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Good Night Vietnam  -  1999 Giugno


Reportage Goodnight Vietnam
Metà della popolazione ha meno di trent'anni, non fa politica e sogna di lavorare in un'azienda straniera o, ancora meglio, in proprio. Ha gusti occidentali e fiuto per gli affari. Così l'America, un quarto di secolo dopo la battaglia di Saigon, ha vinto.

di M. Malinverni


"Cosa penso dei giovani? Tutti quây, buoni a nulla". Al vecchio signor Thu Hien, questi ragazzi armati di cellulare che di notte affollano il centro di Ho Chi Minh City, non piacciono proprio. Per non parlare delle ragazze, soprattutto le viet kieu, la figlie dei vietnamiti della diaspora, cresciute in Francia e America, che tornano ora con le loro famiglie e importano vizi inauditi come "le minigonne, il sesso, bere superalcolici ...".
"Vada, vada a vedere in quel locale che hanno appena aperto", insiste Thu fra lo sdegnato e il rassegnato, immobile sul sellino del suo taxi-cylo.
I boccali di birra scivolano sulla schiuma bianca sopra il bancone di legno. Un gruppo di teen-ager, T-shirt, Levi's oversize e scarpe da tennis con la suola iperalta d'ordinanza balla Cocaine di Clapton suonata con troppi bassi da una band di cinque tipetti che tutti assieme fanno forse cent'anni. Nell'aria l'odore globale di hamburger e patatine fritte.
The "Wild Horse" potrebbe trovarsi ovunque, un clone di saloon come ce ne sono tanti in Europa, e se non fosse per qualche ragazzina con gli occhi obliqui e i capelli neri lisci, mai penseresti di essere in Vietnam.
La moda Tex-Mex è arrivata anche nel D1, il District One, il cuore trendy della metropoli del Sud, e si è sostituito agli ormai vecchi locali come il Q Bar, il B475 (da leggersi Before Seventyfive, prima del '75) o l'Apocalypse Now, il bar con sul soffitto gli elicotteri che tormentano con il flap-flap delle loro pale. Proprio come nel film di Coppola. Proprio come nella guerra che i suoi giovani clienti non hanno vissuto.
Dei quasi 8 milioni di abitanti, di quella che per la gente di qui continua a chiamarsi Sàigon, la metà è nata dopo il 1975, l'anno della "Liberazione del Sud", come al Nord definiscono la fine della guerra. E tra i 78 milioni e più di abitanti del Paese la proporzione è la stessa. Ragazzi che sono cresciuti sotto il regime unico e onnipotente del partito comunista, a scuola hanno studiato le biografie dello "zio Ho" e dei giovani eroi dell'indipendenza, in famiglia si sono sentiti raccontare dai genitori e dai nonni le loro vite segnate da una serie infinita di guerre patriottiche - contro i francesi, contro gli americani, contro la Cambogia - eppure si sentono completamente liberi dal passato.
Gli anziani come Thu Hien non li capiscono, li disapprovano. Borbottano contro questa nuova generazione, ai loro occhi consumista, egoista, senza ideali, che non condivide nemmeno una virgola dell'etica di Confucio né dei sogni dei padri della patria. E se ha un sogno semmai è comperarsi una moto Honda, modello Dream preferibilmente.
Nemmeno il doi moi (nuovo pensiero), la timida apertura all'economia di mercato lanciata dal governo alla fine degli anni '80 è riuscita a coinvolgerli più di tanto. Non lo vedono come una reale opportunità di sviluppo - peraltro al momento stagnante a causa della crisi economica dello scorso anno che ha frenato, e in alcuni casi bloccato, gli investimenti stranieri, soprattutto quelli dei cinesi di Taiwan e dei partner del sud-est asiatico.
Quanto al partito, non è che non hanno fiducia, non può offrirgli niente, e loro non lo contestano nemmeno, semplicemente non se ne occupano. "Finita l'università cercherò lavoro in una ditta straniera. A loro non interessa da che parte stava tuo padre durante la guerra", dice Phan Phuong, vent'anni più o meno, con le orientali non si può mai dire, impeccabile nel suo tailleur blu. "Aderire al partito per trovare un impiego statale? Impossibile. Sono le imprese estere quelle che si muovono. E poi non vedo perché, non ho nessun legame ideologico".
Come Phuong, molti neolaureati del Sud sottolineano l'ambiguità del doi moi che non solo crea un gap tra la maggioranza che resta povera all'interno di un'economia di prezzi in aumento e la minoranza dei nuovi ricchi, ma anche privilegia negli affari e nelle carriere i figli della nomenklatura al potere e "quelli del Nord".
Questa indifferenza verso la politica e le tradizioni, normale per l'indisciplinata e affarista Sàigon, è invece un fenomeno recente nell'austera e intellettuale Hanoi. A partire dagli anni '80 si è verificato come un processo di osmosi: la vita rilassata, la modernità, l'interesse per quello che succede all'estero tipici della gente del Sud, si sono infiltrati tra i nordici.
