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GLOBALIZZAZIONE    Caffé scorretto dal Vietnam
Il paese asiatico è diventato il secondo produttore mondiale di caffè, facendo crollare i prezzi e riducendo sul lastrico i contadini di altri Paesi. Per ritrovarsi, oggi, tra le vittime della crisi di sovrapproduzione: storia di una guerra tra poveri vinta dalle multinazionali

di Domenico Marcello

Gennaio 1973: le truppe del Vietnam del Nord e l'esercito americano firmano il cessate il fuoco che porterà alla fine del conflitto. Trent'anni dopo, la guerra si è spostata sul fronte commerciale. L'arma è il caffé e, per il momento, i vincitori sono le care, vecchie multinazionali, che hanno in mano metà della produzione mondiale dei preziosi chicchi. I perdenti sono alcune centinaia di migliaia di coltivatori in Uganda, Etiopia, Nicaragua e Colombia, ridotti sul lastrico dal crollo del prezzo del caffé, dovuto al surplus.
Dei 110 milioni di sacchi da 60 chilogrammi che ogni anno i produttori mettono in fila, se ne consumano 102. Ogni anno, circa 500 mila tonnellate restano invendute. In 12 anni, la Repubblica Democratica del Vietnam è passata da una produzione di 84 mila tonnellate a 950 mila. Con i suoi 16 milioni di sacchi nel 2002, lo Stato asiatico è diventato il secondo produttore mondiale dopo il Brasile (25 milioni di sacchi) e prima della Colombia (10 milioni). Per arrivare a questo risultato sono stati disboscati oltre quattromila chilometri quadrati di foresta, una superficie di poco inferiore a quella della Liguria. L'impatto è stato devastante ai quattro angoli del pianeta.
Fra i primi a pagare le conseguenze della corsa al chicco ci sono proprio i vietnamiti, che ormai ricavano da una libbra (454 grammi) 12 centesimi di dollaro: circa la metà di quanto spendono per produrla. Le difficoltà economiche sono aggravate da conflitti fra i funzionari governativi, che favoriscono gli immigrati arrivati dalle città, e le etnie indigene, che si oppongono alla deforestazione selvaggia.
È lo stesso schema che ha segnato l'occupazione dell'Amazzonia. Al consumatore occidentale, questa guerra fra poveri sfugge. L'egoismo del benessere, stavolta, non c'entra. Nei supermercati di Roma, Londra, Parigi, il prezzo del caffé macinato resta intorno ai tre-quattro euro la libbra. In compenso, la qualità peggiora.
Come la moneta cattiva scaccia quella buona, così accade nella lotta fra i due tipi più diffusi della nera bevanda. La varietà Arabica - più costosa e meno adattabile ai climi, ma anche più saporita e con minore contenuto di caffeina - è messa alle corde dai grani di Robusta, prodotti massicciamente da Brasile e Vietnam e sempre più presenti nei blend di caffé in polvere. Anche se la tecnologia consente di intervenire chimicamente sulla Robusta riducendone il gusto aspro, resta il fatto che la qualità soccombe e, con lei, le economie che dipendevano dalla più pregiata Arabica: in sostanza, i Paesi dell'Africa orientale, quelli del Centroamerica e la Colombia.
Insomma, il quadro del chicco globalizzato è desolante, e non proprio in linea con il caposaldo del neoliberismo, che promette benessere ai Paesi poveri attraverso il commercio senza frontiere. Eppure, l'enorme differenza fra il costo di una libbra di caffé al New York Commodities Exchange e il prezzo al consumo andrà pure da qualche parte. Dove? Per rispondere, bisogna ripercorrere la storia.
Tutto comincia nel 1989. Lo stesso anno in cui viene abbattuto il muro di Berlino, crolla anche il cartello dei produttori di caffé che, fino a quel momento, fissava quote di produzione e prezzi nello stesso modo in cui l'Opec regola le fluttuazioni del petrolio. L'Opec, però, accoglie soltanto Paesi produttori. Il cartello del caffé, invece, ammetteva anche i principali consumatori.
Gli Stati Uniti, primo cliente a livello internazionale, partecipavano, con tutta la loro moral suasion, a un sistema di alleanze fra Paesi del Terzo Mondo che non doveva sbilanciarsi verso l'orbita sovietica. Tramontata la minaccia bolscevica, il cartello del caffé è stato sciolto: il libero mercato conveniva di più. L'anno successivo, il 1990, il Vietnam ha varato un piano di reinsediamenti dalle aree urbane verso le zone del centro del Paese, che vedeva nella coltivazione del caffé l'approdo economico principale.
