinger, segretario di Stato americano, protagonista di una sensazionale apertura verso la Cina che a ottobre sarà ammessa all’Onu.
In Italia il ministro degli interni Restivo rivela alla Camera che nel 1970 c’è stato un tentativo, abortito, di colpo di Stato per opera del principe fascista Borghese, già comandante repubblichino. Che terrà una delle sue riunioni proprio nel castello di Boccadasse.
La mafia colpisce in Sicilia uccidendo il procuratore della repubblica Michele Scaglione.
A Genova due banditi aggrediscono il capo ufficio e il fattorino dell’Istituto Autonomo Case Popolari di ritorno dall’aver incassato in banca i soldi per gli stipendi dei dipendenti. Il fattorino Alessandro Floris, che tenta di fermarli mentre scappano in Lambretta, verrà ucciso. Un giovane alla finestra assiste alla scena drammatica e la riprende con la sua macchina fotografica. Una istantanea che farà il giro del mondo. Mario Rossi uno dei banditi si arrende nei pressi del palazzo della Curia dopo una rocambolesca fuga nel traffico del centro. Si saprà in seguito che Rossi fa parte della banda che ha rapito l’anno prima Sergio Gadolla, figlio di una altolocata famiglia genovese. È la banda 22 ottobre composta da una cinquantina di giovani che abitano quasi tutti nella zona di piazzale Adriatico. È un gruppo di quartiere, come tanti ne sorgono in quegli anni a Genova. La polizia li definisce anarcoidi, ex comunisti, si dice, che non condividono la linea morbida del PCI. Partecipano alle manifestazioni di piazza, sono gli autori dei primi attentati.
C’è aria di rivoluzione e le vicende della banda 22 ottobre ne sono una eloquente anticipazione.
Il 6 maggio Milena Sutter, 13 anni, figlia di un ricchissimo industriale, esce dalla Scuola Svizzera, di via Gropallo, saluta gli amici e si dirige verso casa sua, in Albaro, dove non arriverà mai. Quindici giorni dopo il suo corpo affiora nel mare di Priaruggia. È stata strangolata, lo stesso giorno del rapimento, e buttata in mare sperando che il peso di una cintura da sub la trascinasse sul fondo. Viene arrestato Lorenzo Bozano, un giovane uomo che era stato visto spesso a bordo della sua spider rossa nei pressi della scuola svizzera. È ancora in carcere per quell’orrendo delitto che sconvolse l’Italia intera.

1972. Nel mondo il terrorismo comincia a dare i suoi terribili segni. All’aeroporto di Lod in Israele, tre giapponesi uccidono venti persone. Alle Olimpiadi di Monaco un commando di arabi sequestra atleti israeliani e uccide un allenatore. Le febbrili trattative sembrano portare ad una soluzione incruenta, ma l’intervento della polizia scatena la reazione dei guerriglieri. È una strage, muoiono tutti: rapitori e ostaggi.
Anche nell’Irlanda del Nord non c’è pace. I cattolici si barricano a Londonderry e a Belfast. Gli inglesi li snidano con i carri armati.
Oscure trame anche in Italia. In primavera un notissimo personaggio, l’editore ed intellettuale Giangiacomo Feltrinelli viene trovato morto ai piedi di un traliccio nella campagna milanese. Dilaniato da una bomba che egli stesso stava innescando.
Viene ucciso il commissario Calabresi, autore delle prime indagini sulla strage di piazza Fontana. Aveva arrestato l’anarchico Pinelli che morirà misteriosamente dopo un “volo” giù dalla finestra della questura. E successivamente viene incolpato un altro anarchico Pietro Valpreda di cui la sinistra chiede a gran voce la liberazione, mentre l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana comincia ad individuare responsabilità di gruppi di destra.
Due incidenti aerei sgomentano il mondo. A Palermo un DC8 dell’Alitalia si schianta contro la montagna durante l’atterraggio, muoiono 112 persone. Sulla Cordigliera delle Ande scompare un aereo con 45 persone a bordo. Due mesi dopo vengono ritrovati i sedici sopravvissuti che sono riusciti a non morire di fame cibandosi dei corpi delle vittime.
A Genova uomini talpa falliscono per un soffio il colpo miliardario in una banca di piazza Campetto, il gestore del bar della stazione ferroviaria minaccia di licenziamento le dipendenti che si presentano al lavoro in pantaloni, e si ricomincia ad uccidere nel paesino di Bargagli dove dal dopoguerra c’è una catena di morti misteriose. Testimoni di avvenimenti inquietanti, custodi di tragici segreti, la morte di un maresciallo torturato, soldi scomparsi rapinati ai tedeschi in fuga. Solo nel 1984 alcuni anziani del paese verranno arrestati, ma alcuni delitti di cui erano accusati erano caduti in prescrizione. Delle altre violente morti non furono mai trovate le prove.