Se Hanoi è stata il modello imposto a Sàigon dopo la guerra, Sàigon è oggi il modello scelto da molti ad Hanoi, in particolare dai giovani. Al tramonto, sulle rive del lago Hoan Kiem, proprio in centro, accanto agli anziani che giocano a dama o fanno Tai Chi come sempre, gli yuppie, abiti occidentali e Honda Dream parcheggiata sotto i grandi platani, si trovano per l'aperitivo nel chiosco-bar più alla moda, quello dove si incontrano le turiste.
Ma la tradizione è dura a morire qui, e se ne vedono ancora tanti impugnare il telefonino con la destra inanellata e l'unghia del mignolo lunga, a volte pure laccata di rosso - come usavano i Mandarini - per segnalare che fanno lavori di concetto, non manuali o agricoli.
"Ricchi, nuovi ricchi. Denaro facile, senza cultura", scuote la testa osservandoli da una panchina Nguyen, studente della Swinburne University, una scuola di Economia australiana con un campus ad Hanoi. Come molti suoi coetanei cerca di far pratica d'inglese fermando gli stranieri per strada e chiedendogli di fare un po' di conversazione. "Solo facendoci una cultura internazionale potremo combinare qualcosa di buono per noi e per il Paese.
"Il doi moi ora come ora non basta: pochi, i più furbi, si arricchiscono, i prezzi salgono e la disoccupazione pure. Esercito, imprese statali e uffici pubblici - i tradizionali sbocchi d'impiego al Nord - non assumono, mentre dalle campagne, dove vive ancora l'80 per cento della popolazione, continua ad arrivare gente in cerca di lavoro: si radunano tutti là, vicino all'Opera".
Educazione e nuove tecnologie (solo nel gennaio '98 il governo ha dato il via libera a quattro provider per fornire l'accesso a Internet ma "unicamente su siti culturalmente accettabili", cioè niente sesso e ideologie antigovernative o che minaccino l'unità nazionale), oltre a una burocrazia più snella e a una minor corruzione sono le chiavi del futuro secondo i giovani rampanti della capitale. Che si danno un gran daffare e, a differenza dei coetanei del Sud, puntano molto sull'iniziativa privata nazionale tanto che l'Associazione locale dei giovani industriali conta mille iscritti di cui 150 con meno di 40 anni.
Tran Trong Kien è un esempio: ha una laurea in lingue straniere e ha aperto un'agenzia di viaggi in centro. Non era mai stato all'estero, non sapeva nulla di ecoturismo: oggi porta centinaia di stranieri e vietnamiti di classe media a fare trekking sulle montagne del nord. Ha uffici anche a Ho Chi Minh City e una filiale a Vientiane, in Laos. Il tutto a 25 anni.
Nemmeno le opinioni comuni sugli hanoiani, "impantanati nella burocrazia e conservatori", sembrano calzare all'immagine dei nuovi businessman. Hoang Khai non pare per nulla impantanato, agisce velocemente, guarda con attenzione a quello che succede all'estero nel suo campo, salta da un'idea di affari all'altra. E non c'è nulla di tradizionale nelle sue camicie di seta stampata che fanno dire alle turiste occidentali di aver scoperto l'Hermès d'Oriente o nelle sue borse design che piacciono ai manager metropolitani. "Quando ho visto Louis Vuitton mi sono detto: perché non farlo?", dice a proposito della sua nuova linea di valigie di tessuto, una novità in città. A 17 anni lavorava nella sartoria della madre in Hang Gai, uno dei mille microlaboratori familiari che dal Medioevo compongono il labirinto delle 36 strade, il cuore antico di Hanoi. Quando alcuni turisti gli dissero che gli occidentali amano la seta vietnamita ha deciso di fare il grande salto: aprire un negozio di lusso. Oggi, che di anni ne ha 34, "Khai Silk" vuol dire quattro boutique ad Hanoi - di cui due negli hotel Metropole e Daewoo, i più costosi e internazionali - e una a Ho Chi Minh City, una a Tokyo e, per la fine dell'anno, un negozio nuovo nella città turistica di Hoi An. E se gli si chiede come mai il Nord conservatore sta superando il Sud storicamente imprenditoriale sintetizza così il nazionalismo moderno della sua generazione: "I giovani di Hanoi hanno sempre avuto minor competizione da parte degli imprenditori anziani come invece accade al Sud.
A Ho Chi Minh City gli affari sono concentrati nelle mani di gente di mezz'età, con un'esperienza di mercato anteriore al '75, mentre ad Hanoi i più giovani si stanno muovendo su nuove basi, più internazionali, e stanno recuperando terreno. Gli affari dipendono dalla velocità, bisogna essere sempre pronti a cogliere il momento giusto.
Soci stranieri? Nooo, meglio partire da soli, in piccolo, e poi reinvestire di volta in volta. Come è nostra tradizione".