Attualità
 
D_Repubblica

Villaggio mentale  -  1998 Aprile
 


Villaggio mentale

Impegno politico e pratica religiosa: esule in Francia, Thich Nhat Hanh, monaco zen vietnamita, ha fondato un luogo di pace e meditazione

di Nicole Janigro

Era mezzanotte e mezzo del 5 luglio 1967, quando un gruppo di sconosciuti rapì cinque giovani nel villaggio di Binh Phuoc, nella provincia di Gia Dinh: li condusse sulla riva del fiume Saigon e li fucilò. Quattro morirono subito, il quinto sopravvisse. I suoi vestiti grondavano sangue e perse i sensi. Gli assassini, pensando che nessuno si fosse salvato, se ne andarono.
Il fatto non suscitò un particolare scalpore. Era uno dei tanti episodi cruenti che durante un conflitto appaiono normali. Quei cinque giovani erano buddhisti impegnati nella Scuola di Servizio Sociale per i Giovani, fondata all'inizio degli anni Sessanta dal monaco Thich Nhat Hanh. La sede della scuola era già stata attaccata. Gli studenti, fra cui alcuni novizi, partivano da lì per andare in missione: aiutare i contadini durante il raccolto, allestire ospedali e scuole, ricostruire i villaggi bombardati e occuparsi dei profughi. Applicavano i principi gandhiani mentre il Vietnam meridionale era in fiamme.
Fu proprio la guerra nelle risaie del suo paese - dove si riversava il tremendo potenziale bellico delle due superpotenze Usa-Urss, ma dove si svolgeva anche la guerra civile inter-vietnamita - che spinse Thich Nhat Hanh ad abbandonare l'isolamento del suo monastero per fornire alla popolazione un sostegno, magari molto semplice, ma concreto.
Nato nel 1926, monaco zen, poeta e pacifista, Thich Nhat Hanh si persuase che la situazione non lasciava scampo: l'unico modo per sopravvivere era quello di unire l'impegno politico e sociale alla pratica religiosa. Così i monaci, già alleati della resistenza antifrancese, guidano un vasto movimento di resistenza non violento, che usa il digiuno e la poesia popolare - alcuni scelgono il sacrificio assoluto e si danno fuoco - per fermare i carri armati. Azioni che disturbano tanto i vietcong quanto le forze anticomuniste. I suoi inviti alla tregua e alla riconciliazione, i suoi viaggi negli Stati Uniti, i suoi appelli per la pace rivolti ai politici e allo stesso Papa Paolo VI, rendono Thich Nhat Hanh un personaggio scomodo.
Ben presto i suoi scritti vengono censurati, sia al nord sia al sud, e ancora oggi circolano clandestinamente. L'eccidio degli studenti della sua scuola è un chiaro avvertimento. Proprio questo terribile lutto, anche personale, porterà Thay (in vietnamita vuol dire "maestro") alla consapevolezza che l'interdipendenza del villaggio globale possa diventare la pacifica convivenza dell'inter-essere.
Nel 1967 Martin Luther King lo propone per il Premio Nobel per la pace, due anni dopo guiderà la delegazione buddhista ai Colloqui di Parigi. Ma, dopo la firma del trattato di pace, non può più tornare in patria. Amatissimo e molto noto negli Stati Uniti - ogni due anni organizza ritiri a cui partecipano migliaia di persone - Thich Nhat Hanh diventa un esule.
Per qualche anno vive in ritiro, rilegando libri e dedicandosi al giardinaggio, a Patata dolce, una piccola comunità vicino a Parigi. Poi, nel 1982, fonda Plum Village, e ritrova le sue radici al centro della Dordogna, nell'entroterra di Bordeaux.