1973 Nel mondo. Gli Stati Uniti escono dalla sanguinosa guerra del Viet Nam attraverso gli accordi di Parigi che concludono la lunghissima trattativa condotta da Henry Kissinger con Le Duc Tho negoziatore per conto del Viet Nam del Nord: “Cessate il fuoco, scambio di prigionieri, evacuazione delle truppe americane nell’arco di due anni.”
A pochi mesi dalla tregua il presidente Nixon viene coinvolto nel caso Watergate, un episodio di spionaggio politico messo in atto dai repubblicani contro i democratici. Nixon è accusato di essere al corrente di tutto e di aver coperto lo scandalo. È costretto a dimettersi.
Grecia e Cile teatro di sanguinose rivoluzioni. Ad Atene il re Costantino viene destituito e va in esilio. Viene proclamata la repubblica. Papadopulos si fa eleggere presidente ma entro la fine dell’anno è vittima di un golpe militare che insedia il generale Ghizikis.
In Cile finisce la stagione di Salvatore Allende, presidente marxista. Approfittando di un momento critico per il paese, i militari prendono d’assalto il palazzo presidenziale dove Allende muore. Comincia la dittatura del generale Pinochet.
In Italia il terrorismo incalza. A Milano durante una manifestazione fascista fronteggiata dalla polizia uno dei dimostranti scaglia una bomba a mano che uccide l’agente Antonio Marino.
Un’altra bomba a mano viene lanciata davanti alla questura mentre si inaugura un busto in ricordo del commissario Calabresi. L’attentato che causa tre morti e cinquanta feriti, è opera di un anarchico.
A Genova è l’anno dei grandi processi. I giudici assolvono per insufficienza di prove Lorenzo Bozano, che solo le successive sentenze riconosceranno come l’autore dell’omicidio di Milena Sutter. Ma il primo grado è a favore del “biondino della spider rossa”. La città è quasi tutta colpevolista ma non vengono considerate prove bensì indizi la fossa scavata sul Righi da Bozano secondo la testimonianza della sua stessa fidanzata, il piano trovato a casa sua con la scritta “Seppellire, affondare, murare”, le sue presenze costanti nei pressi della scuola svizzera e via dicendo.
Dura condanna invece per i componenti della banda 22 ottobre che hanno ucciso durante una rapina il fattorino dell’Istituto Case Popolari. Ergastolo per Mario Rossi, venti e trenta anni per Randelli, Viel Battaglia e Fiorani.
Atmosfera tesa in città e dintorni: attentato all’università di Lettere in via Balbi dove scoppia un misterioso incendio nella facoltà occupata da due mesi. Un attentatore fascista si ferisce mentre sul treno Torino Roma all’altezza di Genova stava piazzando una bomba. Poteva essere una strage.


Un giorno ero in porto, alla Sala Chiamata, per un servizio di cronaca per Il Secolo XIX, il giornale in cui lavoro. Chiacchierando con alcuni portuali di una certa età saltò fuori la storia di una nave caricata dai portuali di ogni ben di dio e partita con un equipaggio composto da genovesi per il Viet Nam. Erano gli anni della guerra, delle stragi, dei bambini straziati dai gas. Rimasi colpita da questa vicenda e ancor più dalla immensa generosità che aveva suscitato e che in poco tempo era riuscita ad organizzare questa avventura. Il carico di quella nave, tonnellate di roba dal materiale scolastico ai trattori dalle medicine alle case prefabbricate, dalle biciclette ai giocattoli, era il vistoso segno della partecipazione.
Allora non c'era internet non si viaggiava in rete, eppure si riusciva a stare al fianco della popolazioni le più lontane chiamando a raccolta le proprio forze interiori di solidarietà. Oggi è tutto global ma a volte ho la sensazione che ognuno viva per sé rinchiuso nei suoi metri quadri, imprigionato dalle proprie paure.
                                          
Ho raccolto la testimonianza in diretta del portuale Luciano Sossai che allora comandò l'equipaggio della nave Australe, mi ha raccontalo con i toni della passione, la preparazione, il viaggio, e le relazioni che da allora sono un inossidabile filo che lega Genova, l'Italia, al Viet Nam. Ho ascoltato affascinata i ricordi di questi posti incantevoli, circondati dall'acqua e dal verde, che allora i portuali genovesi conobbero immersi nel sangue e nel pianto.
Vogliamo risalire con voi che ci leggerete di nuovo su questa nave un po' carretta ma splendente di amicizia e ripercorrere questa rotta che ci porta laggiù a lambire un pezzo di storia che è la storia di oggi. Scritta dai signori della guerra, spesso suscitata da esclusivi motivi economici. Quindi una storia che purtroppo non perde vigore e si attualizza sempre.
Abbiamo scelto di pubblicare molte fotografie. Chi allora non era ancora nato potrà scoprire attraverso questa documentazione, a volte crudele ma crudeli furono gli avvenimenti stessi, quanto è stato lungo e faticoso il percorso verso la pace. E questo libro in tal senso vuol essere una specie di monito.
Oggi il Viet Nam è un paese ricco, non solo per il turismo ma anche per l'industria. Rispettoso delle proprie tradizioni, riesce a far convivere la parte più antica di sé con la modernità più conclamata. Merita di essere visitato, merita un bagno nelle sue adorabili baie.
E una visita al museo della guerra. Perché la guerra è sempre odiosamente la stessa.
Donata Bonometti


CARTA D'IDENTITÀ DELVIET NAM

                                                            Bandiera:           
Forma di governo: Repubblica Socialista
Divisione amministrativa: 59 Province e 5 Province urbane
Capitale: Hanoi Località: Cantho. Hanoi. Mytho. Vinh. Ho Chi Minh.
Superficie: 331.040 km2
Popolazione: 83.535.000 abitanti
Lingua: vietnamita
Etnie: Vietnamiti 87,1%, Cinesi 3,1%, Khmer 1,4%, altri 8,5%
Religione: Buddisti 67%, Cattolici 7,7%, Caodaisti 3,5%, altri 21,8%
Moneta: Dong (19.000 dong = 1 euro, 15.434 dong = 1 US$)
Fuso orario: + 7 ore rispetto all'Italia
Prefisso telefonico nazionale: 0084
Siti patrimonio mondiale dell'Unesco:
monumenti di Huè. Baia di Ha Long. Antica città di Hoi An. Santuario di My Son. Parco Nazionale di Phong Nha-Ke Bang
Condizioni Climatiche: subtropicale equatoriale
Misure ed Elettricità: in prevalenza sistema metrico decimale con poche eccezioni locali, corrente alternata a 220V.

