CURIOSITÀ


È a rischio la fede cristiana nel mondo!

Dalle Filippine alla Turchia la Via Crucis dei preti massacrati.

Quasi quattrocento omicidi religiosi in quindici anni. “Il cristianesimo a rischio scomparsa in Medio Oriente”.


CITT
À DEL VATICANO. 
C'è don Andrea Santoro, ammazzato con due colpi di pistola alla schiena mentre pregava in ginocchio sull'ultimo banco della sua chiesa a Trebisonda, sul Mar Nero. E monsignor Paolo Dall'Oglio, rapito in Siria e mai più tornato. C'è suor Lucia Pulici, violentata e uccisa assieme a due consorelle nella missione dove operava in Burundi. E i sette monaci trappisti di Tiberine, in Algeria, trucidati per motivi ancora oscuri mentre proponevano il dialogo e la tolleranza. C'è il vescovo Antonio Padovese, vicario apostolico dell'Anatolia, sgozzato e poi quasi decapitato dall'autista che lo accompagnava in ambasciata quando insieme arrivavano a Roma. E i cristiani massacrati nelle Filippine, dove pure è presente un cardinale come Luis Antonio Tagle considerato da tutti come un possibile futuro Papa. Poi Padre Manto Kongkoli, eliminato in Indonesia dove aveva protestato per l'esecuzione di tre cristiani accusati di avere partecipato a scontri con la comunità islamica. Pastori. Monache. Ministri della Chiesa.

La Spoon River dei sacerdoti cristiani è una catena di dolore lunga, che si estende a macchia di leopardo nel mondo. E tocca l'Asia e l'Africa, il Medio Oriente e l'America Latina.

Mai però questa mattanza aveva oltrepassato il confine del mondo europeo colpendo sul suo territorio la Chiesa e i suoi esponenti. Quella linea di demarcazione era sempre riuscita a tenere, costituendo un argine rispetto alle zone lontane delle persecuzioni. Ma ora questa sponda sembra spazzata via con l'omicidio di padre Jacques Hamel, parroco di Rouen. E il prete francese è il primo sacerdote a essere ucciso in Europa a causa della sua religione. Giustiziato, però dalla mafia, a Palermo, nel 1993, fu don Giuseppe Puglisi.

Il crollo ha lati diversi.
A Est la Turchia, intesa conia sua capitale "effettiva" Istanbul, considerata a lungo, a cavallo del Millennio, come un punto che avrebbe dovuto costituire un luogo di incontro e di unione fra entit
à culturali e religiose diverse, dopo le ultime recrudescenze post golpe militare sembra definitivamente saltata come progetto europeo. La sua islamizzazione progressiva, la rabbia crescente nei confronti dell'alleato europeo e occidentale, persino la richiesta ultima dello stesso governo conservatore di ispirazione religiosa di cavalcare la richiesta popolare (lo ha detto ancora ieri il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan) per riportare in vigore la pena di morte, allontanano tutto un fronte che dall’Anatolia si allunga al Pakistan e all'Indonesia, altre terre di martirio dei cristiani.

E a sud, oltre il Mediterraneo, in Africa e in Medio Oriente, il dialogo e l'interazione, pure portatori di buoni frutti nel tempo, non hanno però condotto a quella svolta totale capace di proteggere le minoranze etniche e religiose tanto in Sudan quanto in Iraq.

E ora, pure a Parigi e Monaco di Baviera. La lettera "N" come Nazareno, segnata sulle porte delle case dei cristiani a Mosul e Ninive, è diventata un indelebile marchio della vergogna, imposto dai jihadisti.

La trafila delle morti è così un rosario doloroso, che scorre nella diversità delle storie. Come quella del ragazzo adottato dalla Comunità di Sant'Egidio e ammazzato in Pakistan. O delle quattro missionarie della carità uccise nello Yemen. O dei 21 cristiani copti rapiti in Libia e filmati mentre muoiono decapitati.  

L'assassinio di padre Jacques è l'ultimo anello di una catena che salta il confine fin qui segnato. I dati raccolti da un'agenzia dedicata come Fides fanno registrare, tra il 2000 e il 2015, l'uc­cisione di 396 operatori pastorali. Tra questi cinque vescovi. Nel 2015 sono 22 gli episodi: in modo violento muoiono 13 sacerdoti. In America 8 operatori pastorali (7 sacerdoti e una religiosa); in Africa 5 (tre sacerdoti, una religiosa, una laica); in Asia 7 operatori pastorali (un sacerdote, due religiose, quattro laici); in Europa due sacerdoti. Alcuni di loro a seguito di tentativi di rapina o di furto.

Numeri che sono soltanto la punta di un iceberg della persecuzione globale contro i cristiani. Fatta spesso per motivi religiosi, e che porta nomi diversi. Isis in Medio Oriente, Boko Haram in Sudan. «La discriminazione in vari Paesi dove la religione è un affare di Stato - rileva Fides - rendono arduo ed eroico essere cristiani, soggetti ad attentati e a stragi». Agli elenchi provvisori andrebbe aggiunta la lunga lista dei tanti singoli, in ogni angolo del pianeta, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome.

L'ultimo rapporto di un'altra fondazione attendibile, Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), porta il titolo Perseguitati e dimenticati?. E sottolinea come i cristiani siano il gruppo religioso più perseguitato nel mondo. La loro condizione continua anzi a peggiorare in molti dei Paesi in cui da tempo affrontano limitazioni gravissime. Il numero di Stati classificati come di «estrema» persecuzione è salito da sei a dieci. E a Cina, Eritrea, Iran, Arabia Saudita, Pakistan e Corea del Nord si aggiungono Iraq, Nigeria, Sudan, Siria: tutti Paesi segnati dall'ascesa dell'estremismo islamico. Che si conferma come una delle principali minacce alla comunità cristiana.

È questa la mappa tragica in cui si colloca il cristianesimo nel mondo. Che fa domandare a molti osservatori se da qui a dieci anni ci sarà ancora spazio per que­sto credo in una regione importante come il Medio Oriente. Oppure i cristiani verranno cacciati definitivamente dalla loro antica terra di provenienza?

Proprio in Turchia, zona perfetta da prendere a simbolo ed esempio, dove il cristianesimo è presente fin dai tempi della predicazione apostolica, dove nacque San Paolo e si tennero i primi sette Concili ecumenici della Chiesa, oggi la presenza dei cristiani è ridotta al lumicino: lo 0,2 per cento, su una popolazione di quasi 80 milioni di musulmani. E la Spoon River dei sacerdoti che oggi si allarga all'Europa diventa un monito atroce per quello che, adesso, può accadere anche da noi, qui.

 

MARCO ANSALDO – la Repubblica -  27 luglio 2016