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Ritorno a Saigon  -  1997 Settembre
 


Ritorno a Saigon
Molti giovani businessmen americani sono tornati in Vietnam. Per vincere coi dollari la guerra persa sul campo

di Michael Paterniti

Sabato sera. L'aria condizionata fa del Q Bar un'autentica oasi nel caos soffocante di Saigon. David Case si avvicina al tavolo dove sono seduto con alcuni espatriati americani. Hanno tutti tra i 20 e i 40 anni e ciascuno di loro, a modo suo, "fa affari" in città.
Senza fiato, madido di sudore, David si lascia cadere su una sedia e comincia a farsi aria con la maglietta fradicia. "Da queste parti va così" dice. "Salti in sella alla moto e vieni qui nella speranza di incontrare la tua ragazza". Per molti giovani americani che vivono nel nuovo Vietnam - dove l'economia è cresciuta dell'8,2% annuo nel corso degli ultimi 5 anni - la prospettiva di far soldi su un mercato emergente è così allettante che l'argomento salta fuori in continuazione, anche al bar, anche nel giorno di festa.
Nonostante il Vietnam abbia trascorso l'ultimo ventennio nella miseria più nera e sia praticamente privo di infrastrutture, a Saigon è tutto un ribollire di nuove iniziative commerciali e pranzi di lavoro passati a esaminare qualche grafico di vendita. Nel paese c'è un telefono ogni cento abitanti, ma nei prossimi dieci anni si stima possano essere venduti 2 milioni di computer.
"Allora, signori, dove andiamo a far danni stanotte?", chiede Mike. Dopo sei giorni di lavoro, anche per gli espatriati è tempo di divertirsi. I ritrovi "storici" dell'epoca della guerra - l'Hotel Caravelle, il Continental, il Rex - sono ormai scaduti al rango di reliquie ammuffite. Le "armate della libera impresa" preferiscono i nuovi club alla moda, i ristoranti e i bar modello "villaggio globale" dove si beve e si balla a ritmo di world beat.
"Di tutti i posti in cui sono stato, Saigon è in assoluto il più... elettrico", dice David, che ha vissuto a Tokyo, Bangkok e Giakarta. "Quando dico a qualche americano che abito qui, quello mi chiede stupito: "Ma come, i vietnamiti non ci odiano?", oppure racconta che ha passato gli anni migliori a cercare di stare alla larga dal Vietnam.
Ma adesso il Vietnam non è una guerra, è un paese". Dei 7 milioni di persone che vivono a Saigon, la metà sono nati dopo la guerra. E mentre noi continuiamo a pensare al Vietnam in termini di elicotteri, bombardamenti a tappeto e agguati nella giungla, Saigon è già proiettata verso il futuro, una brulicante accozzaglia cubista di insegne al neon e abbozzi d'edificio che spuntano come pacifici avamposti del nuovo secolo.
Nonostante il governo comunista l'abbia ribattezzata Città Ho Chi Minh e abbia ampliato il territorio comunale sino a coprire un'area di oltre 2000 chilometri quadrati che si estende dal mare meridionale della Cina sino quasi al confine con la Cambogia, per gli espatriati il centro della città, una delle zone a più alta densità di abitanti del pianeta, si chiama ancora Saigon.
Fino a cinque anni fa, nel viale principale non c'era nemmeno un lampione. Quella degli americani espatriati in Vietnam è una comunità che, molto probabilmente, non ha eguali nella storia: giovani cresciuti in un'epoca di capitalismo globale paracadutati, per volontà propria, in un territorio "nemico" a cercare fortuna sotto gli occhi di un esausto governo comunista che dal 1991 - da quando, cioè, l'allora Unione Sovietica ha smesso di inviare aiuti - incoraggia, anche se entro certi limiti, l'iniziativa privata.
Saigon è diventata la meta dei giovani affaristi, una sorta di "bohème del capitale". I nuovi avventurieri non sono contestatori, hanno studiato a Yale e a Stanford, si sono laureati alla Middlebury e alla Duke, vengono da famiglie benestanti. Parecchi dicono di essere venuti quaggiù per guadagnare il loro primo milione di dollari.
Nel frattempo si divertono: Saigon brulica di ragazze esotiche e rappresenta un comodo campo-base per i viaggi attraverso il continente asiatico. Viverci da aspirante imprenditore bianco significa far parte di un'élite: il salario medio qui è di 12 dollari circa, e la maggior parte dei giovani espatriati guadagna tra i 20 mila e i 150 mila dollari l'anno.
