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ADOZIONI  -  1996 Agosto
 


Un figlio venuto da lontano
Prima la gioia, poi la lunga attesa. Diario a lieto fine di una coppia italiana nei meandri delle adozioni internazionali.

di Maria Stella Conte


Quando vedi la foto è finita. Nel senso che crollano anche le ultime resistenze, i dubbi, i ma-sarà-la-cosa-giusta, che ti hanno accompagnata fino ad allora. A me è successo una bella mattina di dicembre, a Milano, nelle stanze del Centro italiano adozioni internazionali, il Ciai.
Eravamo lì, io e il mio compagno, convocati per la tappa decisiva di un percorso iniziato cinque anni prima con il matrimonio, poi la richiesta al Tribunale dei minori, gli "esami" da parte di assistenti sociali e psicologi comunali, le visite mediche, e via dicendo: ormai il tortuoso, burocratico percorso dell'adozione lo conoscono tutti a memoria. Dicono che sia troppo estenuante e difficile: una nuova legge dovrebbe renderlo più semplice e veloce.

Non so. Per me, per noi, è stata certamente una prova, in cui ad ogni passo si è costretti a ripensare le proprie scelte, a riesaminare le motivazioni, ad analizzare al microscopio ogni giorno, per mesi, per anni, tutti i perché. Il motivo è semplice: al contrario di una gestazione, qui puoi tornare indietro in qualsiasi istante, anche il giorno in cui ti imbarchi sull'aereo per andare a prendere quel bambino che potrebbe, dovrebbe essere tuo figlio.
Comunque eccoci qui, davanti ad una gentile signora del Ciai che ci dice: "Abbiamo due fratellini, sono un po' più grandi dell'età che avevate chiesto, se siete ugualmente disponibili, vado avanti a raccontarvi qualcosa della loro storia, altrimenti aspetteremo un'altra occasione, ma non vi darò nessuna informazione su di loro". Maledizione, ha ragione. Ogni notizia è già un legame, lei lo sa, e fa benissimo a comportarsi così. Ma per noi è una tortura, un piccolo stress aggiuntivo. Sospesi in uno stato emotivo che oscilla tra l'entusiasmo e il terrore, a me e mio marito basta un attimo per guardarci negli occhi, sorriderci e rispondere: "Vada avanti".
Ed ecco che arrivano alcune notizie sui bambini, dove sono nati (in Vietnam) dove sono (all'orfanotrofio di Hanoi), età (5 e 6 anni rispettivamente). "Vado avanti?". Ma certo, che diavolo, ci dica di più: e la gentile signora racconta che stanno bene, spiega come sono finiti lì, riferisce le descrizioni di chi li ha incontrati e gli ha parlato. "Vado avanti?". E vada, parli, non ci tenga sulle spine, non vede in che stato siamo? Non ha ancora capito che ormai abbiamo detto sì, che stiamo dicendo sì da cinque anni? Vuole che ci fermiamo adesso? E finalmente, dalla striminzita cartellina posata sulla scrivania che raccoglie tutti i loro dati personali, escono due-fotografie-due. Sull'attenti, guardano con composta intenzione l'obiettivo, come facevano una volta - tanto tempo fa - i bambini occidentali. Accanto, una ringhiera troppo alta che li rende ancora più mingherlini. Ed è allora che è davvero finita. È finita la bella vita di coppia senza figli, senza troppi pensieri, senza difficoltà, senza orari, senza baby sitter. Senza responsabilità. Ed è cominciata l'adozione. Per la prima volta questi figli sognati, pensati, immaginati, escono dalla notte indistinta, dal limbo del possibile e acquistano un nome e una forma.
Sono stati di tutti i colori, hanno avuto mille facce, sono stati di un sesso e dell'altro, gli avevamo attribuito ogni dolore, li avevamo supposti infinitamente tristi, infinitamente allegri... Ma ora hanno il loro viso, il loro sesso (due maschi), un'età, una sola storia, la loro. Ci sentiamo, già, un po' genitori. Mio marito entra subito in un delirio di proiezione: "Guarda il piccolo, mi assomiglia...". Tipico meccanismo maschile: benvenuto nel mondo dei papà.
Ma da quell'incontro con una fotografia passa un anno prima dell'incontro vero: un anno orribile, da dimenticare. Perché a questo punto l'attesa davvero non ha più senso. Perché dopo che li hai visti e sai dove sono, e sai che sono soli, diventano insopportabili tutte le pratiche in ambasciata, le infinite traduzioni di documenti, la ricerca dei certificati (i loro) che non si trovano, le notizie che arrivano da Hanoi: "Manca un timbro", "Un bollo", "Un permesso". Manca sempre qualcosa. Le valigie sono pronte, di mese in mese rinviamo la partenza. Inganniamo il tempo prendendo improbabili lezioni di vietnamita - lingua impossibile, dove per ogni vocale ci sono diciotto accenti - da un gentilissimo e minuto professore, mister Tran.
