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Tam Dao Park  -  2001 Marzo
 


TAM DAO PARK
Al confine tra due tipi di foresta, ospita una fauna unica. Ma il parco del Tam Dao, in Vietnam, ha due nemici: i danni inferti alla natura dalla guerra e la scarsità delle risorse per salvarlo.

di Sylvie Coyaud


La circolare del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) porta il protocollo SGP/VN, seguito da una sfilza di numeri. La prima sigla sta per Sustainable Growth Project, progetto di sviluppo sostenibile, la seconda per Vietnam.
Nel testo si legge che dal settembre scorso i comuni collocati nelle zone "tampone" attorno al parco nazionale di Tam Dao sono coinvolti in iniziative educative ed economiche per "contribuire alla conservazione della biodiversità".
Il budget, da ripartire su tre anni, è questo: 27.054 dollari. Circa 55 milioni di lire: mezzo minuto di un film di Steven Spielberg. Non bisogna prendersela con l'UNDP: si è svenato per tirar fuori gli ultimi spiccioli e li ha distribuiti tra una dozzina di riserve naturali vietnamite.
Il governo di Hanoi ha deciso di proteggere le montagne e le colline attorno a Tam Dao (e le zone limitrofi nelle province di Thai Nguyen, Vinh Phuc e Tuyen Quang) nel 1996. Era tardi, forse troppo. Dalla metà degli anni Ottanta, quasi a chiedere scusa per colpe passate, agenzie internazionali e parecchie fondazioni statunitensi avevano pagato la creazione di parchi e riserve. Soprattutto a sud, attorno a Ho Chi Minh (ex Saigon), fra il delta del Mekong e Da Nang, dov'era più urgente tentare di salvare brandelli di biodiversità da uno sviluppo economico (si fa per dire) più veloce che a nord, e da una densità abitativa impressionante: oltre mille persone a chilometro quadrato, stipate sulla riva e nel delta.
Qui svanivano ogni anno il 19% delle mangrovie di Melaleuca, uniche al mondo, e il 20-25% della foresta tropicale alle frontiere con la Cambogia e il Laos. Le catastrofi naturali si ripetevano a ogni monsone. Nel 1986 il governo vietnamita aveva nominato un Comitato statale per la conservazione della natura, con il compito di trovare fondi all'estero, di lanciare campagne locali di "sensibilizzazione" e di sovrintendere al rimboschimento di un milione di ettari all'anno fino a coprire, entro il 2005, il 50% del paese di foreste, com'era prima del 1943.
L'UNDP ha fatto un bilancio delle operazioni fatte finora: vengono rimboscati sui 200 mila ettari all'anno, ma "la presenza nel terreno di un tasso elevato di diossina e di altre sostanze tossiche" lasciate dai bombardamenti, ne fa morire subito un terzo. Un altro terzo viene abbattuto prestissimo come legna da ardere da contadini senza altre fonti di energia, o incendiato per liberare terre da coltivare, oppure ancora gli alberi si ammalano per certi parassiti resistenti a qualunque pesticida per via delle tossine di cui parlavamo prima.
Visti i magri risultati anche dove arrivavano aiuti internazionali, il Comitato per la protezione della natura in realtà non si affannava troppo per proteggere la zona del Tam Dao. Ancora nel 1990, affermava che limitare l'accesso alle risorse di quel territorio avrebbe rallentato la crescita economica del nord. Gli emissari della World Conservation facevano notare la scomparsa ogni anno di 80-100 mila ettari di foreste a monte del fiume Rosso e la maggior frequenza di frane e di alluvioni catastrofiche a valle. Gli abitanti del nord, rispondeva il Comitato, erano frugali, si erano "abituati" all'austerità e quindi non stavano affatto abusando della foresta. Gli ecologi stranieri insistevano: il Tam Dao era speciale perfino in un paese così bello.
Infatti è una zona di transizione tra tre foreste diverse: tropicali e pluviali a sud-est, temperate al confine con la Cina e d'alta quota verso l'Himalaya. Quindi anche le specie sono "di transizione", sono evolute come in nessun altro posto al mondo. Alla fine gli stranieri l'hanno spuntata, sulla carta almeno.
Oggi il parco del Tam Dao comincia a pochi chilometri dall'aeroporto di Hanoi, ma è intatto soltanto nelle alture, dove le specie endemiche resistono. Per quanto tempo? Non si sa. Le agenzie umanitarie attribuiscono il fallimento degli sforzi governativi e propri all'eredità della guerra, ovviamente.
Negli anni Settanta sono stati distribuiti fucili e munizioni, altri sono stati abbandonati dal nemico. Gli uomini sono armati e cacciano. Riforniscono i ristoranti locali - nel centro di Hanoi, come nella cittadina di Tam Dao, stufati e arrosti di specie protette figurano stabilmente nei menu - e i mercati del sud-est asiatico. Il governo non ha i mezzi per pattugliare né il parco, né le frontiere nella montagna, né il traffico sul delta.