GEOGRAFIA
Stato dell'Asia sud-orientale, si estende nella parte est della Penisola Indocinese. Geograficamente assomiglia per alcuni ad una enorme “S” molto arcuata che attraversa da nord a sud l'intera penisola indocinese. Per altri è simile a uno dei bilancieri che i contadini portano sulle spalle: due cesti ai lati, solitamente pieni di riso, che in questo caso sarebbero rappresentati dal delta del Fiume Rosso a nord e dal delta del Mekong a sud, e un'asta centrale per sorreggerli costituita dalla nazionale N. 1 che unisce Hanoi con Ho Chi Minh City.
Il Viet Nam, che occupa circa 1650 km della costa orientale della penisola indocinese, confina a nord con la Cina (1300 km), a ovest con il Laos (1650 km) e la Cambogia (982 km) ed è bagnato ad est dal Mar Cinese Meridionale e a sud-ovest dal Golfo del Siam. Nella provincia di Quang Binh, nel centro, tocca il punto più stretto (50 km), mentre quello più largo è nel nord (600 km). Le coste sono lunghe in totale 3451 km. Ricoperto per tre quarti da montagne e colline, si possono distinguere tre grandi regioni: a nord il Tonchino, nell'allungato tratto centrale l'Annam e a sud la Cocincina. Il Tonchino è montuoso a nord e a ovest, con cime superiori ai 3000 metri (Fan Si Pan, 3143 m) che fanno parte della catena montuosa dì Hoang Lien, mentre è pianeggiante a sud-est, dove si stende il delta del Fiume Rosso (Song Koi, 22.000 km2). Quasi parallelo al Fiume Rosso scorre il Fiume Nero (Song Da). I due fiumi si uniscono nei pressi della capitale, Hanoi. In quest'area affiorano formazioni carsiche, frutto di depositi calcarei, dove si aprono grotte e scorrono fiumi sotterranei. Al centro del Paese s'innalzano i monti dell'Annam, una dorsale lunga un migliaio di chilometri chiamata Truong Son, con le catene parallele che corrono in senso longitudinale, vicino alla costa e lungo il confine con il Laos e la Cambogia, toccando i 2500 metri. Qui si registrano formazioni di rocce granitiche. Seguono ad ovest gli Altipiani centrali e nel sud del Paese la pianura della Cocincina, occupata per la maggior parte dalla vastissima area deltizia del Mekong (70.000 km2).
Le pianure alluvionali sia al nord sia al sud sono molto fertili, hanno un rendimento medio annuo di 5 t. di riso per ettaro e la densità della popolazione che vi abita è di circa 1000 abitanti per km2.
                               Il Mekong è stato definito dalla scrittrice francese Marguerite Duras, che visse gli anni della giovinezza a Sadec, un paesino del suo delta, "il fiume più bello e selvaggio della Terra". Possiede molti nomi. In Cina è chiamato Lancan Jiang, "il fiume turbolento", in Thailandia, Myanmar e Laos è detto Mae Nam Khong, il "fiume madre di tutte le acque", in Cambogia è noto come Tonle Thom, "Grande acqua" e in Viet Nam è Cuu Long, "Nove draghi".
È una delle principali vie d'acqua del Paese, a cui apporta benessere e prosperità in quanto con le sue acque s'irrigano i campi e si produce energia elettrica, ci si sfama pescando i suoi pesci e si trasportano sul filo della sua corrente pesanti carichi su grandi e piccole imbarcazioni. Il suo sterminato delta costituisce un ecosistema unico, caratterizzato da una miriade di bracci collaterali e di canali, orlati da mangrovie che hanno la funzione di purificarne le acque.
Il fiume bagna regioni diversissime fra loro, adattando il suo corso secondo la morfologia del territorio. Buona parte della risicoltura dei Paesi attraversati, in particolare quella del Viet Nam, dipende ancora dalle sue inondazioni annuali, ma non solo. Al vecchio fiume, onorato con feste periodiche come un dio generoso, la penisola indocinese e il Viet Nam del sud devono tutto o quasi: civiltà, religioni, monumenti, benessere e il suolo fertile che è arricchito dal suo limo. Senza "la madre di tutte le acque", per secoli unica via di comunicazione, città straordinarie come Luang Prabang, Vientiane, Angkor, Phnom Phen e Ho Chi Minh City non avrebbero visto la luce. Quando l'Indocina ha perso la sua innocenza e la sua pace, travagliata da guerre e genocidi, solo il Mekong è rimasto quello di sempre, intatto e felice.
                                    Nelle sue acque vivono numerose specie ittiche. Il pesce gatto (pangasianodon gigas) è uno dei pesci d'acqua dolce fra i più grandi del mondo. Nei suoi primi 6 anni di vita cresce a dismisura e può arrivare fino a 3 m di lunghezza e a 300 kg di peso. La sua carne, simile a quella del tonno o del pesce spada, è molto appetitosa. Molto raro e in pericolo d'estinzione è anche il delfino d'acqua dolce (Orcaella brevirostris) che si trova soprattutto nelle acque del Mekong nella zona di Si Phan Don, nel Laos Meridionale, e in quelle del nord della Cambogia, dove vi sono circa 100 esemplari. Questo singolare mammifero talvolta si spinge anche nelle acque più calde e tranquille del delta, dove è venerato dai pescatori locali come uno spirito sacro.