Se un tempo Saigon era terrorizzata dalla guerra, adesso trema al pensiero di un futuro da paese comunista. Al Q Bar gli stranieri si scambiano storie di visite in piena notte da parte della polizia o di lettere che arrivano già aperte, di sfrontate rapine in pieno giorno e di quel tizio al quale i doganieri hanno sequestrato le cassette di P. J. Harvey per motivi di "incompatibilità culturale". Sono storie che si raccontano e si ascoltano con l'aria divertita di chi è convinto di vivere in un posto tabù, e di condurre una vita "spericolata".
"Hanno cercato di fare lo stesso con Praga, qualche anno fa", dice Bradford Edwards, un artista californiano che passa sei mesi all'anno in Vietnam, "ma mancava il mordente. A Saigon, invece, ce n'è in abbondanza. È la nuova frontiera, il punto in cui comunismo di stato e capitalismo si scontrano, e questo crea una tensione fantastica". Mancano stime ufficiali, ma negli ultimi due anni sono almeno 400 le società americane che hanno cominciato a fare affari in Vietnam e circa 1500 i cittadini statunitensi che si sono trasferiti in un paese dove non è mai neppure esistito il concetto di "comunità americana".
In compenso ci sono almeno 30 mila stranieri residenti tra francesi, australiani, cinesi e giapponesi. Svariati drink più tardi leviamo l'ancora. Dopo aver fatto tappa al Camargue, da El Globo e al Café Latin ed esserci ingozzati, nell'ordine, di ostriche, tapas e crème brûlée, adempiamo all'obbligo del pellegrinaggio del dopo-mezzanotte all'Apocalypse Now, un locale gestito da francesi.
I sacchi di sabbia ammucchiati negli angoli vogliono sembrare buche d'appostamento, le lampade bianche a globo sono imbrattate di vernice rosso sangue, e dal soffitto proviene il "flap-flap-flap" di alcuni elicotteri dipinti. Il locale trabocca di avventori, in prevalenza dipendenti di finanziarie, giovani professionisti e globe trotters. Attorno al tavolo da biliardo si sta svolgendo un elaborato rituale di seduzione tra alcune squillo locali e un gruppo di uomini chiassosi.
Al bar faccio conoscenza con Rachel Loeb, un'americana di 23 anni che osserva la scena con aria da donna vissuta. Il lunedì mattina successivo mi ritrovo dietro il motorino di Rachel, che lavora nel settore vendite del Central Trading and Development Group, una società di Taiwan con un progetto edilizio da 600 milioni di dollari che prevede la costruzione delle infrastrutture per Saigon Sud, il nuovo centro cittadino.
Un tempo gli americani della sua età atterravano qui senza avere la più vaga nozione di cosa fosse il Vietnam; i nuovi hanno visto film e letto libri sulla guerra, sanno perfettamente dove si trovano e perché sono lì, il tragico conflitto di 30 anni fa per loro fa semplicemente parte della mistica del luogo.
"Perché tornare in quella fogna?" ha chiesto un padre al figlio ventiduenne prima di vederlo imbarcare sull'aereo per Saigon. Se per gli americani di ieri il Vietnam ha rappresentato la sconfitta, per quelli di oggi "Vietnam" significa "vittoria".
Dopo aver percorso diverse miglia in motorino arriviamo a casa di un collega di Rachel e montiamo su un furgoncino. A parte noi due e un'altra ragazza americana di nome Ty, i nostri compagni di viaggio sono tutti uomini di una certa età originari della Cina e di Taiwan. "I miei commilitoni", dice Rachel ammiccando.
Pur essendo ancora uno dei paesi più poveri al mondo, il Vietnam è nel pieno di una rivoluzione economica particolarmente caotica. Nella Saigon post-apocalisse e pre-McDonald's di oggi, il capitalismo ha trovato un terreno ideale su cui crescere: ci sono almeno 2000 società internazionali con sede nel paese, per la maggior parte aziende produttrici di beni destinati all'esportazione.
Le fabbriche spuntano come funghi - a sud della capitale ne sono state aperte 51 nel giro di 3 anni, e altre 81 sono già in progetto.
Dal 1995 i locali uso ufficio si sono quadruplicati, al pari delle compagnie di taxi. La Honda ha venduto oltre mezzo milione di motorini lo scorso anno, e il numero delle scuole d'inglese è salito da 5 a 127. Saigon è il motore economico del paese; da qui provengono il 30% del prodotto interno lordo e il 30% degli introiti del fisco. Non ha mai fatto propri la cultura agricola e gli ideali confuciani che improntano la vita del resto del paese.
