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Capodanno a Saigon  -  1998 Febbraio
 


Quel capodanno a Saigon
Trent'anni fa l'offensiva del Tet.

di Carlo Gregoretti

Mercoledì, in vietnamita, si dice "thu-tu". E il calendario di carta appeso all'unica parete risparmiata dalle schegge indicava thu-tu 7 febbraio 1968.
Una stanza seminterrata, quasi una cantina, con la finestra in alto che faceva anche da porta. Un guerrigliero vietcong, impolverato, sudato, un piede che buttava sangue dal sandalo di gomma trasparente, ci teneva d'occhio - la colt in pugno - semidisteso sui gradini più bassi della scala.
Fuori, intanto, era come se tutta la guerra del Vietnam si combattesse intorno al nostro rifugio. Un inferno di rumori e di suoni laceranti, ondate di fumo nero che dilagava fino a noi insieme all'odore della polvere da sparo, il ronzare continuo degli elicotteri sui tetti, il fischio dei razzi da 122, lo schianto secco dei lancia-granate, lo sventagliare fulmineo dei Thompson e degli M-16, quello più perentorio degli Ak-47.
Sembrava proprio un brutto giorno, quel thu-tu 7 febbraio '68. Il peggiore dei giorni che avevo già passato a Saigon per vedere da vicino i clamorosi sviluppi della guerra che opponeva, ormai da anni, un piccolo popolo di contadini alla più grande potenza del mondo.
L'attacco era giunto all'improvviso, senza che nessuno, tra gli americani e tra i sudvietnamiti, riuscisse mai a intercettare un segnale del lavorio preparatorio che i vietcong e i soldati di Hanoi avevano svolto per mesi, operando di notte o sotto terra, per concentrare uomini, armi e rifornimenti intorno ai principali obiettivi di quella che sarebbe poi passata alla storia come l'offensiva del Tet.
Più volte, per esempio, Radio Hanoi aveva diffuso un messaggio singolare e poetico. "Questa primavera brilla più delle altre", ripeteva lo speaker all'inizio e alla fine di ogni notiziario: era il segnale dell'insurrezione generale ordinata da Giap per la festa del Capodanno lunare.
Ma né al generale Westmoreland né al suo collega (e vicepresidente sudvietnamita) generale Kao-Ky verrà mai suggerito di prestarvi attenzione. Il secondo ha appena autorizzato duecentomila licenze perché altrettanti suoi soldati vadano a festeggiare l'anno nuovo in famiglia. Il primo è al comando di una forza che conta ormai cinquecentomila uomini, ha migliaia di elicotteri e di aerei che hanno già sganciate sul Vietnam più bombe di quante ne siano cadute sull'Europa durante l'intera seconda guerra mondiale; i suoi B-52 fanno a pezzi sia Hanoi che Haiphong; i suoi caccia-bombardieri distruggono le foreste e i villaggi con i defolianti, col napalm, con le bombe a biglie: chi può disturbare il suo sonno?
Invece, la notte tra martedì 30 e mercoledì 31 gennaio, verranno svegliati bruscamente tutti e due. Quando il primo colpo di mortaio spazza via dal cielo di Saigon gli ultimi fuochi d'artificio che ancora s'attardano a salutare l'anno nuovo, sono le due e cinquanta del mattino. Nei dieci minuti che seguono, un commando di 19 vietcong irrompe nella luce delle fotoelettriche che circonda la sede dell'ambasciata americana. Sono tutti giovanissimi, vestono le uniformi dell'esercito regolare sudvietnamita, sfondano il muro di cinta a colpi di bazooka, scavalcano i cadaveri di due agenti della Polizia militare che non hanno avuto il tempo di difendersi, dilagano negli uffici e nei corridoi, abbattono le porte, sparano. Quindi salgono all'ultimo piano dell'edificio dove piazzano le loro armi pesanti. Intanto altri drappelli di vietcong, vestiti col pigiama nero della gente di campagna, o il camicione bianco, o le divise tigrate dei governativi (ma sempre con un nastro rosso intorno al braccio che serve a riconoscersi l'un l'altro e soprattutto ad affermare il loro status di soldati regolari inquadrati in un esercito in guerra), hanno già assalito cinque alberghi requisiti da ufficiali americani, hanno attaccato a colpi di bombe a mano e di bazooka tutte le caserme dei governativi, sono entrati nel palazzo presidenziale facendone crollare una parte, hanno distrutto la sede della radio, hanno incendiato decine di camion e di jeep in sosta nelle strade.