Celebrazione della Festa del Tet, il Capodanno dei vietnamiti.



CRONOLOGIA  STORICA DEL VIET NAM
111 a C- 939 d.C. Dominazione cinese du¬rata 12 secoli
939-1858 Fondazione dello Stato Vietnaita Indipendente durato quasi mille anni
1858 Inizio della colonizzazione francese
1883 I francesi impongono il protettorato su tutto il Viet Nam e lo dividono in tre parti Tonkino, Annam e Cocincina
1930 nasce il Partito Comunista Indocinese che guida una ondata di scioperi e sommosse
1941-1945 Occupazione giapponese che si sostituisce a quella francese
1941 Ho Chi Minh fonda il Fronte Vietminh per l'indipendenza del paese composto da comunisti e da altre forze politiche
1944 Nasce l'Esercito di Liberazione Nazionale comandato da Vo Nguyen Giap
1945 Cacciata dei Giapponesi proclamazione dell'indipendenza e della repubblica
1945-1954 Guerra contro i francesi sconfitti a Dien Bien Phu nonostante i consistenti aiuti degli Usa
1954-1960 Accordi di Ginevra: la Francia lascia l'Indocina, gli Usa rifiutano gli accordi e installano nel Viet Nam del Sud un governo anticomunista da loro protetto ed aiutato che conduce una feroce repressione contro chi aveva resistito ai francesi
1961 Primo intervento degli Usa sotto forma di guerra speciale cioè camuffati da consiglieri contro il Fronte di Liberazione Nazionale
1965 Usa intervengono dal Sud e bombardano il Nord
1968 Massima presenza americana con 500 mila soldati, offensiva del Tet
1969 Morte di Ho Chi Minh
1969-1972 Combatte soprattutto l'esercito fantoccio. Estensione del conflitto a Laos e Cambogia è guerra totale
1973 Stati Uniti e Viet Nam firmano gli accordi di Parigi per il cessate il fuoco
1973-1975 II governo fantoccio del Sud con l'appoggio Usa viola gli accordi e continua la guerra
1975 Liberazione totale del paese americani in fuga
1976 Riunificazione del paese e riammissione all'Onu
1978-1979 inizia l'esodo dei Boat People ripetute e sanguinose incursioni dei Khmer rossi cambogiani contro località vietnamite di frontiera, il Viet Nam risponde invadendo la Cambogia e favorendo il rovesciamento del regime sanguinario di Pol Pot.
1986 Avvio di riforme economiche, Doi Moi cioè rinnovamento, legge sugli investimenti stranieri
1989 Ritiro delle truppe dalla Cambogia
1991 L'Urss cessa gli aiuti economici, avvio della normalizzazione dei rapporti con la Cina e con gli Usa
1994-1996 Fine dell'embargo Usa e normalizzazione dei rapporti diplomatici, adesione all'Associazione dei Paesi del sud Est Asiatico e accordo con l'Unione Europea
2001 Accordo con gli Usa per svolgere ricerche congiunte sull'agente arancio.

LA FASE PREPARATORIA
Sono gli anni Settanta del XX° secolo. In porto La Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, che riunisce seimila portuali, vive le notizie che arrivano dal Viet Nam, martoriato dalla guerra da oltre 30 anni, come un'angoscia che non può rimanere chiusa nei cuori. O nel fervore dei dibattiti politici.
I portuali genovesi hanno un'antica cultura della solidarietà, sono interventisti nelle operazioni di pace, organizzano generosità.
Così nel 1970 si fonda il primo comitato per la pace in Viet Nam, sulla scia di altri comitati in Italia e il comitato nazionale Italia-Viet Nam, molto attivo, animato da personalità ragguardevoli. Agli inizi il comitato della Culmv è debole, formato da due tre persone, poi si rafforza. Coinvolgono e si fanno coinvolgere, i portuali, a fianco di sindacati e partiti. Si informano e informano con volantinaggi, cortei, fiaccolate. Trovano una città sensibile che nella notte di Natale del 1971 mostra la propria apertura verso quella sofferenza e a quel orrore in un angolo del mondo così distante, con una grande veglia in piazza De Ferrari.
Migliaia di persone al freddo, eppure scaldate da questa trasversale preoccupazione per un popolo assediato e torturato. C'erano operai e primari, insegnanti e bambini, anziani e adolescenti. La Camera del Lavoro di via Cesarea (l'attuale teatro della Gioventù) fa fatica a contenerli.
La gara della generosità era già scattata, non solo una raccolta di 9000 flaconi di sangue tra Genova e L'Emilia Romagna, spediti laggiù con un aereo della Croce Rossa, ma anche il bel esempio della Impermeabili San Giorgio, le cui operaie si tassano per comprare dalla loro stessa azienda otto milioni di teli impermeabili. Li avevano chiesti i vietnamiti rimasti senza casa. Avrebbero utilizzato questi teloni per ripararsi, per costruire un tetto. Parte da Genova un camion con la preziosa merce, e insieme indumenti di lana richiesti dalla popolazione vietnamita: alla guida del camion Dino Rubeca, un portuale, e Maria Grazia Daniele, oggi senatrice dei Ds, che allora lavorava alla Impermeabili San Giorgio. È il primo camion dell'amicizia. A Roma scarica la merce nella pancia di un aereo che parte per l'Oriente. È la primavera del 1972. Mesi terribili per il Viet Nam. In autunno si rompono le dighe, viene bombardata Hanoi.



