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Dal Vietnam al futuro  -  2002 Giugno


Dal Vietnam al futuro
Arcaico e moderno, comunista e capitalista. Globalizzato. Per vedere da vicino il cambiamento veloce del Paese, siamo saliti sul Treno della Riunificazione, che collega Hanoi a Ho Chi Minh City. Attraversando passato e presente.

di Aldo Pavan

Stazione ferroviaria di Le Duan road. Ore 11,10. Il cielo si sta rannuvolando, l'aria si è fatta umida e irrespirabile. Le nuvole nere sembrano draghi che si rincorrono. Tra poco sarà pioggia a catinelle. Il treno è lì, con una marea di gente che lo assedia: famiglie, bambini vocianti, portatori stracarichi, valigie e pacchi di tutte le misure, gabbie con galline e anatre. È uno spaccato di Hanoi, istantanea di questo Vietnam lanciato verso la modernizzazione, ma con i piedi ancora ben saldi nel passato. Dove andrà questa folla?
Spaccato di vita: il mercato cittadino, la campagna, le zappe portate in spalla, i sacchi di semi, peperoncini, i canestri zeppi di cipolle e carote. Masserizie in viaggio, oggetti e uomini in movimento laborioso per guadagnarsi la scodella di riso giornaliera, mentre una radiolina gracchia un mix di musica occidentale e la pubblicità di hi-fi e computer scruta i passanti dai muri scrostati della stazione. Dal finestrino di questo treno sarà la stessa cosa, la stessa lacerazione, un mondo in bilico, con un piede di qua e uno di là, strappato, offeso dalla voglia di benessere, fin troppo di modello occidentale.
Intanto devo farmi spazio a forza sulla banchina prodigandomi in un salto a ostacoli. Loro si spostano, insensibili alle spinte, sorridono persino. Nella mia mano c'è un biglietto e, si presume, una prenotazione per un posto. Uno, due controllori: nessuno sa dirmi dov'è la mia cuccetta. Mi infilo tra gli scompartimenti, vago in un labirinto. Folate d'aglio nell'aria.
Finalmente un terzo controllore indica sicuro: "È qui". Su questa specie di sedile passerò prima il pomeriggio, poi la notte prima di arrivare a Hué, circa 16 ore per fare 688 km, media di 43 km all'ora, sempre che il treno sia in orario. Per arrivare fino a Ho Chi Minh City, l'ex Saigon, il treno ne impiegherà 32.
È il Reunification Express, il Treno della Riunificazione. Una specie di metafora del mondo vietnamita: dopo il fischio di partenza il finestrino diventa uno schermo sul quale scorre lentissima una sequenza infinita di risaie. Strano cinema neorealista. Il regista è prodigo in fatto di tempi lunghi, di lentezze esasperanti. Le biciclette stanno quasi al nostro passo: cappelli a cono di contadini e studentesse vestite di bianco che ora, di ritorno da scuola, scansano un bufalo che aspetta di attraversare, con un bambino seduto a cavalcioni sulla groppa. E, alle stazioni, venditori di foglie di banana che avvolgono chissà quali intrugli alimentari, sacchettini di zuppa, bibite colorate e birre di importazione. Un mercato ambulante che come un uragano prende di mira il treno.
La pellicola, ininterrotta, viene proiettata per ore, sempre simile, ispirata da una sceneggiatura minimalista, mentre i ventilatori che girano sul soffitto prendono a inutili palate l'aria bollente e immobile dello scompartimento. Unica possibile novità thrilling sono i ladri che potrebbero infilarsi dal finestrino. Proprio come fa ora questo bambino che con un'acrobazia da circo è appena sceso dal tetto del treno e mi sta di fronte, occhi come il carbone e denti splendenti, per vendermi un pacchetto di sigarette. Senza dubbio sul tetto ci devono essere frotte di passeggeri non paganti che, alla peggio, fuggono il controllore saltando dal vagone. Il bambino, intanto, insiste, poi vista la mia immobilità, se ne va deluso.
"Vede", mi assicura il mio vicino in francese, " se un ladro entra nello scompartimento a rubare e poi scappa nella campagna, si può tentare di acchiapparlo: il treno va così piano...". Qualche carrozza ha finestrini con le sbarre, per sicurezza, ma sono più che altro un retaggio dei tempi in cui contro il treno si scagliavano le molotov. Tempi di quella dannata guerra, con i suoi ricordi incancellabili, come queste buche a fianco della via ferrata che sembrano crateri e invece sono le tracce delle bombe lanciate dagli aerei americani. Elogio alla lentezza, perché per tornare a vivere una nuova vita ci vuole del tempo, per dimenticare e per cercare di sanare le ferite aperte.
Con il Treno della Riunificazione, inaugurato il 31 dicembre del 1976, il nuovo governo ha cercato di rinsaldare il Paese spaccato tra nord e sud. Quei binari sono come filo di sutura: 1334 ponti e 27 tunnel, 1279 km di rotaie per rimettere in salute un territorio mutilato, per ridare fiducia al popolo.