E mentre tutto questo avviene in centro, nella città nuova, ondate di vietcong investono a tappeto la periferia, occupano il quartiere cinese di Cholon, il quartiere di Tan-Son-Nhut, quello di Gia-Dinh, il campo di corse, il cimitero.
Sono quattro battaglioni divisi in piccoli gruppi, alcuni dei quali, a Tan-Son-Nhut, assaltano a colpi di bazooka lo stesso quartiere generale del comandante delle forze americane. Altri invadono il vicino aeroporto e vi scorrazzano a lungo, danneggiando le piste, incendiando molti aerei militari o facendoli saltare con le bombe a mano. Altri ancora vanno all'assalto del motoparco delle Forze Armate, attaccano il comando della "Seventh Air Force" e quello del "South Vietnam Joint General Staff".
Poco prima delle nove, dopo quasi sei ore di tentativi andati a vuoto, un reparto della 101.ma Divisione di cavalleria aviotrasportata viene depositato da un elicottero sul tetto dell'ambasciata americana. Il suo lavoro è rapido. In meno di dieci minuti ci sono quattordici corpi di vietcong stesi sui pavimenti dei due piani inferiori dell'edificio e altri cinque in giardino. A mezzogiorno, mentre alcuni MP stanno portando fuori i resti dei loro compagni uccisi durante l'assalto notturno, l'ambasciatore americano Ellsworth Bunker fa ritorno in ufficio e, per prima cosa, diffonde un comunicato in cui definisce "non grave" la situazione di Saigon.
Ma non è vero, naturalmente. Stordito dalla fulmineità, dall'arditezza e soprattutto dalle dimensioni dell'attacco vietcong alla capitale (cui si sommano analoghi assalti a decine e decine di basi americane o sudvietnamite in tutto il resto del Paese, dal 17 parallelo al delta del Mekong), il generale William Westmoreland fa affluire immediatamente in città un contingente di seimila soldati americani, divisi in cinque gruppi d'assalto, e mobilita più di cento elicotteri perché ne appoggino le operazioni di cleaning mitragliando dall'alto qualsiasi ombra che somigli a un vietcong.
La reazione, alimentata dalla paura, scatta dunque in tempi rapidissimi. Non siamo ancora a fine mattinata quando ai cinque gruppi d'assalto di Westmoreland si aggiungono alcuni reparti di Kao-Ky, due battaglioni aviotrasportati di rangers, tre battaglioni di artiglieria leggera. Tra americani impegnati nell'operazione cleaning e sudvietnamiti impegnati nell'operazione nettoyage, il totale delle forze che da questo momento cominciano a battere la città per ripulirla da ogni traccia di vietcong sale a ventimila uomini, senza contare i reparti coreani. Intanto, smentendo l'ambasciatore Bunker dai microfoni della sua stessa radio (quella americana), il presidente sudvietnamita Thieu dichiara che la situazione è gravissima, proclama la legge marziale e annuncia il varo del coprifuoco che sarà di 24 ore su 24 ed entrerà in vigore entro due ore.