LA NAVE DELL’AMICIZIA

È l’inverno del 1973 quando una delegazione della Compagnia Unica e il Comitato per la pace di cui facevano parte tutti i portuali, viene invitata a Cavriago un paese dell’Emilia Romagna dove c’era ancora un busto di Lenin…
Parte da Genova una delegazione con il viceconsole Manue Borneto (CULMV) a capo, e poi Fasciolo (Ramo Industriale), Colombino (Pietro Chiesa), Sossai, Raso e Barillaro.
Vengono accolti dal sindaco, dai lavoratori, da una marea di bandiere rosse e blu con la stella dei Vietcong, dalle bandiere della pace, dei comunisti, dei socialisti, dei cattolici. È nel teatro cittadino che la delegazione genovese fa la proposta: “Carichiamo un vapore di merci per quella gente; noi mettiamo a disposizione gratuitamente le nostre braccia, per caricare, stivare, farlo partire e farlo arrivare a destinazione.” È il varo dell’idea.
Subito il sindaco di Bologna e il presidente della Regione Emilia Romagna propongono una prima raccolta di denaro, mettendo a disposizione i primi 150 milioni per merci varie e stabilisce l’acquisto di 200 Vespe Piaggio.
Tutti i comitati italiani che lottano per la Pace nel Vietnam, insieme al comitato nazionale Italia Viet Nam si mobilitano, si incontrano a Roma in un congresso al Jolly Hotel (Conferenza Internazionale per il Viet Nam).
Il console della Compagnia Unica Giovanni Agosti rilancia l’idea della nave dell’amicizia. L’organizzazione si muove.
“Durò quella raccolta molti mesi, dalla primavera fino a pochi istanti prima che la nave Australe si staccasse dal porto di Genova. Perché quando già era stato caricato arrivò una famiglia genovese, padre madre e un bambino, e ci consegnarono la loro macchina, la loro Cinquecento, carica di giocattoli”. Sossai ancora si commuove, ricordando.
In quelle settimane si intensificano i contatti con il popolo vietnamita. A Roma c’era l’ambasciata del Viet Nam del Sud ma erano gli amici degli americani e non venivano certo avvicinati: uno dei tramiti fu inizialmente il giornalista dell’Unità Massimo Loche, inviato di guerra: i suoi racconti erano un affresco da dove non riuscivi a staccare gli occhi e la mente.
Il comitato Italia Viet Nam era sempre più robusto e sostenuto da personalità ragguardevoli da Giancarlo Pajetta a Riccardo Lombardi, da Antonio Panieri a Vera Boccata e ancora Francanzani, Morini, Gennari, Labor.
Anche in questo caso cattolici, comunisti e socialisti uniti dallo stesso ideale. Cominciano ad arrivare dal Viet Nam numerose delegazioni. Fra queste Luciano Sossai ne ricorda in particolare una capitanata da Madame Ma Thi Chu, una quarantenne generale dei Vietcong, di fatto un braccio destro del generale Giap, coordinatore della guerra che sconfisse prima i francesi e poi gli americani.
Nei cortei dei portuali genovesi si alzava sempre come un grido di battaglia: Giap- Giap, Ho Chi Minh…
Madame Ma Thi Chu che più avanti andrà ad accogliere Sossai in aeroporto stupendamente vestita del suo costume tradizionale (Ao Dai), è al suo primo viaggio in Italia. Porta con sé un monaco buddista e una ragazza di venti anni. Era stata torturata dagli americani, salvata da uno scambio di prigionieri. Sopravvissuta all’estrema ferocia della tortura nella gabbia di tigre… Violentata anche con serpenti in vagina, ustionata, picchiata. Nella base americana dell’Isola del Corvo. Il suo racconto è la testimonianza più scioccante. Madame Ma Thi Chu e il monaco buddista raccontano a loro volta scenari di morte in cui si muove un popolo di contadini che si arruola con gli americani e per fame forma l’esercito fantoccio: in un giorno di guerra si guadagnava quello per cui servivano settimane di lavoro nei campi…
E mentre gli uomini si armavano le donne lavoravano nei bordelli di Saigon, sedotte dai soldati americani e abbandonate con una piccola bocca in più da sfamare.


