Attualità
 
D_Repubblica
 


Il ritorno di Suon.
Dopo l'esilio, vuole partecipare alla rinascita della Cambogia. A partire da Angkor.

di Guido Rampoldi

D'un tratto la donna cominciò ad agitarsi sulla poltroncina, e la sua voce, fino a quel momento vivace e rapida, perse slancio. Ora sembrava che parlasse non più al giornalista ma a se stessa, di nuovo tormentandosi con il dubbio col quale era tornata a Phnom Penh dopo venticinque anni di esilio. "Forse c'è qualcosa di strano in noi cambogiani. Qualcosa di insano". Le dicevi che non è così, che in definitiva la Cambogia è un Paese come tanti in Indocina, solo più sfortunato, a causa di quel suo essere vaso di coccio tra vasi di ferro, schiacciato tra i due imponenti vicini, la Thailandia e il Vietnam, e per giunta sovrastato dalla Cina; ma soprattutto condannato non da una propria tara misteriosa, ma dalla feroce geopolitica che quasi trent'anni fa ne fece il campo di battaglia di due scontri planetari: l'uno interno al comunismo, tra russi e cinesi, l'altro tra sovietici e americani. E lei annuiva (certo, un Paese sfortunato, una storia spaventosa...), ma come per condiscendenza verso l'interlocutore, guardando altrove, con un lieve ansimare, ancora smarrita.
Presto il dubbio tornò a darle da presso, ora incalzandola da un altro lato. "Il nostro sorriso, certo. La terra del sorriso, dicono le guide turistiche. Ma non si fidi. La nostra gente è cresciuta con quella specie di riflesso automatico, sorride per difendersi, per ingannare il potente, per sventare il pericolo. Chissà quanta violenza si è accumulata dietro questi sorrisi...".
Era apparsa dai corridoi vuoti della presidenza del consiglio, un edificio bianco e lungo, a tre piani, nel cui silenzio spettrale potevi misurare l'irrilevanza del potere civile rispetto al potere militare. Piccola, sulla quarantina, con un bel viso e un nome musicale che taceremo perché, dopo il colpo di Stato di giugno, non è chiaro quali siano le regole sotto il nuovo corso. La chiameremo Suon. Il suo ufficio apparteneva al ministero per la protezione dei templi di Angkor, il simbolo della nazione. Probabilmente non riceveva alcun salario, quasi nessuno in Cambogia è stipendiato dallo Stato, in quanto lo Stato è poco più che una finzione. I dipendenti pubblici per così dire si auto-finanziano, prima di tutti gli alti ufficiali, che a ridosso dei confini hanno il monopolio di traffici e trasporti; e in genere un posto statale è ambito solo perché offre la possibilità di incassare mance o di esercitare con profitto lo scambio dei favori. Tuttavia lavorare nel dipartimento per la protezione di Angkor non offre proprio nulla, se non pericolosi attriti con quei comandanti di zona che ogni tanto organizzano il contrabbando di due o tre quintali di bassorilievi spolpati dai templi.
Ma Angkor è il monumento nazionale, l'emblema della Cambogia, al punto che la sua sagoma restò al centro della bandiera cambogiana perfino durante l'era di Pol Pot. E dunque quanti lavorano alla conservazione di quei templi, salvati dalla guerra e dalla giungla, godono di un certo status speciale riconosciuto da tutte le fazioni cambogiane (furono gli unici "intellettuali" risparmiati dai khmer rossi) e garantito dalla protezione accordata ad Angkor da vari organismi internazionali. Per tutto questo, il ministero può prendersi alcune libertà. Non solo infastidire i commerci dei generali, ma addirittura contrastare il business di quella grande compagnia alberghiera malese che minaccia di snaturare l'immenso edificio centrale, Angkor Wat, con una "Suoni e Luci" in mezzo alla giungla e altre iniziative disneyane benedette dal ministero del Turismo.
Con o senza il "Suoni e Luci" Angkor potrebbe attrarre un milione di visitatori all'anno e diventare uno dei volani per la ricostruzione dell'economia. Per questo Suon era tornata l'anno scorso da Parigi, sua terra d'esilio. Voleva partecipare alla rinascita della Cambogia.
Non era stato facile tornare. Nell'aprile 1975, quando Pol Pot aveva preso la capitale, la famiglia di Suon era stata deportata così come tutti gli ottocentomila abitanti della capitale, quasi la metà dei quali furono sterminati nei tre anni successivi. Si salvò soltanto sua sorella. Miracolosamente viva dopo tre mesi di vagabondaggi, riuscì ad entrare nel Vietnam filo-sovietico (dunque nemico della Cambogia filo-cinese) e, un anno dopo, a raggiungerla a Parigi, dove lei studiava.
Di quei tre mesi in balia dei khmer rossi "ricordava con terrore soprattutto i giovanissimi, quasi bambini. Erano capaci di uccidere con una naturalezza mostruosa. Ammazzavano come altrove gli adolescenti mangiano, dormono, giocano. Per reazione automatica allo stimolo. Senza riflettere un attimo, senza consapevolezza alcuna. Questo mi raccontava mia sorella, e io capisco perché da allora non voglia neppure sentir parlare di Cambogia".
