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Hanoi Reportage  -  1999 Giugno

Attualità Dal mondo

Reportage Hanoi
Fino a pochi anni fa era grigia e spenta, ravvivata solo dai risciò. Ora la capitale del Vietnam sembra un'altra: piena di moto, auto e commerci. Senza più slanci utopici, né slogan roboanti. Così la città, sopravvissuta al crollo del suo mito, va incontro al futuro.

di Jean-Claude Pomonti*


"Quando la bellezza delle notti gelide mi dona l'ispirazione, canto a voce alta sublimi poesie", scrive Nguyen Trai, poeta e stratega del XV secolo. Di questi tempi, Hanoi fa volentieri a meno dei romanticismi, dei voli pindarici sulla storia del Vietnam. In bilico fra due epopee, un piccolo mondo si agita fra i caffé di questa città, posta nella culla della nazione vietnamita.
Né vecchi né giovani, seduti su minuscoli sgabelli attorno a tavolini bassissimi, gli abitanti di Hanoi chiacchierano aspirando il fumo da sigarette da quattro soldi, o da una pipa all'acqua, e sorseggiando un caffé forte come il petrolio. Discutono. Passano semplicemente il tempo. La vita moderna li sfiora appena. I grandi slanci appartengono al passato, oppure forse al futuro.
Hanoi si vanta di non essere Saigon, ribattezzata Ho-Chi-Min, grande metropoli meridionale in balÍa dei venti. A volte appare raggomitolata su se stessa, coi suoi brandelli di storia che assumono importanza solo quando si preannuncia la tempesta.
Qui, vicino alla piazza Ba-Dinh, dove si staglia il mausoleo del vecchio zio Ho (Ho Chi Min), morto nel 1969, la storia era stata scritta nel 1945, quando quest'ultimo aveva proclamato l'indipendenza davanti a una folla in delirio.
Dall'altra parte sono stati costruiti i campi da tennis, dove, nelle sere d'estate, i potenti del Partito Comunista si sfidano in interminabili doppi. Attorno al piccolo lago (detto della Spada restituita), gruppetti di adolescenti appollaiati sulle loro motociclette si lanciano in ronde infernali, annoiandosi a morte, mentre a pochi passi da loro i marciapiedi brulicano di piccoli commercianti della città vecchia, quella delle Trentasei strade che portano i nomi di antichi mestieri.
Ognuno appare affaccendato: commercianti a caccia di turisti, fabbri, costruttori di altari, fogli votivi, venditori di scarpe, piccoli ristoratori che offrono riso e carne di cane su sudici tavolini, venditori di bia hoi, la birra locale, leggermente fermentata e decisamente a buon mercato.
Fino a 12 anni fa, all'alba del "rinnovamento" che avrebbe segnato la riapertura del paese verso il mondo esterno dopo oltre un decennio di chiusura in se stesso, la capitale del Vietnam era una città grigia, attraversata da legioni di ciclisti silenziosi, apparentemente senza meta, mentre sui marciapiedi venivano improvvisati magri commerci attorno alle vecchine che offrivano un misero cestino pieno di verdura. I risciò a pedali erano l'unica attività che sembrava rendere bene, trasportando i bambini a scuola e i funzionari nei loro uffici, oltre, naturalmente, alle vecchiette con le loro mercanzie negli angoli delle strade, dove avrebbero atteso pazientemente i clienti.
Oggi la città appare decisamente più colorata. Le automobili sono sempre meno rare e gli scoppiettii delle motociclette risuonano un po' dappertutto. I giovani si vestono seguendo la moda diffusa da una televisione ormai universalizzata, i concerti rock sono una consuetudine e le partite di calcio furoreggiano, qui come nel resto del paese. Hanoi esce dal suo languore, dimenticando l'antico isolamento.
All'inizio degli anni '90, un tasso di crescita economica a due cifre le ha regalato una sferzata di energia, un nuovo vigore. E la città ha perso il suo carattere desueto. Quando il sole riesce ad avere la meglio sulla triste pioggerella tipica della zona, Hanoi mostra pur sempre una delle strutture urbane più affascinanti di tutta l'Asia, con i larghi viali ombreggiati, fiancheggiati di ville perfettamente restaurate, in stile coloniale, costruite all'inizio del secolo. Il quartiere delle ambasciate e i dintorni dell'Opera, simile all'originale parigino disegnato da Garnier, sono un invito alla passeggiata.
Dietro le dighe, che la proteggono dalle piene del Fiume Rosso, la città si articola attorno a grandi arterie, laghi, giochi d'acqua e giardini i cui nomi - Lenin, Tran Hung Don, Dien Bien Phu, Nguyen Hue o Hai Ba Trung - rievocano un tessuto storico ben radicato e insieme fragile.
Quasi duemila anni fa, le due leggendarie sorelle Trung avevano liberato, seppur per un periodo brevissimo, il Vietnam dal giogo cinese. Tran Hung Dao e Nguyen Hue furono, ognuno nella sua epoca, grandi strateghi, e inflissero cocenti sconfitte alle legioni che avevano invaso l'antico impero di Mezzo. Nel 1954, prima della presa di Saigon nel 1975, Dien Bien Phu è stata la grande vittoria del generale Vo Nguyen Giap, ancora in vita. Il nome di Lenin, attribuito a un vasto parco, ricorda a tutti che il comunismo ha dominato la storia del Vietnam per tutta la seconda metà del XX secolo.
