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Un altro Vietnam  -  1998 Luglio
 


Un altro Vietnam
Le montagne scolpite dalle risaie e i popoli ancora antichi dell'estremo nord

di Marilena Malinverni

Alla fine la vecchia Hmong tira fuori dalla tasca una pallina gommosa e dorata. Con la bocca imita il gorgogliare dell'acqua nella pipa di bambù. Con le mani si tocca prima la testa, poi il cuore. Un movimento morbido del corpo chiude la rappresentazione di quel che offre: l'abbandono totale regalato dall'oppio.
Aveva già tentato di vendere di tutto, i tessuti e i gioielli d'argento della sua etnia, le ceste intrecciate, la ganja coltivata negli angoli più nascosti della foresta. E come lei altre donne Hmong e Dao che si aggirano nella via centrale di Sapa, la piccola stazione climatica nel nord del Vietnam scoperta dai francesi e oggi ambìta meta estiva della borghesia di Hanoi.
Alle prime luci dell'alba, in fila indiana, sulle spalle gerle di bambù cariche di mercanzie e neonati infagottati in una pezza di tessuto, scendono dai loro villaggi tra le montagne della provincia di Lào Cai, la più estrema del paese, al confine con la Cina.
È un altro Vietnam quello che si incontra risalendo il corso del Fiume Rosso. Valle dopo valle, all'Indocina da cartolina, alle distese di risaie, alle pagode appartate, al moto perpetuo delle biciclette, si sostituiscono le immagini di una natura non ancora addomesticata e riti di vita più antichi. Nelle risaie a terrazze c'è la fatica quotidiana degli uomini e dei loro bufali; ore e ore immersi nell'acqua per strappare pochi scampoli di terra alla montagna.
Nei mercati della domenica i bilanceri e i cappelli a cono dei vietnamiti lasciano il posto ai colori e ai tratti tibetani, khmer, thai, cinesi delle cinquantaquattro minoranze etniche che nei secoli si sono stabilite nel nordovest di quello che un tempo era il Tonchino. Per sfuggire alle carestie, all'invasione siamese o alle repressioni dei feudatari cinesi.
Sulla strada principale, uno sterrato che a ogni stagione delle piogge si scioglie in mille rivoli di terra rossa, i pochi segni della modernità: vecchi pali della luce con il fusto di legno, una centrale idroelettrica e qualche villa dall'eleganza déco lasciate dai francesi. Nel verde smeraldo dei campi a fondovalle spunta il giallo caldo degli edifici delle scuole statali, con la bandiera nazionale che sventola sul tetto.
Tutti vietnamiti gli insegnanti. Tutti giovani volontari. Mai, per esempio. Ha 28 anni, da 7 ha lasciato il suo paese alle porte della capitale per fare la maestra elementare tra i Hmong neri del villaggio di Na Kên: un ponte di bambù sospeso sul fiume, una ventina di capanne di legno e foglie, un albero sacro, piccoli maiali neri, polli e oche ovunque. Quindici bambini della prima classe sono impegnati a risolvere un problema di matematica; i più grandi hanno fatto lezione al mattino e ora sguazzano nel fiume.
Degli adulti neanche l'ombra: sono nei campi, o nella giungla a raccogliere le erbe medicinali da vendere al mercato. La capanna di Mai è proprio accanto alla scuola, identica a tutte le altre di Na Kên: un'unica stanza con il pavimento di terra battuta, un tavolino basso, due sedie, una stuoia per letto. Niente acqua corrente né luce elettrica. "Ho scelto di vivere qui perché amo la natura di questa zona, mi piace la gente, mi interessa la sua cultura. E soprattutto credo di contribuire con il mio lavoro allo sviluppo del mio paese", risponde offrendo una tazzina di acqua bollita tiepida.
Sessanta dollari al mese, cinque in più che agli insegnanti "in sede", è quello che le paga lo Stato. Sessanta dollari per "civilizzare" le etnies minoritaires, come oggi sono definiti dal linguaggio ufficiale quelli che all'epoca della colonia venivano chiamati con disprezzo montagnards, montanari.
I rapporti tra lo Stato e le genti degli altipiani, gli orgogliosi e indipendenti Hmong in particolare, non sono mai stati facili. All'indifferenza per le dure condizioni di vita dovute alla natura dei luoghi si sono aggiunte nel tempo e nei governi l'incomprensione culturale - delle tradizioni tribali, della religione animista, della loro diversità - e una profonda diffidenza verso la loro posizione rispetto ai francesi prima, al Sud e ai suoi alleati americani poi.
