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Sogno Khmer  -  2002 Giugno
 


SOGNO KHMER
Angkor va vista e rivista, con impegno, per poi riposare all'ombra di un albero, leggere e attendere: un riflesso su uno scorcio decorato, l'apparizione di un corteo di monaci, un suono nella foresta. Diario di un percorso interiore in Cambogia, nella capitale dell'antico impero.

di Massimo Morello

Sono state dette infinite fesserie su Angkor. C'è troppo spazio per l'immaginazione qui". Claude Jacques conclude così la nostra chiacchierata nel giardino dell'"Auberge du temples" di Siem Reap, alle porte di Angkor, in Cambogia. "Studiare e poi immaginare, immergersi nel mondo di queste pietre che raccontano di un grande impero e illuminati re".
Così affabula Claudio mentre ceniamo in un modesto ristorante cinese. Claude è uno dei massimi esperti d'arte Khmer, storico ed epigrafista. Claudio è un intellettuale italiano che ha abbandonato politica e privilegi di partito per vivere austeramente in Cambogia, dedito allo studio delle civiltà asiatiche.
Entrambi, in modi diversi, sono le migliori guide che possa immaginare. Eppure, più mi addentro in questo sito, più avverto il bisogno di scoprire la mia via. Angkor va vista e rivista, sudandoci, per poi riposare all'ombra di un albero, leggere e attendere: un riflesso su uno scorcio decorato, l'apparizione di un corteo di monaci, un suono nella foresta. Intanto metto a fuoco le coordinate spaziotemporali. Angkor è esteso per quasi 200 kmq, disseminato di oltre cento templi, palazzi e monumenti.
"Ci si dimentica che era una città", suggerisce Claude Jacques. "Anzi, la capitale dell'impero Khmer, una delle più antiche popolazioni del sudest asiatico, edificata tra l'800 e il 1300". Luoghi come questo sono labirinti culturali. "Sogni di un luogo" li chiama Arbasino, mettendo assieme i grandi centri religiosi dell'Asia e del Centro America. È un po' quello che mi diceva Bill Garrett, ex direttore del "National Geographic", durante una spedizione archeologica in Belize: "Stesso Tropico, stessa epoca, stesse cosmologia e architettura. La scomparsa dei Maya e la decadenza dei Khmer sono facce dello stesso mistero". Diversa l'opinione di Claude: "Dobbiamo modificare le nostre idee sul declino Khmer. Con l'adozione del Buddhismo Hinayana, la tensione culturale si spostò dallo spazio esterno a quello interno".
La visita di Angkor procede a fasi alterne: passo da un'iperconsultazione di testi, all'andare a caso. Girovago tra pietre, tronchi, radici, simboli e riti. Riti collettivi, come il tramonto sul Bakheng, il tempio alla sommità di una piramide da cui s'apre un'emozionante visione su Angkor Wat, la città tempio, il più grande monumento di Angkor. E riti personali, alla ricerca di quella presenza mentale che permette di vivere con consapevolezza. Luoghi come Angkor sembrano poter indurre la meditazione, focalizzandoci su uno dei suoi infiniti simboli.
Mi accade così al Bayon, il tempio al centro della città fortificata di Angkor Thom. Dovunque guardi incontro i volti dei 200 Buddha scolpiti nella pietra. Venne costruito da Jayavarman VII, re dal 1181 al 1219. C'è una sua statua nel museo d'arte khmer di Phnom Penh, e appare come lo descrive Arbasino: "Il suo sorriso adulto e spirituale realizza in calcare tutto quello che in pittura è stato raggiunto da Piero della Francesca. I volumi geometrici suggeriscono una illuminazione elevata in silenzio".