Il villaggio delle Prugne, che deve il nome agli alberi da frutta che crescono nel vasto appezzamento, è circondato da vigneti e granoturco, tra distese di girasoli infinite. Il paesaggio potrebbe essere quello dell'Umbria o della Toscana, ma chi decide di condividere la quotidianità (anche per solo una settimana, il minimo concesso), con gli ospiti fissi - una cinquantina di monaci vietnamiti, alcuni giovanissimi, qualche monaco occidentale e un gruppo di laici - si accorge subito di essere in una enclave vietnamita.
L'Upper Hamlet, la sezione maschile, si trova sul crinale di una collinetta, ai margini di un bosco di querce. Qui e là boschetti di bambù, foglie di loto in un minuscolo stagno, giardini di pietre e vialetti di ghiaia. L'abitazione del Maestro è seminascosta dal bosco, sospesa come fosse una palafitta, e guarda verso le colline. Le grandi sale per la meditazione collettiva, la sezione femminile collocata a una trentina di chilometri, e gli altri minivillaggi che man man sorgono, all'esterno appaiono dei rustici, mentre l'interno rispecchia lo spartano gusto vietnamita.
Al Lower Hamlet abitano i laici e le coppie in visita che non desiderano separarsi - comunque, i rapporti sessuali, come anche l'alcool e il fumo, sono vietati, si dice espressamente, per non togliere energie all'apprendimento della pratica. Durante il ritiro invernale, che coincide con la stagione delle piogge, al visitatore viene chiesto di condividere la regola dei monaci, d'estate invece la comunità arriva ad accogliere oltre quattrocento ospiti, ed è possibile anche portarsi dietro la tenda. Si incontrano le persone più diverse. Numerosi sono i vietnamiti profughi, di seconda generazione, e i signori americani ormai attempati, a volte invalidi, che hanno trovato un modo per curare la loro particolare malattia da reduci: la sindrome del Vietnam.
Ma cosa accade al Plum Village durante la lunga giornata, che inizia verso le sei di mattina e termina alle dieci di sera? La meditazione vera e propria, annunciata da un colpo di gong, è mattutina e serale, ma al Plum Village tutto è meditazione. Lo sono i pasti, che durano tantissimo e durante i quali non si parla (in La pace è ogni passo, editore Ubaldini, che ha stampato in italiano quasi tutte le sue opere, Thich Nhat Hanh ricorda se stesso a quattro anni, mentre smangiucchia tutto felice un biscotto). Lo è il lavoro, a rotazione e volontario, prolungato e rallentato per sentire la consapevolezza del gesto, e interrotto ogni tanto dal suono di una campana che chiede raccoglimento. Lo è la camminata, la walking meditation lungo i sentieri del bosco, mentre chi guida invita a concentrarsi sul respiro, sulle luci, sulle sensazioni.
Avvolgente e onnipresente - per alcuni visitatori anche estremamente irritante - è la comunità. Chi prende la parola esordisce con "Dear Sangha", cara comunità, e gli inchini ai nuovi ospiti, al piatto e al cibo, sono il rituale che esprime il rispetto per ogni parte del tutto. L'atmosfera trasmette un'intensa religiosità, eppure Plum Village attira molti spiriti laici.
Thich Nhat Hanh non chiede abiure, crede che il buddhismo possa rinnovarsi nell'incontro con il cristianesimo e con l'Occidente. E quando si torna a casa? Che cosa resta? Giulia e Franco, per esempio, sono entrati a far parte dell'Ordine dell'Inter-essere, uno dei tanti gruppi formati dall'incontro con il monaco vietnamita. Sanno benissimo che la meditazione può diventare solo una tecnica per reggere lo stress. Loro, però, cercano la consapevolezza del "qui e ora" - non importa se stanno lavando i piatti o se sono in una coda - perché la pratica ha cambiato il senso della loro esistenza. L'importante è allenarsi sempre, imparare ad afferrare al volo la preziosità dell'attimo presente.
Al Plum Village ci si incontra per meditare insieme, per bere un tè "in consapevolezza", per discutere sull'insegnamento, per realizzare una rivista. Ed è importante la presenza dei bambini, che rafforzano l'impressione di essere una mini-comunità. Infatti, anche se c'è chi passa e va, quelli che rimangono instaurano relazioni profonde di solidarietà affettiva.
E Thich Nhat Hanh li invita a "trasformare la spazzatura del ventesimo secolo in compost che nutra i fiori di felicità e pace del ventunesimo secolo".