Ma se è certo che molti Hmong del Laos durante la guerra del Vietnam erano a libro paga della Cia - tanto che oggi negli Stati Uniti vivono piccole comunità di rifugiati Hmong con una web page dissidente su Internet - è altrettanto vero che molti altri delle zone montane del Vietnam hanno collaborato con Hanoi anche a costo della vita.
Dalla "riunificazione", o come dicono tutti al nord, dopo "la liberazione di Saigon", il caso minoranze etniche è entrato nell'agenda del Partito Comunista. Che cerca soluzioni, e più spesso trova compromessi, in nome della programmazione agricola del paese e dell'unità nazionale.
Qualcosa comunque è cambiato. Le etnies minoritaires sono oggi fatte di cittadini di pieno diritto, sono esenti da tasse e ricevono gratuitamente dallo Stato sementi, riso, scuole e materiale didattico per i figli. "L'integrazione completa delle etnie è solo un'utopia. E comunque non è il nostro obiettivo", dice il professor Cao Xuan Pho, dell'Institute for Southeast Asian Studies di Hanoi. Lui è un po' il simbolo del nuovo corso. Poi, nell'inglese perfetto dell'intellighenzia illuminata della capitale, riassume lo scopo del centro governativo di "ricerca e cooperazione per lo sviluppo delle aree montane": "I nostri esperti lavorano per migliorare la qualità della vita delle etnie, rispettandone però l'identità culturale e spirituale. Vivono mesi con loro, consultano i capi villaggio e gli sciamani per trovare un terreno comune di sviluppo sociale ed economico. Nello stesso tempo cercano anche di arginare alcune usanze che danneggiano la natura o sono contro la legge".
Un chiaro riferimento ai Hmong. Il loro sistema taglia-e-brucia per conquistare nuove terre coltivabili sta riducendo la superficie della foresta. E la canapa non viene usata esclusivamente per le stoffe dei loro costumi, ma diventa ganja da vendere nelle discoteche di Ho Chi Minh Ville e Hanoi.
Quello che preoccupa maggiormente il governo è però la coltivazione ancora molto diffusa del papavero. Tanto che da qualche anno è in atto una campagna di informazione a tappeto sui danni dell'oppio. Ovunque cartelli con il disegno di una donna Hmong che raccoglie riso e gira le spalle a un campo di papaveri consigliano cosa fare e cosa no. Funziona anche un fondo di incentivi economici per chi accetta di sostituire i papaveri con altre colture. Ma la tradizione è difficile da sradicare. Gli anziani sono assuefatti all'oppio, gli sciamani ne fanno un uso rituale, e comunque con un raccolto di papaveri si guadagna dieci volte più che con ogni altro prodotto agricolo.
Una differenza decisiva se la linea da superare è quella di sopravvivenza. "Con i Thai ci sono meno difficoltà", dice Tang, ex funzionario statale che come molti vietnamiti arrotonda la pensione con un secondo lavoro. Lui fa la guida, conosce centimetro per centimetro queste montagne e lo spirito delle genti che le abitano. "Vivono meno isolati, a quote più basse. Mandano a scuola anche le figlie femmine, non come i Hmong che le tengono a casa per dare una mano nei campi. Nel clan usano la loro lingua, ma parlano anche vietnamita. Sono abilissimi coltivatori di riso: alcune famiglie hanno raggiunto un certo benessere. Vieni a vedere". È una bella casa di legno con un'unica gigantesca stanza e la veranda tutt'attorno. In fondo c'è la cucina, con il focolare di pietra. Su un lato sono allineati i quattro letti matrimoniali dei componenti del clan. Di fronte, una credenza piena di piatti, teiere, sacchi di riso, spinaci d'acqua e frutta. Deve esserci anche l'altare degli antenati.
Così almeno dicono i libri di etnografia: "è sempre nella zona centrale di ogni casa, la più importante". Infatti è proprio sopra il salotto con le poltrone e il tavolo di bambù: una piccola mensola con le scatolette rosse che racchiudono i nomi degli avi, qualche foto ingiallita, una selva di bastoncini d'incenso mezzi consumati. E accanto, protetto da un velo di tulle azzurro, un tv color giapponese da 25 pollici.