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Ferrovia VIETNAM/CINA -  2001  Aprile


ferrovie china star
Dopo 2O anni di sonno, il treno blu di Yunnan è tornato sui binari. E come un secolo fa, sferraglia col suo carico di sogni e suggestioni. Proveniente dal Vietnam

di Olivier Frébourg

Davanti alla stazione di Haiphong, un fabbricato color ocra con le scritte rosse in stile inizio '900 che ricorda tanto le stazioncine della provincia francese, i viaggiatori si accalcano per salire sul treno blu di Yunnan.
Sui binari, sbuffa una vecchia Mikado, una locomotiva a vapore degli anni Cinquanta.
Un lungo fischio, a più riprese, poi si parte. E si parte per un viaggio che, quanto a fascino e avventura, non teme rivali.
Perché da Haiphong, nel nord del Vietnam, città dolce e provinciale, circondata di flamboyants (albero del corallo), dove ogni mattina, gli abitanti si dedicano alla ginnastica, giocano a badminton o fanno colazione con riso e polpettine di carne nelle strade profumate, parte lo sferragliante treno che raggiunge la Cina via Hanoi. Lontana dai circuiti turistici, la ferrovia offre l'occasione unica di attraversare questo paese immergendosi nel cuore della sua storia e del suo popolo. Più che un viaggio questo itinerario è un'epopea, con un biglietto compri in realtà un'andata e ritorno fra l'Indocina coloniale e il Vietnam contemporaneo.
Mentre i vagoni accelerano, alcuni bambini rimasti a terra allungano pane ancora caldo e bottiglie d'acqua ai passeggeri.
Il treno oltrepassa un primo ponte, poi taglia in due il tappeto verde delle risaie, salutando con il suo fischio d'altri tempi le contadine con i pesanti bilanceri sulle spalle e le ragazzine con il capello bianco che pedalano accanto ai bufali. Nei vagoni aleggia l'odore della canna da zucchero, del tè, della soja: ecco la vita asiatica, elettrica e contemplativa.
I passeggeri seduti su sedili durissimi sanno che la ferrovia che attraversa i campi immersi nell'umida calura è stata costruita dai francesi all'inizio del secolo? Lungo la massicciata si vedono ancora dei paracarri bianchi e rossi, ricordo del giorno in cui gli ex-colonizzatori del Vietnam lanciarono il loro sogno ambizioso: bucare le casseforti montagnose della Cina, costruire una linea ferroviaria fra Haiphong e Kunming.
All'inizio del XX secolo, dietro ordine di Paul Doumer, allora governatore dell'Indocina Francese, alcuni ingegneri hanno raccolto questa sfida apparentemente impossibile, un'impresa destinata ai conquistatori e ai commercianti, che avrebbe aperto le porte del mercato cinese alle merci francesi. Bisognava farsi largo a colpi di machete, vincere la malaria e reclutare migliaia di manovali. Ma le montagne cinesi rifiutavano di lasciarsi domare a colpi di badili.
Questo cantiere, durato una decina d'anni, ha visto morire 12 mila uomini, per lo più indigeni, ed è costato qualcosa come 244 milioni di franchi-oro. Una specie di tredicesima fatica d'Ercole.
Con il passare del tempo, e delle guerre, il treno di Yunnan è diventato via via un mito. Ora, dopo un periodo di interruzione di oltre vent'anni, la linea Haiphong-Kunming è stata riaperta. E pare non sia cambiato praticamente nulla dall'inizio del XX secolo.
Dopo due ore di viaggio traballante, in un'atmosfera particolarmente calorosa, il treno si avvicina a Hanoi, la capitale del Vietnam. Questa prima parte della ferrovia, in pratica una linea retta, è stata la più semplice da costruire. Fischiando allegramente, il treno corre a cinquanta chilometri all'ora passando da un ponte all'altro. Ogni volta viene spontaneo chiedersi: ma reggerà? Per fortuna reggono. Potenza del genio vietnamita del rattoppo.
A un certo punto il treno passa sotto il ponte Paul Doumer, costruito dai francesi nel 1902, che ha resistito a tutti i bombardamenti americani e oltrepassa il fiume rosso. Giunti alla stazione di Hanoi, i primi a scendere sono i commercianti con i cappelli conici, le gabbie dei polli, i sacchi di riso e i barili pieni di pesci. In un giardino accanto ai binari, in mezzo ad alcuni venditori di sigarette, i dipendenti della ferrovia accendono bastoncini d'incenso e pregano davanti all'altare dei viaggiatori.
Presto, un risciò. Ecco il vecchio quartiere delle corporazioni, con la via dello zucchero, la via dei vermicelli, la via della canapa: in ogni baracchino qui si mescolano la vita e l'ebbrezza. E poi la straordinaria serenità che si avverte davanti al lago della Spada Restituita, dove si riflette l'intera storia di questo paese martirizzato. Bisogna scoprire le vecchie case degli anni Trenta, nascoste dietro una moltitudine di frangipani, ma anche camminare, sognare, passare dalla calma alla frenesia e visitare l'Opera, una sorta di palazzo Garnier di Parigi, in miniatura.
E se ci fermassimo al caffè Lam, con le piastrelle quadrate e i motivi anni Cinquanta? Davanti ai quadri naif vietnamiti, beviamo un caffé forte come l'oppio. Manca solo un narghilé per immaginare di essere in una vera fumeria.
