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Juliette degli spiriti
L'attrice francese, reduce dalla vittoria agli Oscar, racconta il suo impegno accanto ai bambini più poveri della Cambogia

di Maria Grazia Tajè  Aprile 1997

È un sogno e "deve restare un sogno francese". Juliette Binoche non aveva preparato un discorso di circostanza, la notte del 24 marzo, per il pubblico dello Shrine Auditorium. Ma, con la coerenza che la distingue, metteva le mani avanti semmai qualcuno avesse avuto delle proposte "americane" da farle.
Per interpretare Blu di Kieslowski aveva già rifiutato un ruolo in Jurassic Park e oggi direbbe no a chiunque, pur di non rinunciare a un film iraniano già in programma. Davvero non se l'aspettava di essere consacrata da Hollywood "migliore attrice non protagonista" per la sua radiosa interpretazione dell'infermiera canadese nel Paziente inglese di Anthony Minghella.
Non era emozionata, ma sinceramente sorpresa che ancora una volta la mostruosa macchina del cinema americano si fosse dimenticata di Laureen Bacall, che in mezzo secolo di carriera non ha mai neppure ricevuto una nomination. Le "dorature", come Juliette le definisce, non l'hanno mai fatta fremere. Non nega che i riconoscimenti le facciano piacere, ma solo perché confermano la qualità del suo lavoro di attrice e di interprete.
La Binoche è nata a Parigi, trentatré anni fa (il 9 marzo), da un padre parigino - ma anche un po' portoghese e un po' brasiliano, vissuto anche a lungo in Marocco - e una madre mezzo polacca e mezzo fiamminga. Seconda figlia di una piccola famiglia che, attraverso separazioni, divorzi e nuovi matrimoni, è diventata grande. Con genitori colti, amanti della musica e della letteratura, ma soprattutto del teatro - registi, attori, insegnanti di arte drammatica - ha avuto un'esistenza un po' sconclusionata, con pochi soldi, che avrebbe dovuto distoglierla da una professione piena di incertezze. E invece il teatro è diventato subito la sua grande passione.
Al liceo, a soli 17 anni, crea una scuola di recitazione, mette in scena ed interpreta il Malato immaginario di Molière e Il re è nudo di Ionesco.
La divora un fuoco che non ritrova nelle compagne di classe e si iscrive ai corsi di recitazione di Jean-Pierre Martino, che resterà il più amato dei suoi "maestri". Tenta anche l'esperienza dell'Accademia di arte drammatica, ma l'atmosfera troppo formale e scolastica la annoia.
La scopre Jean-Luc Godard in occasione di un casting per il film/scandalo Je vous salue Marie. Ma lei afferma che la sua carriera di attrice è iniziata soltanto con Rendez-vous di André Téchiné che, nel 1985, grazie anche alla sua interpretazione, porta a casa la Palma d'oro di Cannes. Seguono due film diretti da Léo Carax, Mauvais sang e Les amants du Pont Neuf, poi L'insostenibile leggerezza dell'essere, ispirato al romanzo di Milan Kundera e diretto da Philip Kaufmann, Il danno di Louis Malle e Blu di Kriszstof Kieslowski - Leone d'oro e Coppa Volpi a Venezia - mentre L'ussaro sul tetto di Rappeaneau strappa una "nomination" ai César del '94.
L'anno seguente interpreta Divano a New York di Chantal Akerman e l'atipico Paziente inglese di Minghella, film dei grandi sentimenti nel quale l'attrice dà ancora una volta prova di grande sensibilità e intelligenza interpretativa.
Non si è mai scelta un nome d'arte. "I miei agenti sostenevano che Binoche era poco romantico, che non era evocatore. Ma io non ho mai voluto cambiarlo. E adesso che sono riuscita a imporlo, sembra corrispondermi perfettamente". Quel che colpisce, in questa giovane donna dal viso infantile e grave, dal sorriso timido e luminoso, è la determinazione. Appassionata e severa, infantile e gioiosa, Juliette Binoche sceglie i suoi personaggi con la stessa coerenza e lo stesso entusiasmo con cui ha deciso di impegnarsi in un'azione umanitaria a fianco dell'Aspeca, una organizzazione non governativa francese che ha tolto dalla strada più di 5mila bambini e bambine cambogiani.
D: Lei è anche testimonial di un profumo della Lancôme. Un ruolo che sembrerebbe in contrasto con il suo impegno umanitario.
R: "Ciò che può apparire singolare è come mai un personaggio pubblico si impegni nel sociale. Il tema è complesso, ma per me si tratta di un falso dibattito. Pubblico o no, ognuno di noi è innanzitutto una persona, con la sua sensibilità, cosciente del mondo pieno di contrasti e di ingiustizie che la circonda. E come essere umano mi chiedo se tutti noi abbiamo o no voglia di impegnarci".
D: Quando ha sentito il bisogno di aderire ad una azione che le dà prestigio, ma non è legata in alcun modo alla pubblicità?