Cioè giusto il tempo di permettere a un fotografo dell'Associated Press di assistere all'arresto d'un partigiano vietcong sulla piazza della pagoda buddhista di An-Quang e di riprendere lo stesso partigiano mentre, con le mani legate dietro la schiena, viene condotto alla presenza del capo della polizia nazionale sudvietnamita, generale Nguyen Ngoc Loan. Il quale, come se lo trova davanti, gli punta la pistola alla tempia e gli manda in pezzi il cervello. Una fotografia che farà il giro del mondo sulle prime pagine di tutti i giornali. Un messaggio di orrore che scuoterà le coscienze e le mobiliterà nella condanna della guerra più di mille dottissime analisi sul valore della libertà o sulla superiorità della democrazia (nel cui nome si sta combattendo nel Vietnam).
Io la vedrò in Vietnam, quella foto, su un giornale di Saigon, dove arriva quando la battaglia è ancora in pieno svolgimento e quando il corpo della vittima del generale Loan non è stato ancora sepolto.
Ero partito da Bangkok nel primo pomeriggio, insieme a una collega francese e a due tecnici dell'Ortf (radio-televisione francese), trovando posto fortunosamente su un C-130 da trasporto dell'aviazione americana. Non c'erano poltrone, naturalmente, e avevamo viaggiato un po' scomodi, accucciati sul pavimento di lamiera, tra vibrazioni e rumori assordanti. Ma, dopotutto, il viaggio era gratis e la soddisfazione di essere i primi giornalisti ad entrare a Saigon dopo l'avvio dell'offensiva (mentre decine di colleghi d'ogni nazionalità rimanevano fuori, bloccati dalla sospensione dei visti e dall'interruzione dei collegamenti aerei) aiutava a sopportare ogni disagio. Certo, l'importante era riuscire a entrarci vivi, a Saigon. E questo, a giudizio del capitano dei Marines che comandava il nostro aereo, richiedeva almeno due accorgimenti. Primo: ritardare l'atterraggio e dunque restare in cielo ancora a lungo, tra le vibrazioni e i rumori, finché il buio più fitto non fosse sceso sull'aeroporto di Tan-Son-Nhut circondato dai vietcong, che lo tenevano sotto il tiro dei mortai; secondo: prepararsi a scendere in fretta, una volta aperto il portellone, senza dimenticare di farsi un bel segno della croce e, soprattutto, allontanandosi rapidamente, non con i piedi, ma con le ginocchia e con i gomiti. Come fanno benissimo i marines.
La prima notte a Saigon era stata rossa e nuvolosa, nuvole fatte dal fumo degli incendi che divampavano in periferia. La città sembrava tremare di paura sotto la luce improvvisa dei bengala che l'aviazione scaricava dal cielo e che il vento faceva scendere obliqui. Sulla terrazza al decimo piano dell'Hotel Caravelle, il frastuono metallico degli elicotteri si confondeva con l'urlo dei Phantom e dei Thunderchief che giravano e s'incrociavano e ogni tanto si tuffavano in picchiata per poi cabrare e risalire, insieme al tuono della bomba. A oriente, verso il fiume, o a occidente verso il quartiere di Cholon c'era sempre qualche gunship che scaricava i suoi cento proiettili al secondo sulle zone ancora in mano ai vietcong.
Il giorno dopo, la notte dopo, la rappresentazione era la stessa. Ferito e umiliato dalla vastità dell'offensiva che aveva permesso ai reds di impadronirsi di interi quartieri di Saigon, l'alleato americano stava dando una mano alle forze armate del Vietnam del Sud per ridurre in briciole la capitale del Vietnam del Sud. Ed era diligente, instancabile, insonne, colpiva ininterrottamente, giorno e notte, come potevano testimoniare decine e decine di giornalisti, inviati e corrispondenti d'ogni nazionalità. I quali, prigionieri del coprifuoco in una città assediata, dove non funzionava il telegrafo, metà della rete telefonica era fuori uso, la stazione radio era stata distrutta e la corrente elettrica era quasi sempre interrotta, passavano molte ore in terrazza. Consolandosi a volte con un whisky allungato con la birra, perché mancava anche l'acqua. Poi, da domenica, qualcosa cominciò a cambiare. Era domenica 11 febbraio, quinto giorno del nuovo anno lunare, e il coprifuoco era stato ridotto. I locali potevano circolare dalle 8 alle 13, gli stranieri dalle 8 alle 14. Uscimmo dunque, quel giorno e i giorni successivi, a fare il pieno di orrori.
