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YER degli spiriti  -  1998 Gennaio
 


YER degli spiriti
Senza casa, lavoro e marito, le restava ancora qualcosa...

di Vittorio Zucconi

Al capo opposto del suo mondo, nel gelo del Minnesota incomprensibile per una come lei, nata nel tropico d'Indocina, Yer Vang si aggrappò al solo salvagente che avesse, per non annegare nell'angoscia.
Era un sacchettino di plastica pieno di striscioline di carta colorata che la nonna, una strega della tribù Hmong, le aveva dato quando l'aveva vista lasciare per sempre il villaggio in Vietnam verso l'America. "Il sacchetto è il mondo", le aveva spiegato la nonna, "e le striscioline di carta sono gli spiriti degli dei. Stai attenta, Yer, perché gli spiriti sono potenti. Apri il sacchetto soltanto se sei proprio disperata".
Ora, la disperazione la stava guardando in faccia. Yer era rimasta senza lavoro, senza marito, senza niente altro che il sacchetto degli spiriti che la nonna le aveva dato. Era successo che, dopo anni di lavoro come donna delle pulizie in varie città dell'America, era approdata a Minneapolis, in uno dei luoghi più freddi degli Stati Uniti, per inseguire e acciuffare finalmente non più un lavoro, ma un posto vero.
Era stata assunta come cuoca nelle cucine della Caterair Inc., una società specializzata nel "catering", di quelle che forniscono alle compagnie aeree quelle delizie gastronomiche servite in vassoietti di plastica che ogni passeggero impara in fretta a temere. Con il posto fisso, erano venuti un marito, anche lui figlio di Hmong vietnamiti come lei, una casa, una piccola automobile. The American Dream, il sogno americano.
Ma il sogno era durato soltanto fino a quando era stato nominato capo della cucina un uomo che nel Vietnam aveva combattuto e che dell'Indocina e dei vietnamiti - a qualsiasi gruppo o tribù appartenessero - aveva conservato un pessimo ricordo. Fin dal primo giorno, si accanì contro Yer. La chiamava gook, il soprannome dispregiativo che i soldati americani usavano per gli asiatici, la insultava, la strapazzava, le mollava spintoni fino a farla cadere a terra.
E poi la licenziò. Perse il posto, la casa, l'auto e il marito che la lasciò prontamente dopo il licenziamento. Si rifugiò da un'amica, Hmong anche lei, che aveva una figlia, Hmong, che aveva sposato un giovane avvocato, Hmong pure lui, che venne a sapere del caso e querelò subito la Caterair Inc. per discriminazione razziale.
Yer non capiva molto, di giurisprudenza, ma era ignorante, non cretina. Capì abbastanza per sapere che l'esito della causa sarebbe dipeso dalla onestà dei testimoni chiamati davanti al giudice. Se avessero detto la verità, lei avrebbe vinto la causa e incassato i 500 milioni di lire in danni che l'avvocato aveva chiesto. Se avessero mentito, avrebbe perso e lei sarebbe stata condannata al lastrico. Era, appunto, una situazione disperata, che giustificava misure disperate.
Alla prima udienza della causa, Yer Vang si presentò con il sacchetto di plastica della nonna e, intonando nenie in lingua Hmong, liberò gli spiriti e prese a disseminare le striscioline di carta davanti al banco dei testimoni. "Ma che fa?" la interruppe il giudice. "Chiedo giustizia agli spiriti" rispose lei. "Qui di giustizia mi occupo io", strillò il giudice, "non gli spiriti degli dei. Metta subito via quei coriandoli o la faccio arrestare per oltraggio". "Gli spiriti uccideranno tutti coloro che mentiranno" mormorò Yer a bassa voce, ma non abbastanza bassa perché il giudice non la sentisse e la cacciasse immediatamente dall'aula.
La causa durò poco: tre giorni. Il terzo giorno, dopo che tutti i nove dirigenti mandati dalla Caterair avevano testimoniato contro di lei dicendo che era una pazza pericolosa e per quello era stata licenziata, la giuria assolse l'azienda. Per misericordia, le attribuì una cifra simbolica di 1.300 dollari, due milioni, giusto per rimborsare il suo avvocato delle spese processuali.
Da allora, erano i primi giorni del novembre '97, una donnina sui 50 anni, l'età di Yer, scende ogni mattina dall'autobus, si ferma sui marciapiedi di Minneapolis davanti alla sede della Caterair, tira fuori da una grande borsa un sacchetto di plastica e comincia a sparpagliare striscioline di circolini di carta sulle spallette di ghiaccio ammucchiate dagli spazzaneve e brontola nenie in una lingua misteriosa.
Il 2 dicembre 1997, il capo cucina reduce dal Vietnam, è morto in un incidente stradale. Era stato il primo teste. Non si era allacciato la cintura, ha perso il controllo dell'auto sul ghiaccio, è andato. Il 10 dicembre, la famiglia affranta e i colleghi tutti hanno partecipato al lutto per un altro morto, in azienda, un vice capo del personale, prematuramente stroncato da un infarto. Era stato il secondo a testimoniare al processo. Coincidenze. Restano ancora nove testimoni. Nove possibili coincidenze. La donnina continua a scendere ogni mattina dall'autobus.