Anche Hué, antica capitale imperiale della dinastia Nguyen, si è leccata le ferite. Il sole è già alto quando il treno ferma in stazione, un palazzotto liberty color ocra, retaggio coloniale francese. Il film si è ravvivato: alle prime luci dell'alba, la pioggia della notte si è trasformata in una bruma sottile che avvolge i verdi pendii. Verso il mare scorci di diafani acquarelli, profili di promontori e sagome di barche. Anche l'antico splendore della cittadella di Hué e delle abitazioni patrizie è stato sfregiato dalla guerra che ha danneggiato e abbattuto numerosi palazzi. Diecimila persone, soprattutto civili, hanno perso la vita nel 1968 durante la battaglia per la riconquista della città da parte delle forze Usa dopo che comunisti l'avevano presa 25 giorni prima. Ma la folla di ragazzini in divisa che sta entrando con me nella Città Proibita, antica sede dell'imperatore, non ha sentito quelle esplosioni e non ha visto quello che è successo. Un insegnante spiega, si sofferma sulla torre della bandiera, sui particolari di quei muri ancora sbrecciati e bisognosi di restauri, testimonianze di splendore antico che il tempo e le termiti cercano di cancellare. I ragazzi si guardano attorno curiosi. Sono in gita, vengono dalla campagna, hanno le scarpe e il risvolto dei pantaloni infangati. Il più temerario si avvicina per farsi fare una foto assieme allo straniero. Hué se la ricorderanno anche così. Li seguo fuori dalle mura. Il gruppetto viene inghiottito dal traffico e dalla selva di biciclette.
Gli incroci sono un rebus. "Signore, deve sempre seguire una traiettoria costante se non vuole essere investito", mi aveva consigliato il noleggiatore della mia bici. Loro, ragazzini e vietnamiti, nonostante ciò che è successo in questo Paese non sembra abbiano smarrito la traiettoria. È a me che risulta del tutto incomprensibile dove stiano andando e verso quale direzione. Dove li porterà questo affaccendarsi, verso quali cambiamenti?
"Basta, non ci parlate più della guerra; almeno voi europei. E ormai siamo stanchi degli americani che vengono sempre più numerosi a vedere i risultati della loro invasione...". Sono sentimenti di insofferenza quelli dei giovani, voglia di chiudere con il passato, di cancellare per poter riprendere a vivere e a sognare. Ma seguire la propria strada non è facile, forse auspicabile ma complicato. Ieri erano bombe oggi sono i dollari che lasciano il segno, i dollari con i quali si costruiscono banche, palazzi di vetro, alberghi e resort, con prezzi impossibili, da far venire il capogiro a chi vive con una manciata di riso al giorno: il metodo di "conquista" del XXI secolo.
Quando il treno arriva a Danang tutto ciò è evidente: fino a pochi anni fa era una città addormentata, ora è lanciata sulla via dello sviluppo commerciale e il suo porto fa carte false per attirare gli investitori stranieri.
Più a sud Nha Trang, Rimini vietnamita, si è votata al turismo con i suoi nuovi hotel stile cinese, con svolazzi esagerati, dragoni e kitch in abbondanza. Qui non sono solo dollari, ma anche, e soprattutto, yen e fondi di multinazionali ("Il comfort che trova qui, signore, è lo stesso del nostro hotel di Bali"). Così i resort sulla splendida spiaggia di fronte a una manciata di isole coralline sono coronati dal suono dei campanelli e dei clacson delle migliaia di biciclette e motorette che passano a tutte le ore del giorno.
Il Reunification Express più che della riunificazione è il treno della tentata fusione, della sintesi tra statalismo comunista e iniziativa privata che si insinua tra le noci di cocco, il puzzo di pesce secco e le amache stese per i bambini tra un sedile e l'altro, mentre i genitori dormono per terra su una stuoia sudicia.
Prima di arrivare a Nha Trang, dopo la spettacolare costa a sud di Hué, il treno si era tuffato nella terra dell'antico regno dei Cham fiorito tra il III e il XV secolo, la cui capitale, May Son, è una specie di Angkor vietnamita. Aveva costeggiato Hoi An, antico porto commerciale, con gli eleganti palazzi dei mercati e un ponte coperto giapponese di 400 anni, che oggi è una deliziosa città-museo piena di negozi e atelier di artisti. E poi, le Marble Mountains, cinque colline sacre che nelle loro grotte preservano decine di Buddha scintillanti. Il treno riunifica tutto questo, collega passato e presente, amalgama socialismo reale e capitalismo nascente.
Alle 5 del mattino, con le ossa rotte, arrivo a Ho Chi Minh City: traffico convulso, bancarelle, templi antichi, palazzi moderni. Sintesi estrema di questo Vietnam nuovo, in cui nel giro di due anni sono nate 40 mila nuove imprese e dove, pochi giorni fa, il primo ministro Phan Van Khai ha sdoganato il capitalismo paragonando i giovani imprenditori a "eccellenti soldati sul fronte economico, capaci di creare una gloriosa vittoria per la nazione".

Segreti d'Oriente
A Hué una cena da Madame Ha: parente della famiglia imperiale, nel suo incredibile giardino di bonsai e piante tropicali, serve, al massimo a una decina di persone alla volta, i piatti che un tempo venivano preparati nelle cucine di corte: rigorosamente vegetariani ma a forma di animali domestici o fiabeschi.
A Hoi An tutti i palazzi di architettura tradizionale sono magnifici. Ma poche guide vi fanno notare i tetti, unici al mondo: con le tegole alternate concave e convesse, simboli delle energie yin e yang.
Tam Coc è chiamata la Baia di Ha Long senza il mare: un panorama fantastico di gigantesche rocce multiformi che, invece che dall'acqua, emergono dall'oceano verde delle risaie.