Concepita all'inizio del secolo per ospitare mezzo milione di abitanti, Hanoi ne conta oggi più di tre milioni, spesso ammassati nelle case di periferia costruite negli anni Sessanta e già corrose dall'umidità. Le ville, suddivise, sono in grado di ospitare quattro o cinque famiglie, e vista la carenza di spazio la vita familiare finisce per invadere i marciapiedi. Le abitazioni "a tubo" del quartiere delle Trentasei strade, lunghe da 30 a 60 metri ma strettissime, sono state spesso divise e ancora suddivise nel corso dei decenni.
Per molto tempo, solo le famiglie dei privilegiati, in genere i quadri del Partito Comunista, hanno potuto contare su qualche metro quadrato in più di superficie abitabile. Ma i cambiamenti più eclatanti sono sopraggiunti con il "rinnovamento". Il denaro è stato ripartito in modo diverso in seguito alla nascita dei "miliardari rossi" e allo spuntare dei primi grattacieli. In una zona periferica, la Daewoo, il colosso sud-coreano, ha inaugurato nel '96 un albergo con 350 camere e un immenso centro commerciale. Puntando forse un po' troppo prematuramente su una clientela di espatriati asiatici e occidentali, altre grosse società hanno eretto palazzi o complessi residenziali con "appartamenti di servizio".
Poi il "rinnovamento" ha perso la sua ispirazione, proprio nel momento in cui la crisi finanziaria del sud-est asiatico, scoppiata nel '97, contribuiva a scoraggiare gli investitori stranieri. Così gli abitanti della città, come molti altri, hanno dovuto ridurre le loro ambizioni. E la loro esistenza si è ricostruita attorno alle piccole cose, lontano dai grandi progetti che forse non erano altro che grandi illusioni.
Oggi i vietnamiti sono combattuti fra l'amore per ciò che è straniero e l'attrazione esercitata dal loro mondo. Per la maggior parte della popolazione, la pace e il progresso si misurano con parametri ben precisi: mangiare a sazietà; potersi concedere un frutto, un gelato, un orologio, un fine settimana al mare; assicurare una buona scuola ai figli e celebrare degnamente gli anniversari di morte.
Le pagode si animano, l'acquisto della prima moto è una grande festa e le pareti della casa si riempiono di ritratti di famiglia. I primi risparmi vengono destinati all'acquisto dell'oro, dal momento che il dong, la moneta vietnamita, gode di scarsissima credibilità.
Di giorno, il centro di Hanoi brulica di giovanissimi venditori di giornali o cartoline, e di lustrascarpe giunti dalle sovrappopolate province del delta del Fiume Rosso. I ragazzi si accalcano attorno ai piccoli hotel frequentati dai giramondo o dalle coppie straniere a caccia di bambini da adottare. Cinque o sei camere riescono a soddisfare le esigenze degli stranieri squattrinati, che si cibano dai venditori ambulanti di zuppa o nei bistrot dove un pranzo completo non costa mai più di uno o due dollari. I funzionari si attardano nei caffé accanto agli uffici, o spezzano la noia andando a farsi fare la barba e pulire le orecchie dal parrucchiere più economico che si possa immaginare, quello che ha sistemato una misera poltroncina direttamente sul marciapiede, lo specchio appeso al muro di fronte.
Di notte, Hanoi si spegne rapidamente e ritrova la calma provinciale, retaggio della penuria di un tempo. Anche in pieno centro, quando scoccano le dieci di sera, non si sente altro che il brusio dei piccoli schermi televisivi celati dietro le saracinesche abbassate di bar e negozi. In inverno, tutti cercano di sfuggire ad un freddo spesso umido, mentre in estate è più facile restare alzati per via del calore che costringe a cercare refrigerio vicino ai laghi o nei giardini oggi ben illuminati.
Qualunque cosa accada, Hanoi si sveglia presto, verso le 5 o le 6 del mattino, col fracasso delle moto. I giardini pubblici sono allora invasi da vecchietti che fanno ginnastica e da giovani che si cimentano con il badminton. Ormai hanno fatto la loro apparizione anche i pattini e persino i roller, mentre la trottola, gioco preferito dai bambini di un tempo, è scomparsa da parecchi anni.
"Del sale e qualche verdura, ecco il menù; e, per vestirmi, né seta né broccato", recita Nguyen Trai, il poeta. Ennesima sfaccettatura della mentalità vietnamita, la saggezza popolare si ritrova dappertutto. Seduto su uno sgabello davanti alla porta di casa, un vecchio sfoglia il Nhan Dan, quotidiano del partito comunista, prima di passarlo al vicino. Alcuni ragazzi bighellonano davanti agli scaffali di una libreria, sfogliando i volumi che non possono permettersi di acquistare. Una famiglia si mette a tavola davanti a un piatto di banh cuon, sottilissime crêpes di riso cotte a vapore e farcite con carne di maiale e funghi neri, da intingere nel nuoc mam, una specie di salamoia di pesce.
La vita degli abitanti di Hanoi è spesso fatta di questi piccoli piaceri, assaporati senza curarsi troppo di quel che accade intorno. Senza preoccuparsi del tempo che passa e delle ambizioni dei padroni del momento.

*(Jean-Claude Pomonti è corrispondente nel sud-est asiatico di Le Monde e autore di numerosi libri sul Vietnam)