Raccolta e carico delle merci
Trovare la nave non fu uno scherzo. Ci volle la mediazione di Sergio Ceravolo, parlamentare del PCI: prende contatto con la Cooperativa Garibaldi, col comandante Cinquegrane. Sossai firma un contratto di noleggio della nave Australe, che solitamente faceva rotta da Odessa all’Egitto carica di cemento. In realtà è una brutta e malandata imbarcazione con in coperta strati di cemento.
Mentre viene attraccata a Ponte Canepa si sbaglia manovra e la nave picchia contro la banchina… Gli uomini del Comitato si chiedono con ansia se è dal mattino che si vede il buon giorno….
Diversi guasti richiedono giorni di lavoro in bacino. Si racconta che l’operazione complessiva di spedizione armamento e nolo della nave sia costata mezza miliardo di lire, il tutto sostenuto dai portuali. Anche il Consorzio Autonomo del Porto di Genova, la Seport, gli Spedizionieri ed Enti vari non si tirano indietro.
Intanto da mesi la merce arrivava a Genova da ogni angolo d’Italia, dall’Emilia Romagna principalmente, dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Toscana, dalla Campania, dal Veneto e veniva posizionata in un magazzino in porto ceduto gratuitamente da uno spedizioniere, Vittorio Serra, che con altri spedizionieri di altre ditte di spedizioni curavano, nel tempo libero o prendendo ferie, la preparazione della documentazione doganale e i relativi piani di carico della nave. Questo gruppo di spedizionieri al termine del lavoro di spedizione della nave Australe, darà vita alla COOPERATIVA L’UNIONE DEL PORTO, una società fortemente voluta da Vittorio, democratico convinto e considerato la “pecora nera” della famiglia Serra, tradizionali e ricchi spedizionieri, perché voleva la partecipazione popolare alla distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro.
Gli stivatori lavorano giorno e notte, dopo aver issato la bandiera italiana e quella vietnamita, e in meno di una settimana caricano tremila tonnellate di merce, pari ai due miliardi di lire di allora. Ma tutti sono in campo, gruisti, ormeggiatori portuali impegnati nella manipolazione del carico. Spedizionieri, lavoratori dei servizi Seport e del Ramo Industriale, del C.A.P., della Compagnia Pietro Chiesa.
Non c’è turno, non c’è pausa, si opera giorno e notte e il giornali di allora ci rimandano l’affresco di un porto che brulica attorno a questa nave. Arrivano intere classi, la De Amicis, la elementari Ada Negri, ne citiamo due per citarle tutte, che portano disegni-messaggio per i coetanei che stanno dall’altra parte del mondo e salvadanai.
C’è un tesoro sull’Australe, e non è solo materiale. Anche i topi vanno volentieri a perlustrare, passeggiano in coperta sotto gli occhi inquieti degli organizzatori, nel timore che divorino di tutto, dalle gomme delle biciclette e degli scooter ai cavi delle apparecchiature radiologiche… Anche la derattizzazione viene fatta in tempi da record dalla cooperativa Garibaldi.

Cosa entra nella pancia di quella nave?
Un mondo intero e le cose portano con sé le anime, i pensieri, le intenzioni, le speranze. Proviamo a recuperare parte dell’inventario.
Cinquantacinque macchine tessili per rimpiazzare quelle distrutte dai bombardieri americani negli attacchi contro il grande complesso di Nan Dinh, che occupa 40 mila operai.
L’attrezzatura di una fabbrica intera per la fornitura di scatole di conserva con oltre trenta tonnellate di lamierino, perché in Viet Nam la frutta è meravigliosa ma non si sa come conservarla.
Venti aule scolastiche completamente equipaggiate, dai banchi alle matite e ai quaderni e 25 case prefabbricate che vanno collocate là dove tutto è stato raso al suolo.
Anche le apparecchiature sanitarie - unità sanitarie mobili, elettrocardiografi, autolettighe, apparecchiature per l’anestesia e la radiografia servono in parte per gli ospedali di Hanoi distrutti dai B52 che non arrestavano certo il loro carico volante di morte anche se dall’alto, sui tetti degli ospedali, spiccavano le croci rosse ad indicare, inutilmente, che quello era un luogo intoccabile.
Le centinaia di biciclette e motorette e di motocoltivatori sono destinati agli operai per recarsi al lavoro e ai contadini per rendere più agevole lo sfruttamento di quelle terre che, con i bombardamenti contro le dighe, gli americani volevano rendere sterili.
E ancora una fabbrica completa per costruire blocchetti e mattoni a fornace, e ancora lastre di eternit, teloni impermeabili.
Si carica anche un certo numero di camion attrezzati ad attraversare le foreste del Viet Nam e Jeep tipo Land Rover.
E ancora motopescherecci e sette tonnellate reti da pesca, 55 macchine tessili e 130 macchine da cucire Necchi e Singer, prodotti chimici e coloranti, indumenti e scarpe a migliaia, giocattoli e carta da stampare, motori.

E venne il giorno della partenza, il 17 novembre 1973.
Quel giorno succede di tutto. La telefonata anonima di una bomba a bordo che ritarda la partenza e impegna gli artificieri alla ricerca di un ordigno che non c’era; lo stesso Sossai che dimentica il passaporto a casa cui mancano gli ultimi visti e la burocrazia annulla sé stessa per aiutare l’impresa; una manifestazione per le vie della città che si conclude con un comizio in piazza Piccapietra.
La banchina del Ponte Andrea Doria è satura di gente e di bandiere, un coro di giovani intona l’Internazionale, c’è frenesia e commozione nell’aria.
Alle 19.00 la nave salpa ma resta alla fonda nelle ore notturne per le ultime “perquisizioni” da parte dei tecnici. Alle 10,40 del 18 novembre l’Australe prende finalmente il largo. Destinazione Haiphong.
Ecco la testimonianza in viva voce di Luciano Sossai, che lasciava a casa la moglie e un figlio per inseguire questa avventura della solidarietà. Tredicimila miglia lungo i più diversi mari e verso l’epicentro della guerra. Partendo da Genova, attraversando il Mediterraneo, entrando nell’Oceano Atlantico. Quindi circumnavigazione dell’Africa...