Dunque Suon tornò a Phnom Penh, la città che aveva lasciato a 18 anni, un anno prima che la prendessero i guerriglieri di Pol Pot. Per prima cosa cercò di capire come e dove fossero morti il padre, giudice della Corte suprema, e il resto della famiglia; ma come tanti altri presto dovette arrendersi al fatto che lo sterminio di un numero di cambogiani stimati in milioni tra 1,5 e 3,2 ha, paradossalmente, pochissimi testimoni.
"In quegli anni tutti chiudevano gli occhi e non volevano vedere né sapere. Era uno dei prezzi per sopravvivere". Comunque qualcuno aveva visto la sua famiglia dirigere a piedi verso sud. Probabilmente il padre era stato assassinato subito, in quanto a suo tempo aveva rifiutato l'iscrizione al partito comunista cambogiano; poi gli altri, uccisi o lasciati morire di fame chissà dove.
Un altro impegno che Suon assolse appena giunta a Phnom Penh fu visitare il Museo del genocidio, ex liceo, ex centro di tortura e di avviamento allo sterminio (dei 12 mila cambogiani passati di lì, inclusi centinaia di bambini, tutti tranne sette ne uscirono soltanto per essere assassinati con coltelli e bastoni nei killing fields della capitale).
Tra le foto dei prigionieri, registrati con la meticolosità che in genere appartiene agli assassini seriali, Suon incontrò gli sguardi tristi di amici e compagni di scuola. "Sono andata al museo tre volte e dopo ciascuna non sono riuscita a dormire per giorni. Ho deciso di non andarci più".
Poi la vita la trascinò lontano dai suoi fantasmi. L'economia e la capitale tornavano a fiorire. Rimpatriato l'esercito vietnamita, che nel '79 aveva occupato la Cambogia e liberato i cambogiani da Pol Pot, l'Onu stava pompando nel Paese miliardi di dollari per consolidare la pace. Pol Pot e i suoi khmer rouges restavano confinati nelle giungle settentrionali. Quel mostruoso auto-genocidio pareva ora sufficientemente remoto per tentare di fissarlo dentro un contesto storico.
Per alcuni era il prodotto del comunismo, e più esattamente di quel maoismo che Pol Pot voleva superare nell'estremismo. Per altri quel parossismo sterminatore apparteneva allo stile del combattimento tra comunisti e anti-comunisti in Indocina, ciascuno dei quali praticava la cancellazione fisica dell'avversario: dieci anni prima che cominciasse il genocidio comunista in Cambogia, l'anticomunista regime indonesiano aveva spento il Pc locale massacrando tutti, quadri e iscritti.
Infine avrebbe avuto un peso determinante la stupidità della politica estera americana. Infatti la Cambogia traumatizzata che si gettò nelle braccia di Pol Pot era anche un prodotto del regime brutale imposto dagli americani con il golpe di Lon Nol, e soprattutto dei B-52 di Nixon, che in sei mesi rovesciarono 100 mila tonnellate di bombe sulle campagne lungo il confine col Vietnam.
Tutto questo bastava a spiegare la mostruosità del genocidio? Forse sì. Forse quello era stato il risultato di concomitanze irripetibili, svanite le quali la Cambogia avrebbe dimostrato la stessa vocazione alla pace di qualunque altra società del pianeta; se non altro perché uscire finalmente dalla miseria adesso pareva a tutti l'obiettivo nazionale, l'aspirazione collettiva.
Ma, d'un tratto, alcuni scontri sanguinosi dimostrarono che le due fazioni al potere si preparavano allo scontro finale. L'una tentava un'alleanza segreta con i khmer rouges, nel frattempo scolorati e non più rossi, ma sempre attestati nelle giungle settentrionali; l'altra, sponsorizzata dal Vietnam, ha giocato d'anticipo. Con un attacco a sorpresa ha cacciato i reparti nemici da Phnom Penh, saccheggiato per tre giorni e avviato la caccia ai notabili del partito avverso.
Che sarebbe finita così era già chiaro in quella giornata di giugno in cui Suon si chiedeva se non vi sia un gene sbagliato nel dna della Cambogia, "qualcosa d'insano", come uno di quei virus letali che se ne restano acquattati nella giungla finché d'un tratto un qualche accidente li diffonde nelle zone abitate, e allora si propagano con rapidità micidiale, inarrestabili, invincibili, misteriosi. E questo è appunto il dubbio sul quale la Cambogia è in bilico: se basterà sminare i campi di riso, costruire grandi alberghi, rimettere in piedi l'economia. Se basterà avviare un ciclo di progresso economico per cancellare quel filo rosso che corre attraverso i cinque secoli di storia cambogiana, quel filo che si è tentati di far partire da un bassorilievo di Angkor noto agli archeologi ma in genere omesso dalle guide ufficiali. È sulla facciata d'un tempio dissepolto dalla giungla, lì dove sorse la prima capitale dell'impero khmer, la prima scena simbolica della sua civilizzazione. Raffigura, con straordinario realismo e incomprensibile compiacimento, le scene di un meticoloso sterminio.