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Qui Vietnam  -  2004 Novembre
 


Qui Vietnam
Il viaggio Oggi appare un Paese sereno. Che lascia scorrere la vita sul doppio binario della tradizione e della modernità. E che scopre una nuova ricchezza: le spiagge bianche, ancora solitarie del Mar della Cina.

di Franco La Cecla

In un Paese fatto di acque, come il Vietnam, è singolare trovarsi in spiaggia. Fino a poco tempo fa erano solo i turisti, soprattutto i francesi a godersi la sabbia fine, l'acqua trasparente, i fondali da capogiro, l'abbronzatura e le brezze serali. La popolazione si immerge tradizionalmente in altre acque.
Ancor oggi, se prendete il treno di Ho Chi Minh che collega il sud al nord, salta all'occhio la tipica struttura dei campi, ognuno con uno stagno, che offre la possibilità ai contadini di una dieta proteica più ricca: pesci, rane, serpenti... Li vedete, uomini e donne in acqua fino alla cintola a pescare, a raccogliere con bastone e retino e grande cappello a cono sulla testa. È l'autentico paesaggio di una terra fatta di canalizzazioni, risaie, acque e stagni, una civiltà idraulica.
Sulle spiagge vicine a Nha Trang e sulle isole di fronte alla costa che punteggiano il Mar della Cina sono sorti in questi anni attrezzati resort voluti da grandi compagnie internazionali e, soprattutto, cinesi. I cinesi, soprattutto quelli di Hong Kong o di Pechino trattano il Vietnam come un parente povero ma il cui patrimonio ambientale e folclorico è rimasto intatto, da visitare per avere l'emozione di un passato quasi del tutto rimosso in patria.
Così in spiaggia ve li trovate accanto ai turisti europei, e a una popolazione di turisti viet khieu, i vietnamiti fuggiti come boat people negli anni '70 che hanno fatto fortuna negli Usa e in Francia e sono tornati qui, ora che il Paese li ha invitati a tornare per investire, soprattutto per far conoscere la propria terra ai figli e nipoti.
Mentre vi godete su un battello lo spettacolo dei cacciatori di nidi di rondine che si arrampicano per le falesie a picco sul mare vi arrivano all'orecchio discussioni in francese o in inglese. Vi voltate e scoprite che i francesi sono vietnamiti al di sopra dei sessant'anni e che i più giovani sono, invece, degli espatriati che vengono dalla California. E capite che non è facile vivere lontani da questi paesaggi, da queste rive.
Questo Paese che si assottiglia e si stira al centro è minuscolo, più piccolo dell'Italia anche se più affollato. Stretto tra la Cina e il resto della ex Indocina, Cambogia, Laos, ha una identità forte, impertinente, tenace. Banale dire che una lunga guerra lo ha dimostrato. Piuttosto stanno a dirlo caratteristiche uniche della gente e dei luoghi. Il vostro viaggio piacevole tra spiagge e villaggi attrezzati, non può fare a meno di perdersi dietro alla visione di questo popolo: un misto ben riuscito di indiani e polinesiani, una eleganza naturale delle donne avvolte nell'abito più sensuale che tradizione abbia inventato, l'ao dai, una robe attillata e trasparente, con le ali che si aprono sui lati a mostrare larghi pantaloni. Un Paese d'Oriente davvero (in un Oriente che accanto sta sparendo), dove le posture, la maniera di sedersi, accoccolarsi, stare in bilico, allungarsi è di per sé uno spettacolo.
A Hoi An, centro storico, nel Seicento porto nevralgico di traffici marittimi tra il Giappone e l'India e l'Olanda, costellato di case di legno lucido e scuro, di ponti arcuati, di spaziosi templi, incontro una ragazza vietnamita nata a Washington. Minuta, molto bella, fa la fotografa. Andiamo un po' in giro insieme. La osservo a lungo, e alla fine non resisto: devo dirle che, per essere una vietnamita, le manca qualcosa. È l'incedere che hanno le donne da queste parti, qualcosa che accade tra le ascelle e i fianchi e che ha un che di felino, di sottile e pervasivo. Non capisce, mi prende per matto e non insisto.
In genere però è la sensualità che vi prende alla testa qui. Il rapporto tra corpi e luoghi. Anche nei mercati affollati, come quello sul fiume di Nha Trang. Anche tra le battelliere con il cappello di paglia a cono che ho incontrato sul fiume Mekong qualche giorno fa. Anche nel difficile e scomodo treno che ho afferrato a Ho Chi Minh City/Saigon per andare verso il nord. Quello che a noi italiani salta all'occhio sono gli sguardi. Qui si guardano, vi guardano, come gli occhi della donna matura che stanotte dormiva nella cuccetta sotto la mia, con due bambini addosso e che mi guardava negli occhi, non come fa un curioso, ma come una donna che vuole essere guardata di rimando.
Paesaggi e gente, due entità inscindibili, e acque. Le piogge vi colgono quando meno ve l'aspettate, acquazzoni intensi, rapidi, che allagano le strade. Fa parte della normalità. persino quando si gioca a pallone: nel quartiere di Cho Lon a Saigon ho visto una partita in cui i giocatori operavano come se niente fosse con l'acqua ai polpacci. Professionisti che non si curavano dei dettagli delle circostanze.