Ad Hanoi, città del tempo cullato e compresso, regna la felicità. In stazione c'è sempre un treno pronto a condurvi a Lao Cai, seconda tappa che guarda la frontiera cinese direttamente negli occhi. Quattrocento chilometri di autentica avventura. Lo spettacolo inizia all'interno delle carrozze, con i venditori di tè, i lustrascarpe che propongono qualche tiro con una lunga pipa di schiuma e le ragazze addormentate. Alcuni ventilatori appesi al soffitto verde acqua dei vagoni sembrano far confluire il presente con il passato mentre gli altoparlanti diffondono musica asiatica.
Man mano che il viaggio prosegue l'ambiente si scalda, i passeggeri parlano e ridono, barattando le proprie mercanzie. A ogni fermata nelle stazioni intermedie, con l'architettura rigorosamente anni Quaranta, frotte di ragazzini si accalcano ai finestrini per vendere qualche frutto. Nei pressi della frontiera, alcune donne di etnia Hmong con indosso lunghi abiti rossi, verdi e indaco salgono a bordo per poi isolarsi sulle dure panche di legno, come se volessero rifuggire da qualsiasi contatto con la civiltà. Quanto al paesaggio, il verde brillante sembra emergere dalla foschia di calore rosato.
Lao Cai non presenta nessuna attrattiva: la città è stata rasa al suolo dai cinesi nel 1979. Bisogna affittare una macchina o una moto per raggiungere Sapa, a meno di un'ora di strada. Questa stazione montana assomiglia a un villaggio francese trasposto sulle montagne vietnamite. Un tempo ci venivano gli abitanti delle colonie, per sfuggire alla calura di Hanoi. Da qui si parte alla scoperta delle tribù minoritarie, gli Hmong e i Dao, due popolazioni di artigiani che hanno trovato rifugio in queste inaccessibili montagne e che girano ancora con pesanti gerle sulle spalle. Agili e forti come capre, sono in grado di superare qualsiasi ostacolo. Alcuni sono stati evangelizzati dai gesuiti e portano al collo una medaglia della vergine Maria ricevuta dai propri antenati. Di solito si ritrovano al mercato degli innamorati che si tiene il sabato sera a Sapa, dove vengono combinati i matrimoni, e al grande mercato di Bac Ha, dove si vendono cavalli, topi, bidoni di alcol di riso, stoffe, gioielli introvabili e a volte oppio.
È l'occasione di incontro attesa per tutta la settimana e ci sono minoranze pronte a fare decine di chilometri a piedi per partecipare a questa fiera del XIX secolo.
Ma il settimo cielo è in fondo alle rotaie. Il ponte Kieu separa il Vietnam dalla Cina. Flussi ininterrotti di gente, merci lecite o illecite e televisori sfilano a bordo di biciclette rinforzate con un telaio di bambù. Alla sera, quando si chiudono le frontiere, i ritardatari corrono da una parte all'altra, gettando ai doganieri la tassa di transito.
Sul lato cinese, nella città-frontiera di Hékou, davanti all'hôtel Railway, un cartellone lascia spazio ai sogni: "Caro ospite, le belle e dolci fanciulle cinesi o vietnamite sono pronte a offrire i loro servigi. Il vostro sarà un soggiorno indimenticabile. Vi sentirete come un imperatore".
L'ultima parte del viaggio può essere effettuata in "comode cuccette climatizzate". Il convoglio cigola, si distende, scala le montagne e sorvola i precipizi. Oltrepassiamo la vallata di Nam Ti, dove un tempo neppure gli animali osavano avventurarsi per il timore, peraltro fondato, di lasciarci le penne. 107 ponti e 155 tunnel costruiti dai francesi.
Ma come hanno fatto ad arrivare fin quassù? Il treno sembra schiantarsi contro le pareti rocciose. È una vera e propria acrobazia ferroviaria, la lotta della macchina contro una natura imperiale che sembra voler dominare il resto del mondo.
Nel vagone ristorante ci sono 40 gradi, mentre sotto i piedi si apre un dislivello di un centinaio di metri. Le tendine blu dei finestrini svolazzano come danzatrici dell'estremo oriente. Siamo a duemila metri di altitudine, abbiamo raggiunto l'estasi. Davanti a noi si apre un paesaggio surreale pieno di banani, alberi di papaya e risaie a terrazze simili a crateri di giada.
Ogni tanto, appare una piccola stazione solitaria, come accade nel sud-ovest della Francia. Un'allucinazione. Fra i viaggiatori, qualche giapponese e alcuni uomini d'affari cinesi che giocano al mah-jong.
Il crepuscolo ci regala dei colori sconvolgenti. Alcuni dipendenti delle ferrovie rischiarano la strada con torce che creano straordinari giochi di luce sull'acqua e sul verde circostante. Un militare scatta sull'attenti davanti al treno.
Ci lasciamo avvolgere dalla dolcezza della notte, mentre ci avviciniamo alle montagne del Drago. Nessuno ha voglia di dormire: è molto meglio ascoltare i rumori metallici e godersi il delicato profumo degli eucalipti.
Alle prime luci dell'alba arriviamo a Kunming, "la città dell'eterna primavera": siamo in Cina e verrebbe la tentazione di prendere il biglietto per il viaggio di ritorno, per prolungare la straordinaria melodia dello Yunnan-Express, questo serpente ferroviario che si è allungato a 50 chilometri all'ora, fra il Vietnam e le montagne cinesi.