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CAMBOGIA: Piccole Principesse  -  1996 Luglio


Le piccole principesse
In Cambogia alla scoperta della danza khmer e delle sue giovanissime protagoniste. Un germoglio di grazia e di raffinata civiltà rimasto vivo nonostante le stragi di Pol Pot.

di Maria Grazia Tajè. 

Fotografo e giornalista indipendente, Christopher Loviny ha molte vite, come il personaggio di Marcello Mastroianni nel bellissimo e strano film di Raoul Ruiz "Tre vite e una sola morte".
Originario di Lilla, nel nord della Francia, dove è nato 37 anni fa, interrotti gli studi in legge, si diploma alla scuola superiore di giornalismo, lavora all'Agenzia France Presse, collabora alla radio e alla televisione locali, prima di scoprire la passione per i viaggi.
"Ho cominciato a vagabondare con il sacco a pelo all'età di 19 anni, fermandomi più o meno a lungo nei paesi del Sud-Est Asiatico, sui quali poi mi sono specializzato." Ed è proprio per parlare con lui di un singolare viaggio nella memoria della Cambogia, e che Loviny ha saputo ridarci con le straordinarie immagini di queste pagine (presto saranno raccolte in un libro), che lo abbiamo incontrato.
D. Come organizza la sua vita? Non soffre della distanza fra le due culture, non sente lo choc del passaggio tra realtà sociali così diverse?
R. No. Mi comporto come se avessi diverse vite, ciascuna autosufficiente e nello stesso complementare all'altra. Ogni volta che arrivo a Manila o a Saigon, a Hong Kong, Rangoon e Phem Penh, o quando ritorno a Parigi e Lilla, mi sento sempre a casa, perché in ogni città ho legami profondi, amici che mi fanno riconoscere i luoghi e ritrovare la mia dimensione. Poi riparto per un reportage e ricomincia l'avventura.
D. Come sceglie i soggetti dei suoi servizi fotografici?
R. I temi che mi interessano sono quelli che si riferiscono a periodi cardine, di passaggio da un'epoca a un'altra, da un regime a un altro. Come è avvenuto per la Cambogia o il Vietnam: la fine del comunismo e l'arrivo di un regime militare o di un governo democratico, con tutte le conseguenze negative e positive che questo comporta. D. Lei sembra avere il gusto del pericolo. Però nel suo lavoro c'è anche un approccio da studioso, da sociologo, da storico.
R. Ho vissuto in situazioni di reale pericolo, ma non è questo che mi interessa. Non cerco l'immagine scioccante, lo scoop giornalistico. Mi sforzo di fissare con l'obiettivo i momenti di passaggio per dare una testimonianza di qualcosa che andrà inevitabilmente perduto. Ho incontrato il pericolo quando ho fatto un'inchiesta sulla realtà della droga nel Triangolo d'oro. Sono stato uno dei primi europei a fotografare le tribù di antichi cacciatori di teste diventati poi i più grossi produttori di oppio e di eroina del mondo.
D. Che cosa l'ha condotto a realizzare questo servizio sulla danza khmer?
R. Nel 1988, quando sono arrivato per la prima volta in Cambogia, il paese che i francesi hanno amato per la dolcezza di vivere, la grazia, la serenità della sua gente, ho incontrato un popolo, e un paese, distrutto fisicamente e psicologicamente, segnato dagli orribili massacri perpetrati dai khmer rossi (si parla di due milioni di morti sotto il regime di Pol Pot). Ma qua e là si vedevano i primi germogli della speranza. Come in questa scuola di danza, dove sono arrivato quasi per caso. Lì ho ritrovato quell'atmosfera magica di cui mi avevano tanto parlato, ho visto la vita riprendere il sopravvento sull'orrore. E ho cercato di fotografare i "germi" di questa volontà di rinascita del popolo cambogiano.
D. Un'atmosfera che si ritrova in tutte le scuole di danza.
R. Credo si possa parlare di qualcosa di particolare. Forse perché gli allievi sono tutti giovanissimi (dai sei ai diciotto anni) e tutti emanano una straordinaria grazia. L'ora migliore per andarci è l'alba. Una luce diafana illumina appena le figurine che si preparano ai corsi, difficilissima da fissare sulla pellicola. Le ragazzine cominciano ad arrivare a piedi o su piccole biciclette colorate, vestite di una gonnellina blu a pieghe e una camicetta bianca. In silenzio, con gesti di estrema eleganza, danno inizio alla loro metamorfosi trasformandosi in Apsaras, le danzatrici sacre. Aiutandosi l'un l'altra si avvolgono nel sampot blu indaco o rosso carminio, si curvano per raccogliere il tessuto fra le gambe trasformandolo nel tipico pantalone, e lo fissano alla cintura. Una mano esilissima fissa un fiore di mandorlo fra i capelli, l'altra coglie dalle foglie qualche goccia di rugiada in un inconscio desiderio di purificazione. Le bambine diventano principesse. Il miracolo della metamorfosi si è compiuto. Dopo una lunga fase di ginnastica dolce per sciogliere i muscoli, e una rapida pausa ristoratrice, inizia l'apprendimento difficile e doloroso di una gestualità complessa e ripetitiva, estremamente esatta, sotto la guida di severe ed esigenti danzatrici "anziane".