I problemi iniziano subito quando il comandante mi fa notare l’assenza di un ufficiale di coperta, di un marinaio e di un operaio di macchina. Equipaggio dimezzato. Vengo cooptato e subito utilizzato a montare di guardia al timone dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 20.00 alle 24.00.
Nelle ore libere, insieme al nostromo e al primo ufficiale, visitavamo la stiva dove erano accatastate le merci per controllare le rizze del carico più esposto al rullio della nave, come i camion, le barche, i trattori, le auto…
In un primo incontro con l’equipaggio si forma il Comitato Italia Viet Nam di bordo e scatta la prima sottoscrizione, 250 mila lire destinate all’acquisto di chinino per i bambini vietnamiti.
Vita monotona quella di bordo, eravamo nel mezzo dell’Atlantico con mare di traverso che tendeva sempre più a rinforzarsi. La rotta era 240° Sud Ovest e così continuammo per parecchi giorni. Fortunatamente il vento cambiò, eravamo in zona Eliseo e alle 12,30 del 29 novembre passammo l’Equatore.
Il caldo era infernale, si stava bene solo in coperta, respiravi grazie all’Eliseo. Ma con il passare dei giorni il caldo e la stanchezza rendeva l’equipaggio sempre più nervoso. C’era un marinaio partito da Genova con strane febbri che veniva curato prima con la penicillina poi con le vitamine, ma non guariva mai, il garzone di cucina aveva un forte esaurimento nervoso, il mozzo, al primo viaggio, soffriva di mal di mare. Eravamo in prossimità di Città del Capo ed eravamo tutti convinti, dopo tanti giorni di navigazione, di toccare terra, quando ci venne comunicato di proseguire verso Durbans. Eravamo a corto di bunkeraggio e di acqua potabile.
Si trattava di rimandare la discesa a terra di qualche giorno. Intanto all’estrema punta del corno africano il mare era sempre più tumultuoso. Doppiammo il Capo di Buona Speranza: con i binocoli riuscì ad osservare fra i flutti un branco di foche che giocavano fra le onde a nostro dispetto, da molti giorni eravamo seguiti da magnifici uccelli marini…
Finalmente entriamo nella baia di Durbans, meravigliosa città costellata da miriadi di isolette.
Ci ordinano di non entrare in porto, di dare fondo all’ancora e di aspettare. Arriverà un rimorchiatore d’alto mare con le provviste di bordo: papaia banane e acqua potabile. Non ci è concesso di scendere a terra.
Fino in Tanzania dove entrammo attraverso l’estuario del fiume Bagamovo. Avvicinandoci al porto, osservammo lunghe spiagge affollate di bagnanti con una rena splendidamente bianca e alle spalle una vegetazione lussureggiante. Durante la risalita del fiume notavamo molti cespugli che affioravano dall’acqua. Ci accorgemmo più tardi dalla bassa marea che erano le cime degli alberi.
Avrei fatto volentieri un bagno in quell’acqua così verde e invitante e ne parlai più tardi, mentre stavamo terminando la manovra dell’ormeggio. Il comandante mi fece notare che nonostante la bellezza dell’acqua non c’era un bagnante. Era una zona infestata da serpenti velenosissimi detti “settepassi” perché dicono che chi ne è morso non riesce a fare sette passi che crolla a terra morto. Rinunciai al bagno.
Ci ormeggiarono al limite della foresta, un po’ staccati dalla città di Dar Es Salaam.
Desideravo molto scendere a terra, appena espletate le pratiche doganali e dopo essere stati vaccinati contro il colera e le altre malattie tropicali scendemmo da bordo, attraversammo una strada in terra battuta, costeggiata di alberi monumentali con frutti di diversi colori ma anche le fronde avevano una varietà di colori che andavano dal verde cupo al giallo arancio al rosso. Era l’albero del mango.
Ricordo ancora un volo di uccellini minuscoli, coloratissimi, una via di mezzo fra un moscone e un colibrì. Ho cercato di capire da dove nasceva quello sciame ma gli indigeni me lo sconsigliarono. Il posto era pieno di rettili velenosissimi.
In città andammo a cercare il chinino per il quale erano stati raccolti i soldi. Poche ore di sosta all’hotel Kilimangiaro di cui ricordo ancora un’enorme giraffa in legno che attraversava i piani in altezza. E ricordo anche uno spettacolo notturno e la difficoltà e la paura del rientro tra villaggi con i tetti abitati da gente di colore, in un’atmosfera quasi irreale. Anche se questo popolo è tanto povero quanto accogliente e mite, con gesti impensati di generosità.
Una volta riforniti di viveri e carburante, un breve saluto alle autorità del governo locale e via. Attraverso l’Oceano Indiano.
Fu allora che ci capitò la più strana delle avventure. Ero di guardia al timone nel buio della notte, di vedetta c’era il marinaio Scognetti che all’improvviso lancia un grido terrificante. Guardo subito fuori, la mia paura è quella di entrare in collisione e istintivamente porto il timone tutto a dritta. Accorre gente, lo Scognetti bianco come un lenzuolo non riesce a pronunciare parola. Piano piano riprende fiato e dice di aver visto un mostro sulla nave, un mostro con occhi di fuoco.
Mentre tutti sono fuori, sulle alette, lungo la coperta, io sono sempre di guardia al timone. Sono solo e al buio, mi sento addosso lo sguardo di qualcuno e provo un senso di disagio. Lentamente giro la testa verso sinistra e vedo due occhi che mi fissano, enormi, sto per gridare e muovendomi batto i piedi contro il pagliolo per fare rumore.
In un attimo i due occhioni diventano dieci, venti, cento, sembra che volino nell’aria. Grido. Quando si accende la luce esterna mi rendo conto che il terribile mostro altri non era che una scimmietta, non tanto grossa, di razza spettrus (animali notturni) con occhi grandissimi e luminosi. Un’altra scimmia di maggiori dimensioni era stata scoperta con l’ausilio dei riflettori di bordo, mentre si arrampicava sull’albero maestro. Lo scimmione scomparve, la scimmietta viene catturata.
Era molto simpatica, il marinaio che l’aveva in custodia era un gran bevitore di birra. Si ubriacava lui, si ubriacava lei. Poi in prossimità del porto di Singapore, costruimmo una zattera con quattro barili, una piccola casetta con dentro uova, banane e l’acqua. Un vero e proprio naufrago affidato alla corrente a poca distanza da un’isola. Ci penso ancora, spero si sia salvata, ma altro non potevamo fare: se ce l’avessero trovata a bordo ci avrebbero messi in quarantena non consentendoci di entrare in porto ad Hai Phong perché questi animali sono portatori di malattie.