Tento di assumerne la perfetta postura di meditazione nella cappella del Bayon rivolta a nord-est, osservato con sorridente benevolenza da una monaca. Altro stato d'animo, quello indotto dalle migliaia di simboli sensuali che animano i templi di Angkor: i bassorilievi e le statue delle apsara, le danzatrici celesti, e delle devata, le dee protettrici. Mi trasmettono un senso di felicità sottile, di un possibile amore privo di tensione. Riesco a comprendere perché André Malraux sia stato indotto al furto di due statue di devata. E comunque ha pagato il suo debito romanzando la vicenda in quel capolavoro che è La via dei Re.
Ballo con le apsara, carezzandole con lo sguardo, girando attorno ai pilastri con la loro figure nella sala delle danzatrici del monastero di Preah Khan. Con maggior riverenza m'accosto al Ta Prhom, il santuario che è il più emozionante esempio di simbiosi tra natura e cultura. Per ispirata scelta della Scuola Francese dell'Estremo Oriente è stato lasciato così come lo vide nel 1860 il naturalista Henry Muhot.
Giganteschi alberi di ceiba dalle spesse radici a vela e di ficus strangolatore dalle sottili radici a liana si aggrovigliano tra pietre coperte da muschio e felci. Sono le immagini che hanno creato il mito esotico di Angkor, "città mai perduta, sempre ritrovata", luogo dove la vita e la storia proseguirono anche dopo la fine dell'impero, ma che l'Occidente pensò sempre di aver fatto emergere dai misteri della giungla.
I turisti citano inevitabilmente le scenografie di Indiana Jones. Io penso ad Apocalypse Now, al tempio nella foresta in cui si nasconde il colonnello Kurtz.
Molto più tranquillizzante è Angkor Wat, microcosmo dell'universo hindu, "fatto di chiarezza ed equilibrio", "Versailles, cattedrale gotica e Louvre al tempo stesso", "non solo la più grande e sublime di tutte le opere khmer, ma anche città vera e propria". Estesa per oltre 200 ettari, è simbolo dei simboli, monumento di monumenti, ma anche spazio in cui esercitare l'arte dell'osservazione. Che sia nel gioco di scoprire le sculture con una caratteristica unica (come la sola tra le 2000 apsara che sorride mostrando i denti). O scorrendo i 600 metri di bassorilievi sulle mura esterne, una sequenza di mandala spaziali e allucinatori.
Proseguendo nell'avventura angkoriana inizio a confondermi. Alcune immagini galleggiano nella mente. Giorno dopo giorno torno sui miei passi e mi accorgo che vedo tutto con occhi diversi. Osservo dettagli prima non percepiti. Come in una foresta dove dapprima non riesci a distinguere gli alberi, poi, dopo un po' che ci sei dentro, distingui anche le foglie. È un'idea, probabilmente, che vale per ogni scoperta.
Alla fine faccio un'ultima visita a Ta Prhom. Mi perdo e mi ritrovo alla porta nord, con un gopura, un piccolo padiglione sovrastato da una torre con un volto del Buddha coperto dalla vegetazione. Tutt'attorno è ancora foresta, nessuna traccia di visitatori. Scoperta facile, in fondo: basta seguire il sentiero meno battuto.

Tra gli dei In libertà. A chi viaggia autonomamente consigliamo di contattare la ASCO, agenzia gestita da italiani che opera con efficienza e competenza in tutto il sudest asiatico (Asco Cambodia, tel. 00885.23.210831. www.ascointernational.com). Dormire. Al Sofitel Royal Angkor (tel. 63.964601; www.sofitel.com): eccellente per posizione (è vicinissimo all'ingresso del sito), comfort e per la splendida Spa dove rilassarsi. Doppia da 180$. Viaggio organizzato. Tra le proposte di Viaggi del Ventaglio (tel. 02.467541) un tour di 11 giorni in Laos e Cambogia e uno di 13 giorni in Vietnam e Cambogia, a partire da 2.427 euro per persona. I libri. La via dei Re, di André Malraux (Adelphi) come compagno di viaggio. Ancient Angkor, di Michael Freeman e Claude Jacques (River Books) come insostituibile guida.