In occasione delle cerimonie commemorative per il 120° anniversario della nascita del Presidente Ho Chi Minh (1890-2010) presentiamo il testo redatto da Sandra Scagliotti, Console Onorario della R.S. del Viet Nam e Presidente del Centro Studi Vietnamiti.

NGUYEN TÀT THANH OVVERO HO CHI MINH, IL RIVOLUZIONARIO

L'eclettico Zio Ho

Tutti coloro che hanno avuto occasione di dare uno sguardo ai materiali fotografici della Biblioteca Enrica Collotti Pischel di Torino - l'unica biblioteca espressamente rivolta al Viet Nam in Italia -, hanno potuto notare come, nelle immagini in cui il Presidente Ho è raffigurato o ritratto, sia dato ben poco risalto al suo ruolo di leader combattente. Lo possiamo, infatti, vedere mentre chiacchiera con le donne delle minoranze etniche del Nord, mentre coltiva il suo piccolo orto, mentre gioca a bigliardo e perfino mentre dirige un'orchestra... Per questa ragione, i Vietnamiti - che vedono in lui il padre fondatore della Nazione -, amano talvolta scherzare su quel Vietnamita che fallì la sua missione di cuoco ...

Fra i molti ruoli ch'ebbe a svolgere, Ho Chi Minh fu infatti allievo di un noto personaggio, Auguste Escoffier, maestro indiscusso dell'arte culinaria, che, si racconta, fu apostrofato dall'Imperatore di Germania Guglielmo II con le parole: "Se io sono l'Imperatore di Germania, tu sei l'imperatore degli Chefs". Nel 1914, il Presidente, che si trovava a Londra per motivi di studio, per arrotondare le entrate, trovò lavoro al Carlton Hotel-Restaurant, dove Escoffier, era maitre; divenne aiuto-pasticcere e lavorò a suo fianco, Si narra che lo Chef, colpito dal talento del giovane, avesse molto insistito per convincerlo ad abbandonare quelle sue "bizzarre idee rivoluzionarie" e dedicarsi alla confetteria. Ho tuttavia declinò ogni invito. Aveva un sogno e una ben più impegnativa missione da svolgere.

Eclettico nelle attività così come nei nomi: a tutt'oggi non è ancora possibile avere un quadro chiaro degli pseudonimi ed appellativi segreti che Ho Chi Minh utilizzò nel corso della sua vita; ne sono stimati centosessantacinque. Il primo nome di Ho fu Nguyen Sinh Cung, ma si faceva chiamare Van Ba quando fu ingaggiato come aiuto-cuoco a bordo del bastimento francese Latouche-Tréville nel giugno 1911. Ed era Lin nel periodo in cui fu studente a Mosca, negli anni Trenta.

Del resto, lo stesso nome Ho Chi Minh è in realtà uno pseudonimo; il suo nome anagrafico era Nguyen Tàt Thành Per tutti i suoi compatrioti egli era ed è "Bàc Ho", lo zio Ho, l'espressione più comune per indicarlo, un appellativo affettuoso che, nella famiglia allargata vietnamita e anche segno di rispetto verso il fratello più anziano della madre colui che supera il padre in saggezza e prestigio.

S'ipotizzano numerose ragioni per spiegare il ricorso a questi variegati nomi. Secondo la tradizione vietnamita, ad esempio, ogni fanciullo assumeva il nome definitivo solo all'inizio della pubertà mentre era altresì d'uso attribuirsi un secondo nome per simbolizzare una nuova attività intrapresa o caratterizzare una peculiare fase della propria vita - ed infatti sono molti i vecchi dirigenti rivoluzionari il cui nome pubblico è in realtà uno pseudonimo; la stessa cosa poteva accadere per un letterato, un poeta e così via.

I due pseudonimi "storici" di Ho sono: Nguyen Ai Quoc (Nguyen il Patriota), - nome con cui egli condusse tutta la sua attività di rivoluzionario comunista dal 1919 al 1941 - e Ho Chi Minh ("colui che porta la luce"), il nome con cui egli svolse la sua opera di leader nazionale. Ovviamente, nel suo caso, il ricorso a pseudonimi derivava soprattutto dalla necessità di depistare i servizi segreti francesi (e di altri paesi) che gli davano la caccia.

Pino Tagliazucchi, nella sua meticolosa biografia di Ho Chi Minh[1], ci ha spiegato che una delle ragioni fondamentali di questa gran copia di pseudonimi risiedeva nel proverbiale riserbo del Presidente, della cui vita - precisava - si sa ben poco, poiché egli preferiva non parlare di sé ed anche circondarsi di un alone di segretezza. Fu dunque per modestia, abitudine, necessità... E di modestia certamente si trattava nel caso dei suoi scritti. È noto infatti che le poesie del famoso Diario dal carcere[2] furono ritrovate per caso nel 1960, da un ricercatore vietnamita, sepolte in un archivio sperduto; l'autore non ne aveva mai fatto menzione. La modestia dunque era un sentimento che lo caratterizzava, come del resto l'autoironia; era un vero talento nel non prendersi troppo sul serio: Alloggio amministrativo/ - scriveva dal carcere - riso di Stato/ guardie che si danno il cambio ad ogni nostro passo/ meditazioni a volontà/ passeggiate,../ quanti onori nel mondo per un sol uomo, non vi pare ?

Racconta Tagliazucchi che quando si presentò alla nazione come Ho Chi Minh, nessuno sapeva chi fosse. Sua sorella, Thi Thanh vide la sua foto sui giornale e si disse: "Ma è mio fratello!"; andò quindi ad Ha Noi per abbracciarlo. Poi tornò a casa, come se nulla fosse e riprese la vita di tutti i giorni. Persino i membri del governo provvisorio non erano certi della sua reale identità; si sospettava ch'egli fosse il celebre Nguyen Ai Quoc, ma non si, poteva esserne sicuri.

È celebre l'aneddoto del can go; una sera, a cena, uno dei suoi ministri azzardò una domanda: "Signor Presidente, qual è la sua provincia natale?" Ho, che era nato nella provincia dì Nghe An, non rispose direttamente. Disse invece: "Sono uno del can go". Il "can go" è il pesce di legno che, secondo un antico detto popolare, gli abitanti dello Nghe An, poveri da generazioni, usavano per "condire" il loro riso, in mancanza di quello vero.

[1] TAGLIAZUCCHI   PINO,   Ho   Chi   Minh,   Biografia  politica   (1890-1945), L'Harmattan Italia, Torino 2004.

[2] HO CHI MINH, Diario dal carcere, Tindalo Editore, Roma 1968