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VIETNAM 2001  -  2000 Dicembre
 


Vietnam 2001
A 25 anni dalla fine della guerra che divise il mondo, archiviato nei fatti il passato comunista, la generazione dei nipoti di Ho Chi Minh guarda a ovest alla ricerca di un futuro. Aspettando Clinton.

di Marco Lupis

All'aeroporto di Ho Chi Min Ville, l'ex Saigon, i volti cupi dei giovani addetti al controllo dei passaporti esprimono una severità senza appello. Sembrano guardie rosse: il volto chino, i berretti militari depositati con eccessiva precisione sul bancone, come se ne vedono sulle casse da morto nel giorno di una cerimonia militare funebre.
Ma la tensione dura poco. Del resto, il più lo si affronta prima, all'ambasciata del proprio paese, dove ancora oggi riuscire a ottenere un visto per uno degli ultimi regimi comunisti del pianeta non è un affare da poco. Specialmente per un giornalista. Attendo il fatidico e confortante rumore sordo del timbro sul passaporto, per poter passare attraverso questa specie di magazzino in disuso, teatro di una delle più atroci resistenze che un popolo abbia opposto alle invasioni e agli imperi: non ricorda tanto il rigore burocratico della vecchia ideologia marxista-leninista, quanto il Terzo Mondo.
Poi, varcata la linea di frontiera, ecco la sorpresa: un mondo che si apre al nuovo la cui tolleranza si manifesta soprattutto nei discorsi di politica. Impressiona l'irruenza giovanile dei ragazzi in bici e in motocicletta che sembrano ignorare il feroce dolore che per anni, per secoli, ha attanagliato il paese. A questi giovani, i venticinque anni che separano dalla fine della guerra sembrano molti. E diventano ancora di più per la generazione cresciuta dopo la caduta di Saigon. Questi ragazzi che in verità non pretendono affatto di cancellare il passato, sanno che lo "zio Ho", Ho Chi Minh, è il padre dell'indipendenza, ma hanno un altro orizzonte: vivono in un paese che sta cercando in tutti i modi di rinascere, che ha sete di investimenti e di contatti, che esporta miracolosamente riso, caucciù, caffé, che a ritmi rapidi sta completando una catena di pozzi petroliferi lungo migliaia di chilometri di coste, mentre le cosiddette piccole tigri dell'economia asiatica allevate dall'America attraversano una crisi economica profonda.
Un paese che, soprattutto, di comunista ha ormai ben poco. Di fronte ai gradini della vecchia cattedrale coloniale bianca e rossa di Ho Chi Minh Ville, quattro turisti americani sono circondati da un gruppo di adolescenti vietnamite. Tutte insistono che saranno costrette a lasciare la scuola se i quattro non compreranno le statuine di marmo scolpite dai loro padri. Quel che stupisce è il linguaggio: un inglese fluente, punteggiato qua e là dai versi di una canzone di Michael Jackson o da una domanda sull'imminente visita del presidente Clinton.
Mentre sta per pagare, un americano chiede a una delle ragazze come ha fatto a imparare così bene l'inglese. "Molta televisione", è la risposta. Ai tempi in cui Saigon era la base americana più grande del Vietnam, l'inglese fluente dei locali non avrebbe stupito nessuno. Ma i soldati statunitensi sono scomparsi da una generazione e oggi è la logica dell'economia a indurre milioni di giovani a imparare la lingua dell' ex-nemico.
Il Vietnam oggi è un paese di giovani, dove oltre il 40 per cento della popolazione è sotto i trent'anni. Un paese che vuole navigare su Internet e dimenticarsi del buio dei tunnel scavati dai Vietcong per sconfiggere gli americani. E Ho Chi Minh Ville, già Saigon "la vecchia baldracca", come la chiamavano gli americani, è la città che riassume meglio il nuovo entusiasmo.
Tran è una ragazza di sedici anni. Tre anni fa, ha lasciato la scuola. In famiglia è la più giovane, ma è lei che manda avanti, in assenza del padre morto durante la guerra, la famiglia composta da una quindicina di persone tra sorelle e nipoti. A Cholon, il vecchio quartiere cinese dove vivono, la madre di Tran lavora accovacciata per terra, e cuce bustine in cui infilare un paio di bacchette. Cento bustine valgono 700 dong (circa cento lire). Vicino, una sorella taglia fiori di plastica, molto apprezzati, nel Vietnam del rinnovamento, per matrimoni, feste tradizionali e decorazioni di alberghi. Il lavoro, che richiede precisione, è pagato 200 dong (circa 30 lire) per ogni stelo decorato. "Va molto meglio di cinque anni fa", dice Tran sospirando, "eppure si fa fatica a vivere". Su una piccola imbarcazione, la sola proprietà di famiglia a parte la casa, Tran ogni giorno fa la spola nel porto fluviale dell'antica Saigon. Ci sono giorni in cui porta a sua madre perfino 40mila dong (poco meno di seimila lire). Ma ci sono anche giorni neri e, soprattutto, giorni in cui il vecchio motore non ce la fa.