Arrivammo finalmente allo stretto di Malacca e la meraviglia di queste isole è indescrivibile. La navigazione in questo stretto è densa di insidie, vi sono banchi di sabbia ed enormi tronchi portati in mare dai fiumi.
Finalmente Singapore! Diamo fondo all’ancora che è quasi la mezzanotte dell’ultimo dell’anno. La baia è piena di navi in festa che salutano con le sirene l’anno nuovo. Abbiamo per vicini, pescherecci d’altura sovietici e giapponesi. Ci rechiamo tutti a poppa e anche sull’Australe si festeggia con qualche bottiglia di spumante e buon pandolce genovese. I cuori si riscaldano e si prendono a cantare canzoni nostrane. Pensiamo con nostalgia a casa nostra, alla nostra gente, alle mogli ai figli.
La mattina ci svegliamo e troviamo la nave invasa da ambulanti: vendevano qualsiasi cosa, dalle armi agli orologi, dal cibo ai vestiti, all’oreficeria. Arrivati coi motoscafi erano saliti a bordo quasi di forza, mettendo in coperta un telo ed esponendo la loro merce.
Subito fuori Singapore siamo colti da un monsone fortissimo che quasi ci tiene alla “cappa”, termine marinaresco usato per indicare quando mare e vento superano la forza di spinta dei motori. Il mare è molto grosso. Andiamo ad ispezionare le stive e ci rendiamo conto che il carico è in pericolo. Un trattore ha strappato una rizza. Bisogna rimettergliene un’altra. Le gabbie che contengono merce preziosa scricchiolano. Assieme al nostromo e a due marinai, io e il comandante cerchiamo di contenere la forza del mare, puntellando il carico con grosse travi. Navighiamo nel Tonchino e cerchiamo riparo a ridosso dell’isola di Hainan. Ancora poche miglia e saremo al termine della nostra missione.
È il mattino del 9 gennaio 1974 quando arrivammo nella baia di Hai Phong. Avevamo percorso 13.000 miglia.
Intorno a noi è pieno di giunche ed isole con grandi montagne verdi a picco sul mare. Eravamo tutti fortemente emozionati. Al di là della bellezza naturale, la triste realtà si palesa poche ore dopo, quando lungo l’estuario del Fiume Giallo... ci rimorchiano verso il porto di Hai Phong.
                È scioccante la vista delle rovine della guerra di aggressione: navi rovesciate con la chiglia in aria, fabbriche e case rase al suolo e bruciate, ferite terribili che solo un grande popolo come quello vietnamita riuscirà a rimarginare. Sale una commissione di militari vietnamiti, prima di arrivare in porto. Prendono le nostre macchine fotografie e le chiudono in una cabina. Appena riescono a telegrafare al comando, capiscono chi siamo e allentano la sorveglianza, restituiscono la roba requisita.
Dalla nave, in plancia intravvedo una marea di cappelli bianchi di paglia che sembrano piccole pagode. In banchina dove approdiamo non ci aspetta nessuno. Rimaniamo malissimo. Avevamo decorato la nave in ogni modo: il gran pavese innanzi tutto e poi lenzuola dipinte con la lanterna e un bufalo, i due simboli delle terre che entravano così in comunicazione. Ma nessuno c’era ad accogliere la nave dell’amicizia: lì ho imparato la prima lezione.
Il comandante Giulio Cesare Calamanni che conosceva bene la situazione in Viet Nam mi dice: gli uomini, ma anche molte donne, sono in guerra. Il resto delle donne che è rimasto a casa fa il lavoro degli uomini, in porto, nelle fabbriche, nei campi. Hanno altro da pensare.
Ormeggiamo la nave e aspettiamo che salga a bordo la sanità. È quasi mezzogiorno, stiamo iniziando a pranzare quando arriva una delegazione: il sindaco e due ragazze in costume coi fiori. Mi hanno portato a terra in una palazzina tipo albergo. Al pranzo con loro il primo contatto con l’Oriente: bacchette riso verdure carne di pollo a spezzatino con delle salse così piccanti che ancora oggi la bocca rabbrividisce.