Durante le due guerre con la Francia e gli Stati Uniti ha subito fortemente l'influsso culturale dei due paesi. I vietnamiti l'hanno sempre guardata con quel misto di accondiscendenza e riprovazione che si riserva alla pecora nera della famiglia. Agli occhi degli abitanti di Hanoi, nordici disciplinati e colti, Saigon è corruzione, una sorta di Sodoma psichedelica dalla quale non ci si aspetta nulla di buono.
"È difficile fare amicizia con i vietnamiti", sospira Rachel. "Molti si rifiutano semplicemente di lasciarti entrare nella loro vita. Sono incredibilmente gentili, ma non si fidano". Il maggior cruccio di Rachel è proprio l'isolamento. "Nemmeno con gli altri espatriati sono riuscita a stabilire relazioni durature. Qualunque compagnia frequenti, otto persone su dieci sono uomini", dice. Rachel e Ty riconoscono entrambe di essere più l'eccezione che la regola: sono donne in un ambiente dominato dagli uomini, ventenni cui vengono offerte le opportunità che, di solito, sono riservate ai quarantenni e, per essere il primo lavoro, non guadagnano affatto male: Rachel ha uno stipendio di 24 mila dollari l'anno.
Mentre il furgoncino si dirige verso un boschetto di mangrovie, Rachel annuncia: "Questa è la futura Borsa di Saigon". Percorrendo con lo sguardo questi 6400 acri di desolazione è difficile credere che una città vi abbia già messo radici, e che presto vi sorgeranno grattacieli da 35 piani, boutique, condomini di lusso, un centro civico, uno spazio destinato ad ospitare mostre internazionali e un lungofiume su cui passeggiare.
La Central Trading sostiene che, a lavori ultimati, l'insieme dei progetti di sviluppo della zona, ivi compresa la nuova centrale elettrica da 142 milioni di dollari, farà aumentare la produzione industriale del Vietnam meridionale di almeno un terzo - per non parlare del mezzo milione di persone che potranno trovare casa.
Nei tre anni circa che sono trascorsi da quando gli Stati Uniti hanno ripreso ad intrattenere normali relazioni diplomatiche con il Vietnam, diverse aziende americane come la Coca-Cola, la Ford e la General Electric si sono impegnate in un totale di 63 progetti per un valore di 23 miliardi di dollari, trasformando il paese nel "beniamino" degli investitori occidentali (la classifica dei paesi in cui si investe più denaro a livello planetario lo vede, invece, al sesto posto).
Mentre Rachel ispeziona la vuota vastità del suo regno, lo sguardo si posa su una capanna di bambù che sorge sbilenca all'ombra del complesso. "La famiglia che vive lì non vuole andarsene", dice. "Sanno di possedere qualcosa che vale un bel po' di soldi. Ma riusciremo a convincerli".
Un pomeriggio accompagno David al War Remnants Museum, una villa piena di reliquie commemorative che documentano la "guerra americana" o, per dirla con il dépliant del museo, i "crimini compiuti durante la guerra di aggressione al Vietnam" a partire dall'arrivo a Da Nang dei primi soldati statunitensi, nel 1965, sino alla caduta di Saigon nell'aprile di dieci anni dopo.
Tra i visitatori, a parte noi, ci sono alcuni giovani turisti alternativi, tutti con la stessa divisa di pantaloni informi e perline multicolori, e due gruppi, uno cinese e uno vietnamita, che si muovono compatti ciascuno dietro la propria guida.
I reperti narrano una storia infinita di inganni e brutalità commessi dai "colonialisti americani"; la versione, naturalmente, è quella dei vincitori comunisti. David passa da una stanza all'altra e si ferma davanti a ciascun reperto facendo smorfie ed emettendo, di tanto in tanto, un profondo sospiro. "Mi vergogno di quello che abbiamo fatto", dice, "ma avevo nove anni alla fine della guerra, e non sono sicuro che... insomma, credo che... non so". Nell'epoca del villaggio globale questi giovani argonauti americani si considerano cittadini del mondo. Approvano il "nuovo corso" della politica americana, e il tentativo, messo in atto dall'amministrazione Clinton, di riprendere i rapporti, anche economici, con il Vietnam lungo una "corsia preferenziale", ma quando la nazionalità diventa un peso (come nelle discussioni sulla guerra), molti non esitano a proclamare la propria indipendenza.
Se un domani la prospettiva dei soldi dovesse svanire, la maggior parte di quelli che oggi sono qui a Saigon salterebbero sul primo aereo per Istanbul, Manila o Shanghai. Le lentezze dell'apparato comunista si sentono ancora, e pesantemente. Se per affittare un ufficio a Hong Kong basta un giorno, a Saigon ci vogliono sei mesi: non per niente la capitale vietnamita è stata eletta dagli espatriati la città più stressante di tutto il Sud-Est asiatico in cui fare affari. E anche dopo aver unto gli ingranaggi giusti ci si trova a dover affrontare una serie interminabile di problemi che rendono difficile anche solo mantenersi a galla.