Quartieri enormi come Gia-Dinh, come Go-Vap, stendevano al sole le loro macerie; borgate appena distrutte erano già immerse in un silenzio che sembrava vecchio di secoli. E a Gia-Dinh e a Go-Vap, tappeti di morti allineati uno accanto all'altro su tappeti di bossoli di vario calibro che ricoprivano quel che restava dell'asfalto; poco più avanti, altri morti, mischiati alle macerie. Altri ancora, moltissimi, raccolti in una rete che un elicottero si tirava dietro volando, braccia e gambe penzoloni fuori dalle maglie. Ma non si sentiva sparare. O si sparava poco. L'operazione "pulizia" sembrava praticamente conclusa.
Saigon si stava preparando a tornare una chiassosa città di retrovia. Tre giorni dopo, mercoledì 7 febbraio (thu-tu per i vietnamiti), avrei ripensato amaramente a questa previsione. Accanto a me, inginocchiati davanti a un vecchio muro in un piccolo slargo di Cholon, c'erano la giornalista della tv francese Brigitte Friang, l'operatore Michel Parbot, il fonico Raymond Adam (cioè gli stessi che avevano viaggiato con me da Bangkok a Saigon) e il mio amico Sasha Casella, un orientalista che lavorava per le Nazioni Unite a Ginevra.
Stavamo per essere tutti fucilati. Tre vietcong ci avevano catturato poco prima di mezzogiorno nei pressi di una bottega abbandonata di Cholon e, legati in fila indiana, ci avevano portato all'interno del quartiere, oltre montagne di rovine. Poi uno di loro si era allontanato, forse per cercare un superiore, mentre gli altri due ci puntavano in testa i loro mitra. Erano tutti e due giovanissimi, quasi dei ragazzini, i grandi occhi stanchi e spaventati, i nastri rossi avvolti alla manica della casacca nera. Sono banali i pensieri di chi sta per morire e lo sa. Così banali che, se poi non muore, li dimentica.
Di quel giorno, thu-tu 7 febbraio '68, l'unica cosa da ricordare è dunque l'arrivo improvviso, non dell'ufficiale vietcong che avrebbe potuto riconoscerci come neutrali, ma di un elicottero americano che, vedendo gente tra i sassi, si abbassò su di noi e cominciò a sparare all'impazzata. I due ragazzi ci spinsero dentro il primo riparo disponibile, una specie di cantina già piena di polvere e di fumo. Poi uscirono a combattere, e rientrarono, e uscirono ancora. E altri entravano e uscivano perché la battaglia diventava sempre più grande e il rumore si faceva sempre più assordante. E forse i feriti non si lamentavano perché nessuno avrebbe sentito i loro gemiti. L'ufficiale arrivò verso il tramonto, quando il fuoco era quasi del tutto cessato, i colpi si erano fatti rari, gli elicotteri erano scomparsi.
Militare, ma anche funzionario di partito, aveva in una mano una pistola e nell'altra una bottiglietta di bibita Phuong-Toan che depose sul tavolo intorno al quale ci aveva invitato a sedere. Fu molto professionale e gentile, accertò le nostre identità, rispose perfino alle nostre domande, ci parlò della battaglia che s'era appena conclusa, delle dimensioni dell'offensiva che stava dilagando in tutto il Paese, degli sforzi che erano stati necessari per organizzarla. Ci spiegò anche, carta alla mano, il percorso che avremmo potuto seguire per tornare a casa senza farci ammazzare dai cecchini. Poi aveva riavvolto la pistola in un fazzolettone colorato, se l'era messa in tasca. "Ecco, adesso ve ne potete andare", aveva detto, "le istruzioni le conoscete, fate presto".