Pensiamo che i bambini sono grandi, e sapere qualche parola ci aiuterà. Nel frattempo diventano ancora più grandi. Sei e sette anni. Vuol dire, tra l'altro, che non avrò diritto alla maternità: la legge è meccanica, e stabilisce che se si adotta un bambino che ha già sei anni, si perde ogni aiuto.
Il retropensiero deve essere che a sei anni un bambino va a scuola, e quindi, la mamma può tornare al lavoro. Elementare. Ma io penso, invece, che proprio perché sono grandi, già formati, l'impatto con un altro mondo sarà più difficile. Avranno bisogno di più presenza, e non di meno. Pazienza. Starò a casa senza stipendio per un anno, il massimo possibile, gratteremo il fondo dei risparmi. Finché ce la facciamo.
La tortura finisce quando non te l'aspetti più. Una sera dell'autunno scorso squilla il telefono: "Potete partire". Finalmente. Dieci giorni dopo, in uno sgangherato edificio alle porte di Hanoi, li incontriamo. Piccoli, magri, intimiditi dalla nostra presenza e da quella dei responsabili dell'orfanotrofio che assistono benevoli. Vorrebbero farli cantare, per mostrare come sono bravi: ma quelli, non ci pensano neanche. Tiriamo fuori caramelle e piccoli giocattoli, così come faremo per tutti gli altri pomeriggi (dieci) in cui ci sarà permesso di vederli. Ma è un diversivo momentaneo: le automobiline durano un minuto, le biglie cinque, il pallone dieci. Mi viene il dubbio che non siano abituati ai giocattoli.
Forse non sanno giocare. O forse semplicemente non vogliono e non possono. Hanno altro per la testa. Quando arriviamo, ci corrono incontro gridando, sorridendo. Sembrano contenti. Ma dopo si chiudono in un alone di timidezza, fuggono in un mondo mentale ed emotivo a noi inaccessibile, irraggiungibile: farsi dare la mano, o fargli accettare un bacio, una carezza, è un'impresa impossibile. "È la nostra cultura" ci spiega un funzionario vietnamita. "Nessuna affettività con i maschi, dopo un anno, solo le bambine vengono tenute in braccio, i bambini invece devono imparare a camminare da soli". Sarà anche vero. Ma le ragioni del loro comportamento devono essere un pochino più complesse. Oscillano tra entusiasmo e paura, proprio come noi. Il loro futuro è come il nostro: una scommessa al buio. E lo sanno anche loro. Il resto è la storia di un'adozione felice.
Ero preparata a tutto: affrontare eventuali rifiuti, possibili resistenze, melanconie improvvise, voglia di tornare indietro, nostalgia dei loro scomparsi genitori naturali, del loro paese. Forse non ero preparata a una cosa sola: la mancanza assoluta di problemi e drammi. "Che bella cosa avete fatto, sono bambini fortunati", ci dicono sempre quando ci incontrano per strada. Siamo noi i fortunati, penso io. Abbiamo due bambini vivaci, affettuosi, socievoli, che si svegliano sorridendo e vanno a dormire coprendoci di baci. Bambini che sono diventati via via sempre più "normali".
Il cambiamento è avvenuto in fretta: ho visto il piccolo attaccarsi a me come un neonato, per un mese si svegliava ogni notte, introducendosi nel lettone e cercando in me la madre. Gli psicologi ci avevano avvertito: regressione d'adozione, è un buon segno, vuol dire che sta stabilendo un rapporto profondo con la nuova figura materna. Adesso dorme lunghi sonni, e cerca sempre di più anche il padre. Ho visto il grande andare a scuola contento (prima elementare) e invitare poco dopo gli amichetti a casa. Le maestre sono entusiaste di lui.
Malgrado le difficoltà della lingua, l'anno prossimo andrà in seconda. Li abbiamo ascoltati parlare della loro vita precedente: del villaggio, dei genitori e della "casa di tutti i bambini", che sarebbe l'orfanotrofio. Ci hanno chiesto di andare in Vietnam, vedere il loro paese, fare delle foto, portare regali. E poi tornare indietro. A ogni adulto che incontrano domandano: "Hai bambini? Vuoi bene ai bambini? Sì? E allora perché non vai in Vietnam a prenderli?".
I problemi verranno, lo so. È naturale. Verrà il giorno che di fronte ad un rimprovero urleranno: "Tu non mi vuoi bene. Ma perché mi hai adottato?". Oppure, e sarà molto più arduo rispondere: "Perché io ho avuto due madri e due padri?".
Per ora sono di là che giocano. Sento le loro voci. Ogni tanto vengono qui a vedermi scrivere al computer. "Ora no. Ora lasciatemi lavorare", dico e loro ubbidienti tornano in camera sorridendo. Ci sarà tempo per le risposte difficili.