"Molti degli americani emigrati qui sono cinici perché non riescono ad arricchirsi in breve tempo" dice Michael Scown, avvocato quarantenne in un paese privo di un sistema giuridico-legale degno di tale nome. Michael si occupa soprattutto delle società straniere che desiderano, per così dire, "coprirsi le spalle" in vista del giorno in cui entrerà in vigore un sistema giuridico di stampo occidentale. "Il governo è più interessato a mantenere il controllo che a ricavare grossi profitti", spiega Michael.
"Ma la questione è: come instaurare un'economia di libero mercato sotto il naso di un governo comunista? Qualcuno è venuto qui credendo che il Vietnam fosse come Taiwan e, invece, ha scoperto che è simile alla Cina". Un olandese sulla cinquantina mi racconta, senza tanti giri di parole, di essere già venuto in Vietnam nel 1978, di avervi commerciato illegalmente e di aver guadagnato il 100% su ogni tonnellata di merce venduta. "Erano giorni bui, ma bastava una stretta di mano per concludere un affare" ricorda. "Adesso quando stringi la mano a qualcuno devi fare attenzione che non ti strappi qualche dito!".
Rick Mayo-Smith, uno speculatore che vive in Vietnam da 5 anni e ha appena ottenuto la licenza per aprire una fabbrica di piastrelle che sarà finanziata, in parte, da Morgan Stanley, dice: "Non esiste un modo infallibile per fare soldi alla svelta". Si deve a lui anche l'abbozzo del Saigon Center, un grattacielo la cui costruzione si è fermata a metà per mancanza di fondi. Incontro Smith nella sua villa. Ha sposato una vietnamita da cui ha avuto due bambini. "Il Vietnam è come un suocero, per me", dice. "Non sono qui per la storia ma per far soldi". La dichiarazione di Smith è la migliore descrizione di un'intera comunità di business people malata di quello che gli inglesi chiamano "eccezionalismo americano".
"In fin dei conti Vietnam e America hanno bisogno l'uno dell'altra" dice un giornalista locale esperto di economia. "Il Vietnam ha bisogno che l'America compri i suoi prodotti tessili, i suoi anacardi e il suo caffé. L'America gli serve anche nel caso in cui la Cina dovesse farsi idee strane sul suo conto. Il Vietnam, dal canto suo, occupa ancora un posto importante nell'ambito della strategia di contenimento americana e rappresenta uno sbocco interessante per i prodotti dell'economia USA".
"Non abbiamo mai conosciuto veramente i vietnamiti", dice Greg Kleven, un veterano che adesso lavora come insegnante a Saigon. "Li incontravamo nei bordelli o sul campo di battaglia, ma non li abbiamo mai considerati degli esseri umani. Anche adesso, per noi, questo è solo un mercato, e le persone sono la merce, manodopera a buon mercato. Sembra che stiamo cercando di colonizzare il Vietnam un'altra volta". Greg vive con la moglie vietnamita Ha, sposata di fresco, a mille anni luce dal lussuoso rifugio di Rick-Mayo Smith, in una casetta a due piani allineata con altre villette, tutte identiche, lungo un vicolo che puzza come una latrina. La sera che vado a trovarlo, Ha ci porta due lattine di Coca Cola sul terrazzino al secondo piano, delimitato da una rete metallica. Dal vicolo sotto di noi un vietnamita saluta con un "Yo". Greg risponde: "Yo. Hello". Ha sorride. "Gli vogliono bene tutti", dice. "Lo ammirano perché, pur essendo americano, ha uno stile di vita modesto". Greg, che è rimasto gravemente ferito durante la guerra e, successivamente, ha perso un figlio, nato con gravi malformazioni che attribuisce all'Agent Orange (defoliante), dice: "Penso spesso a questi giovani cowboy; secondo me stanno solo replicando la storia". Greg è tornato in Vietnam sei anni fa, dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti. "Per uscire dalla miseria", sospira. Alla vista dell'attività che anima il vicolo non riesce a trattenere un sorriso: un uomo vende frutti strani, un parrucchiere tosa un cliente alla luce di una lampadina.
Quando gli chiedo che cosa vede dal suo terrazzino nelle serate come questa, Greg resta pensieroso per un istante, poi si piega in avanti. "Vedo gente che vuole guadagnare qualche soldo" dice. "Vedo genitori che sperano in una vita migliore per i loro figli. Vedo innocenza ed energia. Se guardo abbastanza a lungo, vedo l'America com'era agli inizi".