Il popolino della città di Ho Chi Minh vivacchia così, adattandosi a convivere in queste semibidonville con ladruncoli, drogati e piccoli trafficanti. Ho Chi Minh sta per implodere. Negli ultimi due anni il tasso annuo di crescita economica si aggira attorno al 15 per cento. Nel 1991 l'amministrazione municipale si era posta l'obiettivo di non superare i 5 milioni di abitanti nel 2000. Ma la metropoli ne accoglie già sei milioni. Le luci della città attirano i diseredati, soprattutto i contadini delle pianure molto povere del centro del paese, e si ammassano nelle periferie: dodici persone a stanza che dormono per terra e sperano di guadagnare qualche soldo. Lustrascarpe, venditori di biglietti della lotteria o di giornali, disoccupati camuffati: tutti vengono a cercare fortuna in una città che vanta i suoi primi milionari con le tasche piene di dollari. La criminalità è cresciuta a un ritmo allarmante, malgrado la massiccia presenza della polizia. La stampa ufficiale parla di almeno 20mila delinquenti. Per Tin Tuc Buoi, direttore della Vietnam News Agency di Ho Chi Minh, negli ultimi cinque anni la polizia ha spiccato 40 mila mandati di cattura, ma il 76,5 per cento dei ricercati è latitante. Tra loro vi sono delinquenti che hanno corrotto le forze di polizia o l'esercito, e chi grazie a documenti falsi, ha potuto lasciare il paese con un visto turistico per la Russia, il Laos, la Cambogia o la Cina.
I ragazzi dell'età di Tran non sono i soli a disertare la scuola. Gli insegnanti, dagli stipendi modesti, danno a volte l'esempio: se si parla un po' l'inglese, si può ottenere un posto come portiere d'albergo che frutta dieci volte di più. Ogni giorno la migliore amica di Tran, Xuan, si alza prima dell'alba per andare a vendere la sua zuppa nel quartiere delle Banche, a due passi dal mercato Nguien Thai Hoc. La giornata oggi è stata dura. È appena rincasata e per fare la doccia deve aspettare i portatori d'acqua, che arrivano trascinando un carretto con sopra un grosso bidone.
La madre è seduta su uno sgabello davanti a un televisore di infima qualità, con una nipotina sulle ginocchia. I tempi possono anche cambiare, ma lo sguardo spento della vecchia signora no. Ha visto troppe cose per pensare al futuro. Il marito, un meccanico che vive in una casupola sull'altro lato della strada, sperpera nel gioco il poco che guadagna. I due non si parlano da dieci anni. Uno dei suoi sei nipoti fa il lamierista ai cantieri navali, un mestiere duro ma ben pagato: 30mila dong (circa 4.300 lire) al giorno. Purtroppo la paga non arriva sempre: sulle navi di passaggio che sono da riparare, molti operai rubano. Esasperati, i capitani ripartono senza pagare i lavori. La famiglia va avanti così, cavandosela come può. Xuan, il cui nome vuol dire "primavera", ha l'entusiasmo dei diciott'anni. Ancora qualche tempo fa, pensava di sposarsi perché così voleva la tradizione. "Non c'era nient'altro da fare", dice. Poi, la speranza si è insinuata nella vita della sua famiglia."In questi ultimi anni", dice, "abbiamo ricominciato a vivere, a godere della vita. Le cose vanno meglio. Prima di pensare a me voglio occuparmi della mia famiglia.
Innanzitutto desidero che Ut termini gli studi". Infatti, se tutto andrà bene, Ut, il fratellino più piccolo il cui vero nome è Tri, prenderà il diploma fra cinque anni. È l'orgoglio di una famiglia che non ha avuto molte occasioni di frequentare la scuola. Questa sera le due ragazze sono felici. La giornata è andata bene e hanno deciso di festeggiarla in compagnia di alcuni amici. Tran sorride felice: "Solo cinque anni fa, una simile serata sarebbe stata impensabile: dovevamo risparmiare fino all'ultimo dong". Questo è il Vietnam che la prossima settimana darà il benvenuto a Clinton.