Per di più, i crateri lasciati dalle bombe esplose hanno formato dei canaloni impervi, la vegetazione è stata sostituita da un'erba dura, l'Imperata cylindrica. Gli erbivori non la digeriscono. A ogni siccità, si sono ritrovati prigionieri, senza poter migrare in cerca di erba migliore. Parecchi ambientalisti americani dicono che il mercato nero aumenta per la complicità della polizia con bracconieri e contrabbandieri. Che le masse del week-end venute da Hanoi si spingono sempre più avanti, e che imprenditori disboscano per installare campeggi abusivi. Che le autorità dovrebbero reprimere tutti quanti e organizzare un afflusso di turisti ricchi e rispettosi del verde.
Le autorità intanto hanno lasciato che spuntassero alberghi e agenzie di gite organizzate. Purtroppo, i turisti ricchi sono insieme la manna e le cavallette: per sostenerne il tenore di vita servono cibi che il Vietnam deve produrre sul posto, visto che non ha i mezzi per importarli. Ma, dato l'inquinamento e la sovrappopolazione, le terre già coltivate non bastano, dove prenderne di nuove se non dal parco?
"Il compito di gestione e protezione non è efficace per la mancanza di coordinamento tra le amministrazioni a livello nazionale, provinciale e locale", lamenta l'UNDP. E tra i pericoli che minacciano il parco mette proprio il turismo. Ci aggiunge le attività minerarie, la costruzione di dighe e invasi, insomma proprio ciò che dovrebbe favorire lo sviluppo economico e, solito paradosso, è finanziato da altri settori della stessa agenzia. Aggiunge anche che il contrabbando tocca ora animali prima trascurati: uccelli, farfalle, falene, serpenti, rane, e insetti porta-fortuna.
Nel Tam Dao, rane e insetti sono spettacolari: alternano uniformi mimetiche e tenute multicolori. Ma il vero tesoro del parco sono serpenti e lucertole, tra cui i famosi varani o draghi. Attirano gli erpetologi che in questi ultimi anni stanno scoprendo cose mirabolanti nell'intero ordine degli Squamati.
Per quanto riguarda il passato, studi di anatomia comparata fatti in Australia hanno rivelato che erano state classificate tra i Sauria certe bestie senza zampe che hanno la conformazione del cranio degli Ophidia. Poi ci sono buchi di decine di milioni di anni nell'evoluzione, e quindi nelle genealogie e nelle parentele di Iguanae, Scleroglossae e Serpentes di mare e di terra.
Per quanto riguarda il presente, si sa di sapere poco. Qualche esempio: per quali meccanismi certe pitonesse riscaldano le uova con il proprio corpo durante la covata, se hanno il sangue freddo? Dove mai un serpente ferito e a digiuno per settimane trova l'energia per mutare pelle ripetutamente? Si ipotizza un metabolismo insolito, "attivato da un meccanismo di riparazione sotto controllo ormonale". Una volta capito di cosa si tratta, forse si potrebbe copiare e applicare ai grandi ustionati umani.
Poi c'è la faccenda dell'olfatto dei draghi: in assenza di vento, sono capaci di fiutare una leccornia, mettiamo una carcassa in decomposizione, a 8 chilometri di distanza. Walter Auffenberg, un erpetologo del Museo di storia naturale di Miami, ha dimostrato che i centri olfattivi del loro cervello sono diversi in corrispondenza della lingua, delle fosse nasali, e del palato dove si trova l'organo di Jacobson (detto anche vomero-nasale). Ma come i centri si distribuiscano il lavoro e come il cervello li coordini per smistare gli odori e le reazioni appropriate a quelli appetitosi o meno resta un enigma. Anche qui, un po' di conoscenza in più potrebbe portare ad applicazioni mediche.
Pure noi abbiamo un organo di Jacobson (il nostro è nel naso, si presumeva perduto nel corso dell'evoluzione e il suo recente ritrovamento è stato un buffo episodio della storia della scienza): cattura i feromoni che gli altri e noi stessi emettiamo durante cambiamenti ormonali legati alla sessualità e li porta dritto al cervello. Alcuni farmacologi immaginano future terapie cerebrali, con molecole gassose da annusare.
Intanto, una società americana ha lanciato Realm, un profumo che, basandosi su questi principi, copia i feromoni umani: sarebbe afrodisiaco. Pur non avendolo provato personalmente, nutriamo dubbi sulla sua efficacia. Ma visto che gran parte del mercato nero degli animali nasce dalla domanda di afrodisiaci, se Realm avesse successo l'assedio al Tam Dao e ai suoi magnifici Squamati forse si allenterebbe.