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La figlia del Soldato  -  1999 Ottobre


La figlia del soldato
Un giorno il caporale McDonald tornò sui luoghi della "sua" guerra.

di Vittorio Zucconi

La guerra del soldato Bill finì una mattina di ottobre del 1969, in un villaggio del Mekong chiamato Vung Tau. Finì per caso, come tante guerre, sul terriccio dove la sua jeep era scivolata sbandando fuori dalla strada spalmata di fango e di pioggia. La macchina fece una bella capriola in aria. Il soldato Bill fu schizzato fuori e si risvegliò qualche ora più tardi nell'acqua di una risaia dove era stato catapultato.
Il suo primo ricordo è quello di due paia di occhi scuri che lo fissavano, i grandi occhi bruni e malinconici di un bufalo d'acqua e i piccoli occhi neri e curiosi di una bambina.
Bill - il caporale di cavalleria William McDonald - tentò di muoversi, ma il dolore era troppo forte. Non lo sapeva ancora, ma aveva un polmone perforato, un'emorragia interna, tre costole rotte e una caviglia spezzata. Non poté fare molto di più che mormorare "help" tra le bollicine di sangue che gli uscivano dalla bocca, sperando che il bufalo e la bambina lo capissero.
In risposta, la bambina gli passò un ditino sul naso, il lungo naso di noi bianchi che colpisce tanto i bambini asiatici con i loro minuscoli nasini a bottone. Non disse nulla e se ne andò, seguita dal bufalo d'acqua come un grosso cane. Bill chiuse gli occhi e pensò alla sua casa in Arizona. Si addormentò, convinto che quello sarebbe stato un lunghissimo sonno.
La voce che lo scosse gridandogli "Corporal! Corporal!", caporale, caporale, gli sembrò quella di suo padre. Ma era la voce di due altri G.I. di due soldati americani curvi su di lui. Stavano viaggiando anche loro sulla stessa strada e, gli raccontarono poi, avevano rischiato di travolgere una bambina e un grosso bufalo che gli si erano parati improvvisamente davanti, in mezzo all'asfalto. Erano riusciti a frenare, ma né la bambina né la bestia si erano spostati. E quando i soldati erano scesi per convincerli a farli passare, la bambina aveva afferrato le braghe di uno di loro e aveva cominciato a tirare, indicando con l'altra mano la risaia. I due soldati l'avevano seguita e avevano trovato Bill.
Un'ora dopo, un elicottero trasportava il caporale verso l'ospedale di Saigon.
Trent'anni più tardi, il sei ottobre del 1999, William McDonald e sua moglie Karen fermarono la loro automobile noleggiata a Saigon, la città che il governo vietnamita chiama adesso Ho Chi Minh, esattamente nella curva accanto al placido Mekong dove il soldato Bill era uscito di strada.
Come migliaia di reduci americani della guerra, anche lui aveva voluto - aveva dovuto - tornare in Vietnam alle soglie della vecchiaia per chiudere quel libro di sofferenze inflitte e subite. Tutto, ricorda adesso Bill, era come lo aveva lasciato nel 1969, la strada, i campi di riso, l'acqua fertile e gialla del grande fiume, le nubi basse e gravide, i bufali d'acqua, le contadine chiuse nel "ao dai", la tunica vietnamita, sotto i grandi cappelli conici di paglia. Karen e lui si fermarono a guardarle. Era quasi buio. Molte stavano lasciando il lavoro e sfilavano mute accanto alla coppia di turisti americani. Una di loro, nel passare davanti ai forestieri esitò, si fermò, alzò gli occhi da sotto la pagoda del cappello, fissò Bill senza parlare. Buona sera, le disse Bill in inglese. Il cappello si abbassò in un breve inchino, la donnina fece qualche passo verso di lui, allungò la mano e, con grande sorpresa di Bill e della moglie, gli passò il dito ancora molto piccolo sul profilo del suo grande naso. E tutto, irresistibilmente, come una piena di quel fiume, tornò come quel giorno nel fango della risaia. Persino il sapore del sangue rigurgitato dal polmone ferito gli tornò in bocca.
La sera, nella casa miserabile dove la bambina della risaia divenuta una donna di 34 anni viveva con la madre, due zie e quattro figli, tutti sulle sue spalle, Bill ebbe l'idea che avrebbe sigillato la sua pace con il Vietnam e con se stesso.
L'idea stava piangendo a tutta gola su una stuoia di riso distesa sopra la terra nuda della casupola: era una neonata di 4 mesi, l'ultima figlia della bambina della risaia che lo aveva salvato 30 anni prima. Il soldato e la moglie, sposati da 28 anni, senza figli naturali e senza più speranze di produrne, avevano spesso accarezzato l'idea di adottarne uno, ma era sempre mancato il coraggio di fare l'ultimo passo. Ora il destino lo aveva fatto per loro, in quella perfetta, provvidenziale convergenza di tempo, di luogo, di esseri umani, di vite. Il "segno" era troppo chiaro per non essere accettato. Un mese, e molti documenti, più tardi, William McDonald e la moglie Karen sbarcavano dall'aereo che li aveva riportati a casa, in Arizona, portando in braccio quella neonata vietnamita che loro avevano adottato e ribattezzato Colette Anne. Racconta un giornale di Phoenix che lei già tenta di allungare il ditino e toccare il naso del padre. Ha preso dalla mamma.