D. È difficile comprendere la simbologia dei gesti della danza khmer? R. In realtà si tratta della rappresentazione di storie molto semplici, di seduzione, amore e morte; combattimenti e tradimenti. I gesti sono rigidamente codificati, le posizioni dei corpi resi flessibili da anni di esercizio ripetono un codice mimato che permette, con un minimo di conoscenza, di comprendere il contenuto della storia. La perfezione dell'esecuzione è fondamentale, il che giustifica la severità dell'insegnamento.
D. Tutto ciò esclude quindi l'interpretazione personale.
R. Assolutamente. La bravura e la qualità della danzatrice si misurano solo sulla precisione dei suoi gesti.
D. Di qui la sensazione, per noi occidentali, di assistere tutto sommato sempre allo stesso balletto.
R. È vero. E dunque importante che le danze di questi paesi vengano ospitate nelle nostre manifestazioni culturali, accompagnandole con indicazioni che ne permettano comprensione e godibilità.
D. A che cosa è dovuta l'eleganza naturale dei loro gesti e dei loro movimenti?
R. Non sono ancora stati toccati dalla società dei consumi, dai non valori della "civilizzazione" occidentale, dalla volgarità, dalla violenza. Non conoscono ancora lo stress, l'angoscia del successo, del denaro. Ma purtroppo nelle città le cose stanno cambiando. L'apertura al mondo esterno, lo sviluppo del turismo li porta a saltare tutte le tappe del progresso, ad accettare i MacDonald.
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Le vestali del dio Indra Le fragili danzatrici del balletto khmer reincarnano le Apsaras del pantheon induista, danzatrici celesti dal sorriso enigmatico che ancheggiano con grazia sui bassorilievi dei templi di Angkor.
La leggenda racconta che esse dovevano distrarre coi loro canti e i loro gesti mimati il dio Indra e i suoi 33 ausiliari nel loro mitico regno del monte Merù.
Si materializzano sulla terra solo alla metà del IX secolo per dedicare le loro grazie e le loro arti al "deva raja", monarca dalle sembianze divine che ha il privilegio di possedere la sua troupe di danzatrici sacre. Esse vivono all'interno del palazzo e assai raramente si esibiscono in pubblico.
Non possono sposarsi, e sono a disposizione del re per danzare o soddisfare i suoi desideri erotici. Anche i ruoli maschili sono assicurati dalle danzatrici-vestali, il cui statuto divino verrà annullato con l'avvento del buddismo theravada, nella Cambogia del XVII secolo.
Una tradizione secolare che subisce i primi contraccolpi nel 1970 a seguito del colpo di stato del generale Lon Nol contro il principe Norodom Sihanouk.
A segnare la fine definitiva del balletto è l'arrivo dei khmer rossi a Phnom Penh, il 17 aprile 1975: in tre giorni svuotano la città, inviano la popolazione nei campi di concentramento, torturano, uccidono.
Il 10% delle danzatrici e delle insegnanti morirà. Quando nel 1979 i vietnamiti liberano la Cambogia dagli assassini di Pol Pot, riattivano la scuola di danza e il balletto sostituendo i riti sacri con coreografie e canti rivoluzionari.
Solo dieci anni dopo, con il ritiro delle truppe vietnamite, i cambogiani possono di nuovo praticare il buddismo e la scuola ritrova la sua vocazione originaria.
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Una scuola a Parigi Sokhomaly Suon Kaset, fuggita da Phnom Penh qualche giorno prima dell'arrivo dei khmer rossi, è ospite della Francia coi suoi figli dal 1975. Insieme ad alcune amiche, tra cui Seng Phaneary, cugina del principe Sihanouk, ha fondato un anno dopo una piccola scuola di danza, ospitata in un centro per anziani.
Ogni domenica una quindicina di bambini e bambine (figli e nipotini, soprattutto) si ritrovano per seguire i corsi di cinque "anziane" di più di trent'anni, piuttosto arrugginite dopo 15 anni di inattività.
Convinta oppositrice dei regimi totalitari, Sokhomaly ha nel passato dedicato gran parte del suo tempo a raccogliere adesioni e fondi per aiutare rifugiati cambogiani sfuggiti al regime di Pol-Pot prima, poi a quello vietnamita, e oggi continua la sua azione di "mendicante professionista" nella speranza di riuscire un giorno "a riunire tutte le troupes di balletto sparse nel mondo, dagli Stati Uniti alla Francia, dalla giungla a Phnom Penh, per organizzare a Angkor una grande cerimonia che mostri la volontà dei cambogiani di ritrovare la loro dignità e fierezza attraverso la tradizione sacra della danza".