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"IL SAPORE DELL'ESILIO DIETRO LE LUCINE DI SAIGON"
 

Siamo in una qualsiasi metropoli occidentale, tra amici.
«E se stasera andassimo a mangiare vietnamita?». Finiamo in un ristorante che si chiama Saigon. Per noi è un posto come un altro. Le luci al neon, pareti verdine, statuine della Madonna, grandi fiori rossi sintetici, donne eleganti che ci servono piatti che devono essere per noi semplicemente buoni. Paghiamo il conto. La nostra esperienza con il Vietnam finisce lì.
E se invece questo stesso ristorante fosse lo scenario in cui si svolge una storia lunga sessant'anni? Siamo seduti in platea. Le stesse luci verdine, il neon, i fiori rossi, le Madonnine fosforescenti, il suono di lingue diverse, tutto assume un altro significato. Perché attraverso gli intrecci di questi uomini e donne dai lineamenti delicati catapultati nel 13° arrondissement di Parigi, vediamo qualcosa che va oltre i nostri gesti di consumo quotidiano.
Il RomaEuropa Festival fa una scelta importante e molto apprezzabile, portando lo spettacolo della 37enne regista francese Caroline Nguyen, il 29 e 30 settembre all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Interpretato da undici attori francesi e vietnamiti, Saigon si annuncia come uno spettacolo epico di tonalità volutamente melodrammatiche.
Attraverso le vicende di una famiglia di Saigon trapiantata a Parigi, si racconta una storia di esilio e di memoria.
«Ci capita così spesso di andare a mangiare Bo Bun in ristoranti vietnamiti, ce ne sono tantissimi in Francia, e di solito non ci rendiamo conto di tutto il paesaggio e il cammino percorso dalla donna che cucina piatti prelibati per noi» riflette Caroline  Nguyen, pluripremiata drammaturga e regista francese di origini vietnamite, fondatrice della Compagnia Les Hommes Approximatifs.
«Ho fatto molti viaggi in Vietnam perché volevo capire chi ero e rendere omaggio alle persone che, come mia madre, hanno abbandonato il loro Paese nel 1956. Durante questi viaggi ho annotato tante caratteristiche di questo popolo. Ho seguito, per esempio, il cammino del pianto. Mia madre adorava passare le ore a piangere ascoltando la musica e io stessa ho una certa attrazione per le lacrime.
In Francia, invece, se vuoi piangere, devi nasconderti».
 

(katia ippaso) - il Venerdì di Repubblica - 21 settembre 2018