R: "Ho resistito a lungo alle sollecitazioni che mi venivano fatte da più parti e per le cause più diverse (dal rispetto per gli animali alla ricerca contro la caduta dei capelli, a quella per vincere il cancro o l'AIDS). Fin da bambina, immaginando il mio futuro, la casa dei miei sogni, un marito, i figli, mi era capitato di chiedermi come avrei potuto aiutare quelli meno fortunati di me. Aiutare è una parola che tornava ossessiva nei miei pensieri. Volevo guadagnare molti soldi per poterne dare, per dividerli con altri. Ma diffidavo delle grosse macchine dell'aiuto umanitario, che disperdono gran parte delle loro energie e dei contributi pubblici e privati in spese di pubblicità e di gestione. Avevo un grande desiderio di fare qualcosa e nello stesso tempo mi tratteneva il timore di compiere un passo falso. Non avevo fretta di decidere. Sapevo che sarebbe arrivato il momento giusto. Come un fiore che sboccia". "Avevo appena avuto mio figlio (ora ha 13 anni) - continua Binoche - quando l'incontro con un'amica francese, che aveva adottato un bambino cambogiano, ha fatto scattare in me qualcosa. Mi ha parlato dell'Aspeca, un'associazione che consente ai bambini di continuare a vivere nel loro paese - in un ambiente amico, dove possono parlare la loro lingua e costruire la loro identità senza influenze e modelli esterni - ma li aiuta e li guida soprattutto a prendersi cura di se stessi, a responsabilizzarsi, a crescere e maturare". "Dopo averci pensato a lungo ho voluto incontrare Charles Fejto, il presidente dell'Aspeca, dando la mia disponibilità a patrocinare un bimbo dell'età di mio figlio Raphael, per dargli un fratello lontano, per seguire l'evoluzione e la crescita di due ragazzi diversi e in qualche modo simili. Ho scelto di dare il mio contributo per un bambino inserito in una scuola d'arte, che avesse propensione e interesse per le materie artistiche. In un paese dove tutto è stato distrutto dai kmer rossi, fargli ritrovare le proprie radici nella danza, nella pittura, nella scrittura è un modo per aiutarlo a ricostruire il suo passato, le sue tradizioni, la sua cultura. E così sono stata messa in contatto con una piccola figlia di contadini che non erano in grado di mantenerla e farla studiare, Ouk Sinet, che ha un'eleganza e una grazia interiore straordinarie, e segue con profitto i corsi di danza. A lei se ne sono aggiunti altri, un po' in tutta la Cambogia".
D: In che cosa si caratterizza l'azione dell'Aspeca?
R: "Pur alimentando i rapporti epistolari fra padrini/madrine e bambini patrocinati, evita che si stabiliscano reali rapporti affettivi, per impedire che i ragazzi vengano "utilizzati" affettivamente da coppie senza figli che finiscono per farne il loro principale centro di interesse. Loro non potranno mai essere adottati nel vero senso della parola, né tantomeno venire a vivere in Francia. L'associazione organizza regolarmente viaggi per padrini e madrine (nella sola Francia ce ne sono 2700, in Italia 80) e per scolaresche (poco più di 40) che hanno adottato gruppi di bambini. Verificare, conoscere, ascoltare, comprendere quello che accade in Cambogia o nel Laos, o in Vietnam, è fondamentale. La solidarietà, l'intervento umanitario non può limitarsi alla sola compassione".
D: In Francia lei è considerata un'ambasciatrice dell'Aspeca.
R: "Prima di decidere, di assumermi questa responsabilità, volevo verificare, vedere. E così, a settembre, sono andata fino a Phnom Penh e Siem. L'incontro con la Cambogia è stato uno choc insieme terribile e meraviglioso. Ho vissuto giorni intensi d'emozione. Ho voluto visitare tutto, sapere tutto. E ora ho gli elementi che confermano il mio "coup coeur" e il mio impegno".
D: Educare i bambini è il solo modo di ridare speranza a un popolo?
R: "Sì, ne sono convinta. È indispensabile restituire la fiducia a gente distrutta fisicamente e psicologicamente, preparando le nuove generazioni, che spesso, per pudore o troppo dolore, sono tenute all'oscuro degli orrori del passato. I bambini sono un terreno fertile, che va coltivato, nutrito di conoscenza, anche delle cose più elementari, come l'igiene, la pulizia, l'ordine, la puntualità, il rispetto per la natura... Così possono riprendere il loro paese in mano, dirigere ospedali, scuole, fabbriche. Ho potuto constatare che l'Aspeca non chiede ai bambini di essere riconoscenti verso chi li aiuta. E questa mi sembra una grande lezione di dignità umana, anche per noi. Per evitare che accada quello che è accaduto, ad esempio, in Thailandia. Che ha perduto la sua anima e la sua cultura, che è diventata un non paese dove il passato non esiste più e il futuro rischia di essere copiato sui peggiori modelli occidentali".