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L'incontro
Paul Hoover, nato
a Chicago e cresciuto a San Francisco accanto a Ferlinghetti è l'autore di un romanzo che divise gli Stati Uniti negli anni Settanta per la sua posizione contro la guerra. Oggi che quel libro arriva in Italia racconta perché serve un'altra "rivoluzione piena di poesia".

Il vero Vietnam non è Saigon, è nelle vene dell’America!

Ma dove sei, Paul Hoover? «Mi sono perso, sto arrivando». «Piazza Risorgimento». «Ho le scarpe rosse». Eccole le sneaker scarlatte, nella viscosa calura romana, ai piedi di questo omone bianco con borsa a tracolla, t-shirt e pantaloni neri, mezza zazzera liscia e argentea all'indietro e occhiali tondi da intellò californiano. Come nella vita, anche nella letteratura Paul Hoover si è perso al dì fuori degli Stati Uniti. Ma ora lo ha ritrovato Carbonio, che ha pubblicato in Italia l'inedito Saigon, Illinois, suo primo e unico romanzo, perché lui come primo lavoro fa il poeta: «Il secondo ce l'ho nel cassetto da anni, si intitola Dicembre, è satirico come Il ricciolo rapito di Alexander Pope e la sua non-pubblicazione ha spaccato irrimediabilmente la dirigenza di una casa editrice americana».

Ma chi è Paul Hoover? «Un narratore, anzi un poeta che ha deciso di scrivere un romanzo negli anni Ottanta perché all'improvviso avevo tanto da raccontare», ricorda nel seminterrato di un bar nei pressi del Vaticano. Nato 72 anni fa a Harrisonbourg (Virginia), cresciuto nella Chicago violenta dei Sessanta e maturato a San Francisco dove - «accolto da Ferlinghetti, Snyder e tutta la fronda di compagni aulici» -insegna scrittura creativa alla State University, Hoover ha curato la fortunata antologia Postmodern American Poetry e pubblicato versi ovunque, in decine di sue raccolte e sulla Paris Review.

Saigon, Illinois è invece una sua fuga dalla irrealtà. «Ho scritto fino a quindici pagine al giorno, in pochi mesi il romanzo era pronto. Ne lessi un capitolo in una serata di poesia, piacque, allora mandai quel brano al New Yorker che me lo pubblicò. Poi venne il libro nel 1988».

Saigon, incluso anche nella collana Vintage Contemporary Series insieme a De Lillo e Mc lnerney, è il racconto ironico, paradossale ma estremamente realistico - anzi autobiografico -della guerra in Vietnam attraverso gli occhi di Jim Holder, un obiettore di coscienza, che preferisce arruolarsi in un ospedale, il Metropolitan di Chicago («metafora classista dell'America»), per non macchiarsi del sangue di quella sporca guerra. Le recensioni dell'epoca divergono. Il New York Times («oh, non mi ricordi quell'articolo, per favore», ed è subito disgusto) scrisse che Saigon trasudava il rifiuto americano di evocare quel mostro bellico in casa. La Kirkus Review invece notò come questo romanzo raccontava proprio la vita americana impressa dalle scorie mentali e umorali di un intero Paese lacerato da bombe lontane migliaia di chilometri.

Perché Saigon è un romanzo mimetico, ironico e malinconico insieme (c'è chi lo ha paragonato a Kurt Vonnegut) difficilmente afferrabile nella battaglia idealistica degli anni Settanta, con un protagonista che è contro la guerra ma non è neanche un hippie. E dove «i veri angeli della desolazione non erano motociclisti fuorilegge e beatnik suburbani», ma «impiegati di drogheria, meccanici, presidenti di banche e casalinghe». «Sì, ma Jim Holder è sempre contro la guerra, e tutti noi disertori venivamo considerati codardi e schifosi da buona parte della società americana», rammenta Hoover davanti a una birra.

«La sua protesta è diversa da quella esplicita, ma non è neanche una via di mezzo. Per esempio Jim si scaglia contro l'allunaggio perché per lui è colonialismo come la guerra statunitense in Vietnam. Jim, il sottoscritto e quelli come me non eravamo come gli hippy ma avevamo un modo diverso di esprimerci, in un posto come Chicago dove la polizia era durissima, basti ricordare l'omicidio dell'attivista pantera nera Fred Hampton.

Ma 1a vera divisione era generazionale: i padri volevano la guerra, i figli no. Non c'era mai stata una frattura familiare così forte negli Usa». «Il Vietnam ci ha regalato tante libertà di espressione, prima impensabili», spiega Hoover, «dall'Urlo di Ginsberg al femminismo. Oggi se rileggo i miei libri degli anni immediatamente successivi mi sorprende quanto siano espliciti. Ma tutto quello che abbiamo conquistato è perché siamo scesi in strada, ci siamo ribellati, cosa che oggi accade molto raramente».

Trump è un "nuovo Vietnam" dell'America, per quanto è divisivo? «Sì, è la sua è una guerriglia ideologica. E perciò dovrebbe riportare molte più persone in strada. Anche la poesia ha sempre avuto ragione di esistere, e ce l'ha tuttora, perché aveva un risvolto politico e sociale: dai poeti romantici inglesi, Coleridge, Keats e Shelley a Claudia Rankine oggi. Mentre il romanzo, quello sì, è un mezzo vecchio nel mondo visivo di oggi, adatto agli smartphone. Le sceneggiature, le serie tv vanno forte. Ma il romanzo richiede troppa attenzione, e diventerà sempre più residuale».

Antonello Guerrera  -  la Repubblica  - Mercoledì 11 luglio 2018