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L'OMBRA DOLCE
romanzo
 

“L’OMBRA DOLCE” è l’opera di esordio di Hoai Huong Nguyen.
Un "Romeo e Giulietta ambientato nel Vietnam degli anni Cinquanta

QUALCOSA di puro e impalpabile attraversa le pagine de "
L'ombra dolce", opera prima della francese di origine vietnamita Hoai Huong Nguyen. Già molto festeggiato dalla critica in Francia, è un libro singolare per delicatezza, radicalmente non manierato né virtuosistico.
La scrittrice procede in senso inverso rispetto ad alcune diffuse consuetudini dell'artificio letterario, soprattutto quelle care a un buon numero di odierni autori italiani, che s'immergono in una lingua "innaturale" compiacendosi del loro ardimento stilistico.
L'ombra dolce, all'opposto, avanza con la lievità del respiro. L'arcata narrativa procede come scivolando su battiti d'ala, permettendo al lettore di vibrare con i personaggi in un'immedesimazione trasparente. È un piccolo sortilegio che può guidare in zone desuete della letteratura, dove il racconto vive di per sé, con la sola forza di quanto contiene, senza aggrapparsi alla vernice di una ricercata densità linguistica. A volte la voce de "
L'ombra dolce" pare quella di una bambina: sembra che la vicenda ci sia riferita da una fanciulla disciplinata e poetica, intenta ad affrontare il cammino della sua fiction con passi felpati. Ci proiettiamo nella sua sagoma candida e lucente come quella di certe apparizioni femminili dei film di Ozu.
Quest'occhio limpido sulle cose ci riporta a "
L'amante" di Marguerite Duras. Non per analogie di trama e atmosfera (che pure in parte ci sono), ma per la gentilezza malinconica della prosa e per l'intesa che si stabilisce tra i due protagonisti. Forse solo lo sfondo dell'Estremo Oriente può permettere tanta ritualità in un rapporto di coppia. L'ombra dolce è una storia di guerra e d'amore. Difficile che le storie d'amore ci tocchino senza toni melò.
L'amore è il più impietoso e sfruttato dei soggetti. Troppe complicanze. Troppi luoghi comuni. Invece qui l'avventura di Mai, un'annamita che si adopera come infermiera nell’ospedale francese di Hanoi durante i primi anni Cinquanta del Novecento, quando la guerra d'Indocina sta volgendo al termine, arriva a intrappolarci con abilità sottile e senza mai invadenze sentimentali. Tutto è credibile nell'incontro tra Mai e il soldato bretone Yann, un ferito che le capita di accudire.
Ci sono molti modi di dire l'amore. Yann e Mai lo dicono con gesti minuti, con silenzi fluidi, con il valore profondo di un tocco. Non importa che le loro culture siano lontane. Questo genere d'amore va al di là di ogni distanza. Ce lo ha insegnato Shakespeare. Conta perdersi nell'altro senza interrogarsi su motivi, progetti, illusioni. Istinto contro conoscenza. Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave, dice Giulietta a Romeo.
Sarà infatti precipitoso e sofferto il destino degli amanti. Il padre di Mai, giudice potente, ha promesso la figlia in sposa a un ricco cinese. Lei si ribella al matrimonio sfidando le catene patriarcali, e viene cacciata di casa per l'inaccettabile diniego. Intanto Yann è rispedito al fronte. Dopo l’apocalittica battaglia di Dien Bien Phu, Mai lo salva dal campo di prigionia in cui l'hanno deportato i Viet consegnandosi a un generale del Vietminh rivoluzionario e maoista. Baratta il proprio corpo in cambio dell'incolumità del suo uomo, come una Tosca in balia di un ripugnante Scarpia.
Un altro segno shakespeariano plasma l'immagine in cui sfocia il ricatto: Mai, ormai pazza come Ofelia, perde se stessa nell'acqua. È il suo Yann, liberato dal sacrificio della donna a veder affiorare le spoglie dell'affogata, e l'ombra dolce dello spettro di Mai seguirà in Europa la follia visionaria del ragazzo.
Oltre all'amore nel romanzo c'è la guerra, che imperversa con la metodica ferocia dell'orrore. Gente sfinita, distrutta, annientata, dilaniata in un'orgia di sangue.
Il viaggio all'inferno è restituito con impressionante nitidezza da Hoai Huong Nguyen, così casta nel suo andamento rarefatto, così fedele alla propria idea rituale di scrittura.

(LEONETTA BENTIVOGLIO - la Repubblica - Domenica 20 Aprile 2014)