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Colori di Pace -  2003  Febbraio


Colori di pace.  Manifesti
Una mostra di poster a Santa Monica diventa il nuovo simbolo dell'America che dice no alle bombe. Ricordando Corea, Vietnam e Desert Storm.

di Carlotta Mismetti Capua


Un poster vale più di un discorso politico: viaggia più facilmente, è comprensibile a tutti e costa poco".
Ragion per cui Carol Welles da oltre dieci anni raccoglie per il Centro per gli studi di grafica politica di Los Angeles, una organizzazione no-profit che vive di sovvenzioni private e della passione di questa ex militante politica e storica dell'arte, i poster e i volantini con cui, in ogni parte del mondo, ogni rivoluzione, ogni organizzazione antagonista, ogni campagna per i diritti umani, dall'Ottocento a oggi, dalla guerra in Vietnam al divorzio, ha fatto battaglia politica.
Cinquantamila pezzi, per la metà statunitensi, per l'altra internazionali, donati dai collezionisti o acquistati dal Cspg in Asia, in Centro America, in Russia.
Pochi slogan e molta immagine, molti pezzi di artisti diventati poi famosi, molti di grafici che resteranno per sempre anonimi. Molti di questi poster sono ora alla Track 16 Gallery di Santa Monica, per la mostra The Anti-War Show, una storia dell'intervento Usa dalla Corea all'Iraq (www.track16.com, aperta fino a fine febbraio e poi in tournée in altre città).
Immagini che in queste settimane stanno facendo parecchio scalpore negli Stati Uniti. La mostra ha aperto il giorno in cui migliaia di manifestanti marciavano a Washington, San Francisco, Chicago contro la guerra in Iraq. Allestita in sole sei settimane, rappresenta la protesta "artistica" alla politica militare di George W. Bush, e in questi mesi di bombardamenti mediatici e proclami di guerra no limits è diventata il simbolo del rinnovato pacifismo americano.
"Vengono a visitarci i ragazzi dei licei", racconta Welles, "che delle mobilitazioni anti governative o delle battaglie per i legal issues di venti o trenta anni fa, dei personaggi che hanno fatto la storia del pacifismo o dell'ecologismo o del femminismo americano conoscono quel poco che trovano sui libri di storia".
"Qui - continua Welles - si incontrano le nuove generazioni di pacifisti, gli studenti universitari che tornano a protestare come negli anni Sessanta e Settanta. Un intero universo alternativo alla visione di Bush, tagliato fuori dai media e dalla propaganda: professori di università, artisti, disegnatori satirici, attivisti, famiglie, studenti, veterani".
Artisti e intellettuali come Laurie Anderson, Martin Luther King III e Noam Chomsky che hanno firmato l'appello Not in our Name. Ma anche una folta rappresentanza di quella maggioranza silenziosa di cittadini, il 72% secondo un sondaggio del Los Angeles Times, per la quale Bush non avrebbe ancora fornito sufficienti motivazioni che giustifichino un attacco contro l'Iraq. Il fronte più attivo è costituito dagli studenti universitari, ed è per questo motivo che il Centro lavora molto nel circuito delle gallerie delle piccole e grandi università.
"Attualmente abbiamo venti mostre in circolazione", riprende Welles, "sui temi dell'ecologia, del femminismo, del pacifismo e del dissenso politico. I nostri poster aggirano la censura perché sono considerati arte o documenti visivi. Così riusciamo a esporre dappertutto e in continuazione, e raggiungiamo un pubblico molto eterogeneo e vasto". I manifesti esposti in questo ultimo show anti-guerra risalgono ai tempi del conflitto in Vietnam, altri appartengono a organizzazioni non governative che lavorano in Sudamerica o in Africa. Molte le immagini della guerra del Golfo.
Gerald Dorfman, professore di scienze politiche all'università di Stranford, è qui con la moglie, in piedi da molti minuti davanti a un poster del 1991, fondo bianco, scritte in nero: dice semplicemente "IRAQ" e la Q è disegnata come una macchia di petrolio. Sotto, in fondo, una piccola scritta: "Perché?". "Questo è il mio preferito", commenta, "ci fa l'unica domanda che sia davvero importante: perché?".