Se volete godervi il Vietnam lasciate spesso i vostri rifugi dorati sulle sabbie. Vale la pena. A Nha Trang ci sono ottimi negozi di antiquariato. E osservare le case è una esplorazione piena di sorprese. Vi stupite che un popolo apparentemente povero si possa permettere delle case a due piani dove tutto il primo piano è adibito a tempio. Ho fatto la domanda alla donna dell'antiquario, che somiglia come una goccia al Buddha donna che qui campeggia nei templi, una bellezza commossa, un viso "champa", indiano e malese, e un sorriso leggermente ferito. Lei mi spiega che l'uso è dovuto al fatto che durante le mestruazioni le donne sono considerate impure e se l'altare fosse nella stanza in cui si vive e cucina, tutto dovrebbe arrestarsi, motivo per cui si è trasferita la zona sacra al primo piano. Poi mi racconta con dolcezza la loro storia: famiglia di intellettuali del sud, legati al governo perdente alla fine della guerra, che hanno tentato di fuggire in barca, ma sono naufragati. Il carcere, la difficile vita, poi. Ma questa è un'altra storia e chi visita il Vietnam la sfiorerà e sentirà che il magnifico mare della Cina in cui oggi si prende il sole è un posto fin troppo pieno di storia, qui sono sbarcati gli americani; da qui sono fuggiti in milioni alla fine della guerra.
Queste cose le apprenderete venendo qui, anche se non sono evidenti. L'impressione è comunque di un Paese dolce e abbastanza sereno. Come se il Vietnam si fosse ricomposto grazie alla sua fortissima identità, come se sulla stessa guerra civile avesse prevalso una riconciliazione al di sopra della tragicità degli avvenimenti.
In più il Paese conosce uno straordinario balzo in avanti dal punto di vista economico. Dovuto alla industriosità della popolazione, al vasto settore informale e alle rimesse degli espatriati. Un imprenditore dinamico, Hung, che ha vissuto in Italia per vent'anni e che oggi rappresenta qui le camere di commercio del nord d'Italia, mi ha spiegato il perché. Lui era del sud, il sud sconfitto, ed è fuggito nel '75. Quando il Vietnam ha riaperto agli espatriati è voluto tornare per investire nel turismo. Ma è tornato al nord, perché gli premeva capire perché Hanoi ha vinto, perché il mondo più tradizionale di quelli del nord ha vinto il sud industrializzato. Me lo spiega di fronte a dei cibi magnifici (lui ha aperto due ristoranti di successo): in questo Paese il cibo è un viaggio a parte, da non mancare, un viaggio complesso, fatto di erbe fresche e di macerazione, di sapori delicati o fortissimi, una grande cultura nella cottura del pesce, una raffinatezza senza pari nelle carni, come le gelatine di maiale alla cannella. Hung mi spiega che in Italia gli mancava qualcosa, cerca la parola adatta. Si tratta di una qualità che gli italiani hanno perso negli anni, una vitalità fatta di ironia e di sensuale malizia.
Per i turisti italiani il Vietnam è una grande scoperta. La cosa che più li stupisce è la qualità degli hotel dall'architettura neo liberty, retaggio della colonizzazione francese. Poi i ristoranti, i mercati, il cibo di strada, i barbieri, i caphe video, il karaoke, la vitalità magnifica della vita quotidiana...
Un Paese da godere girando, mescolandosi alla gente, passeggiando sotto i fansipan gli enormi frangipane, dai fiori bianchi e gialli delicati e odorosi, le nostre pomelie.
E poi bisogna farsi prendere dall'ebbrezza del traffico di motorini e bici, di cyclo e auto, una folla che però vi convincerà che esistono le folle intelligenti dove ognuno sa come muoversi. La sera, se non siete troppo stanchi, lasciatevi andare al fascino del karaoke locale, una versione totalmente diversa da quella giapponese o cinese. Qui ha a che fare con la voglia di canzonarsi a vicenda e con l'uso di inglobare ciò che è estraneo, soprattutto l'inglese, nella vita quotidiana: "canzonare" Britney Spears, Madonna, Céline Dion.
Infine, se siete turisti attenti non deve sfuggirvi, mentre solcate le acque del Mekong o vi regalate una zuppa tradizionale (pho) in uno dei ristoranti dell'antica capitale imperiale Hue, il suono della lingua. Sappiate che avete la fortuna di avere a che fare con una delle lingue più difficili del mondo, che ha ben otto tonalità ed è monosillabica. Così la sillaba "ma" vuol dire, a seconda di come la pronunciate, "mamma", "cavallo", "tomba" e molte altre cose. Perfino i cinesi hanno problemi a impararla. Ma la musicalità, il ritmo anche se non capite un'acca vi prenderanno lo stesso. È una lingua fatta di soffi e salti, in gola e sulle labbra, con una grande ricchezza di tradizione orale ed una ottima letteratura contemporanea.
Una buona preparazione al viaggio, allo stendersi sulle sabbie del Mar della Cina, dovrebbe passare per la lettura di un grande scrittore contemporaneo, Nguyen Huy Thiep, e del suo Soffi di vento sul Vietnam, Un generale in pensione e altri racconti (ed ObarraO). Lì potete afferrare abbastanza lo spirito e la malizia del Paese e le sue radici profonde. Quelle che, ad esempio, sono espresse da ritornelli popolari, cantati ancora dalla popolazione, come il seguente: Nella pagoda il novizio ha tredici anni Il bonzo quattordici, la monaca quindici. Vorrebbero che il mese avesse due feste Una per Buddha, l'altra per far visita alla monaca.