Qualche milione di persone è stato così trasferito da Hanoi e Ho Chi Minh City (ex Saigon) nel pieno della giungla deforestata. All'inizio, la scommessa ha funzionato. Il Vietnam sfornava caffé Robusta di buona qualità a prezzi imbattibili, grazie anche a un sostegno finanziario da 116 milioni di dollari da parte della Svizzera, della Germania, della Francia e della Banca Mondiale.
Le multinazionali hanno subito fiutato l'affare: Sara Lee, Nestlé, Procter & Gamble e Philip Morris, le cui divisioni alimentari comprano il 50 per cento delle bacche da tostare, e altri grossisti hanno spedito consulenti sul Mekong per istruire i contadini che, fino ad allora, avevano conosciuto solo le piantagioni di riso.
Nel 1994, poi, si è scatenata una vera e propria corsa all'oro. Una gelata ha distrutto gran parte dei raccolti brasiliani, e i prezzi alla libbra sono schizzati, costringendo i Paesi consumatori a dare fondo alle riserve. Il bengodi è durato qualche anno: ancora nel 1997, la quotazione media sfiorava i due dollari. Al suo massimo, il mercato mondiale del caffé è arrivato a valere 70 miliardi di dollari, con 25 milioni di addetti e tre di imprenditori. Per il Vietnam è stato un momento magico.
Gli altipiani delle regioni di Gia Lai e Dac Lac, ai confini con la Cambogia e a circa 200 chilometri da Ho Chi Minh City, hanno cambiato volto. Da zona selvaggia scarsamente abitata, dove militari statunitensi e Vietcong combatterono la battaglia di Buon Ma Thuot, l'area è stata trasformata in una rete di piccoli possedimenti agricoli, che garantivano ai coltivatori guadagni di tre-quattromila dollari annuali. Una vera e propria fortuna, in un Paese dove il reddito medio pro capite, all'inizio del boom del caffé, era di 182 dollari. Ma via via che il Brasile si riprendeva dal trauma del 1994, anche l'ingombro degli stock riprendeva a crescere e il prezzo, di conseguenza, diminuiva.
Al Commodities Exchange, nel 1998, la quotazione media era di 1,25 dollari la libbra. Nel 2000 era scesa sotto il dollaro, e nel 2001 era sprofondata a meno di 50 centesimi. Un collasso che ha portato il valore complessivo del mercato ai circa 40 miliardi di dollari attuali. Questa contrazione ha riguardato tutti e tutto tranne i profitti delle Big Four, le grandi multinazionali citate prima, che sono riuscite a mantenere i margini di guadagno mantenendo alto il prezzo di rivendita alla grande distribuzione e pagando sempre meno i produttori.
Le iniziative prese dalle organizzazioni mondiali come Fairtrade, legata alla charity britannica Oxfam, o dalla rete del commercio equo e solidale, finora hanno avuto scarso impatto. Questi interventi puntano ad acquistare il prodotto grezzo solo da chi paga una cifra minima ai coltivatori. La difficoltà sta nei controlli che, su un mercato diffuso e frammentato, sono possibili in una misura molto bassa, intorno al 10 per cento.
È stata proprio questa difficoltà oggettiva il principale paravento usato dalle Big Four. Come facciamo a controllare - hanno detto le multinazionali - tutti gli anelli della catena?
Ma il pretesto non poteva durare in eterno. I grandi gruppi, oggi, sono sottoposti a pressioni su tre fronti. Il primo è quello dei produttori, che punterebbero a riproporre il cartello del caffé, ma questa volta in versione Opec, cioè senza intrusi.
Il secondo è prettamente economico: se la coltivazione in perdita diventa una regola, dopo qualche stagione il contadino smette di produrre, e i prezzi risalgono.
Infine, il fronte politico. Tre delle Big Four hanno la sede centrale negli Stati Uniti. Lo scorso novembre, la Camera dei rappresentanti ha votato una risoluzione che impegna George Bush a trovare un sistema per rispondere alla crisi del caffé.
L'amministrazione repubblicana, che si è distinta per i massicci sussidi protezionistici agli agricoltori americani a dispetto della professione formale di liberismo, non può prendere l'argomento troppo sotto gamba. Non tanto per un rigurgito di terzomondismo, quanto per problemi di sicurezza interna.
I campesinos che hanno smesso di produrre la pregiatissima Arabica colombiana sono tornati alla coca con uno slancio che non si vedeva dai tempi di don Pablo Escobar. Ma non è tutto: rispondendo colpo su colpo ai concorrenti orientali, si sono messi a coltivare il papavero da oppio, per la gioia dei narcotrafficanti locali.
Chi consumerà l'eroina e la cocaina colombiane? Se la risposta è: i cittadini degli Stati Uniti, Bush ha un problema grande come il Vietnam.
Come dicono a Washington, è il mercato, bellezza.