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CAMBOGIA: Nomadi d'acqua  -  Marzo 1997
 


Nomadi d'acqua
Nei villaggi galleggianti sul Tonlé Sap in Cambogia, la vita scorre tra pesche miracolose, piccoli commerci, momenti di preghiera. Khmer rossi permettendo.

di Jean Marie Houet

Chnok Trou": un villaggio di duemila casette in legno di palma che galleggiano.  Già, galleggiano sul Tonlé Sap.
In Cambogia ci sono due Tonlé Sap: il fiume, le cui acque scorrono fino al Mekong, all'altezza di Phnom Penh, la capitale, costruita sul confluente, a cento chilometri in direzione sudest. A monte della città di Chno Trou si estendono invece le acque dell'immenso lago Tonlé Sap.
Verso la metà di giugno, il Mekong è talmente gonfio che, fenomeno unico al mondo, parte delle sue acque finiscono per gettarsi nel fiume Tonlé Sap, capovolgendo addirittura il suo corso. La marea d'acqua dolce risale fino a Chno Trou per poi penetrare nel lago, quadruplicando addirittura la sua superficie.
Da piccolo, a Saigon, mio padre mi raccontava sempre come faceva ad attraversarlo. La sua barca si fermava nei villaggi galleggianti prima di iniziare il suo giro nei punti più pescosi. E con la piccola scialuppa ormeggiata in mezzo alle altre imbarcazioni, osservava i pescatori issare reti gigantesche, che in alcuni casi superavano i dieci chilometri di lunghezza. Ogni anno, il lago ingoiava la foresta per poi ritirarsi precipitosamente: pare che i pesci rimanessero appesi ai rami come le palle sull'albero di Natale.
Leggenda o realtà? Forse è il caso di vederci chiaro.
Il periplo inizia con la folle corsa a sirene spiegate delle nostre due motovedette da guerra. Sono state le autorità di Phnom Penh, traumatizzate dai ribelli Khmer rossi, responsabili della morte di oltre un milione di cambogiani tra il 1975 e il 1979, a imporci questa flotta, che risulta più rumorosa che rassicurante. Navighiamo costeggiando uno dei numerosi bracci del fiume, alla ricerca dell'isola galleggiante di Phat Sanday.
Appena sbarcati, veniamo accolti dalle grida di gioia di un'intera classe di ragazzini cambogiani e siamo costretti ad abbreviare la nostra visita per evitare un secondo naufragio degno del Titanic. La risalita verso la diga di Bang Prek ci fornisce l'occasione di incrociare un'intera flottiglia di giunche panciute, colme fino all'inverosimile di paccottiglia destinata alla pesca o al commercio.
Durante la stagione delle piogge, i pesci migratori seguono la piena del Mekong e abbandonano le pozze d'acqua nelle quali avevano trovato rifugio vicino alla frontiera laotiana in direzione del Gran Lago, dove finiscono per farsi largo nella foresta inondata. Quando le acque si ritirano, fiume e pesci ripartono in direzione opposta verso il Mekong.
In mezzo al lago, lungo le sponde, sul fiume Tonlé Sap o in uno dei suoi numerosi bracci, ecco allora centinaia di pescatori pronti a tendere le trappole. La migrazione si scatena inspiegabilmente verso il settimo giorno di luna crescente e si arresta brutalmente con la luna piena. Per una settimana, le reti rischiano di sfondarsi per il troppo peso e le nasse arrivano al punto di esplodere. Si tratta di informazioni ricavate dalle poche opere consacrate a questa regione, ma di questa pesca miracolosa che cosa rimane oggi?
Ecco Bang Prek: un muro di bambù posto di traverso sul corso d'acqua, con un'apertura alla base, dalla quale parte una specie di gigantesca rete simile a un guadino. Due pescatori issano a fatica la nassa a forma di sigaro mentre altri due li aiutano a far oscillare lo strano arnese che contiene oltre cento chili di prede argentate. Sono i trey riel, i pesci che danno il nome alla moneta cambogiana, il riel, appunto, e che vengono utilizzati per preparare la squisita prahoc, una pasta fermentata presente in tutti i piatti della cucina cambogiana.
Rieccoci nuovamente a Chno Trou, il villaggio che galleggia fra i due Tonlé Sap, dove passeremo la nostra ultima notte. L'arteria principale, con il suo brulichio di sampan, non può che ricordarmi Venezia e le sue gondole. L'indomani mattina, prima di guadagnare il largo del Gran Lago, ci imbattiamo in una miriade di piccole pescherie ambulanti, copia esatta di quelle che si incontrano ovunque da queste parti. Operaie con il classico cappello conico e il corpino dai colori vivaci, segni inconfondibili, insieme con gli occhi a mandorla, del loro essere vietnamite, lavorano sul tagliere montagne di pesci tra risate cristalline.
Pressati e quindi ridotti sotto forma di pasta dopo la macerazione, i pesci discenderanno il Mekong e lasceranno la Cambogia per essere consumati in Vietnam sotto forma di nuoc mam, il condimento nazionale. Un fenomeno che, rafforzato dalla propaganda dei Khmer rossi, contribuisce a inasprire l'ostilità dei cambogiani verso i vietnamiti, accusati di monopolizzare l'economia dei Tonlé Sap.
Henry Mouhout, lo scopritore dei templi di Angkor, chiamava il Gran Lago "il mare d'acqua dolce" ed è qui che i sovrani di Angkor combatterono feroci battaglie navali contro i Chams, gli acerrimi nemici venuti dall'Est. Oggi sono rimaste solo le pescherie e i villaggi galleggianti oltre alle "mie" pesche miracolose, grazie a due file di canne di bambù che corrono parallele alle sponde del lago e permettono di intrappolare una marea di pesci. A quel punto gli operai vietnamiti non devono far altro che raccoglierli, e alla svelta.
Il mio viaggio-reportage si conclude a Kompong Phtoul, città lacustre che funge da porto mercantile di Siem Réap, costruita invece sulla terraferma. Kompong Phtoul rappresenta da sola l'emblema del lago e permette di incontrare commercianti e strutture a dir poco sorprendenti.
Il dentista, per esempio, funge anche da parrucchiere per signora e alleva pesci giganti molto ricercati dai buongustai, i cosiddetti "pesci-elefante".
Una capanna galleggiante è stata invece miracolosamente trasformata in moschea, per la preghiera dei Khmer islamizzati. Sembra proprio che qui regni la pace fra buddhisti, musulmani, comunisti, Khmer e vietnamiti, ma è davvero così? Nessuno a Kompong è ancora riuscito a dimenticare la tragedia del 1995, quando il locale karaoke galleggiante venne mitragliato per tutta la notte. Bilancio: 70 morti, tutti vietnamiti, fra la totale indifferenza della polizia trinceratasi nel suo commissariato galleggiante.
Stiamo consumando il nostro ultimo pasto, quand'ecco sfilare davanti al battello-ristorante una casa galleggiante trainata da un sampan a motore, seguita da un'altra e un'altra ancora. Sembra che l'intero villaggio abbia deciso di traslocare. In realtà, la manovra consiste nell'allontanare dalla riva le case che rischierebbero di incagliarsi per via della bassa marea. Lo stesso fenomeno si registra in tutti i villaggi costruiti sul Tonlé Sap. Al sopraggiungere della stagione delle grandi piogge, il trasloco prenderà la direzione contraria.
Non posso fare a meno di ripetermi che la Cambogia è il paese dove tutto è eccessivo, dove la natura esagera. I laghi salgono a coprire gli alberi, le case galleggiano e cambiano posto, i pesci si raccolgono praticamente con le mani.
Proprio come nel sogno che facevo sempre da bambino.