ATTUALITÁ
 
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2015
CAMBOGIA/AUSTRALIA  -  PROFUGHI
"IL PATTO DELLE ANIME"
 


Per anni gli immigrati sono stati forzatamente deportati in un atollo-prigione al centro del Pacifico, ma ora Camberra ha deciso di pagare 40 milioni di dollari a chi se li prende.


PNOM PENH. Le tragedie dei profughi del mare sono ormai all'attenzione del mondo dopo gli apocalittici affondamenti di navi nel Canale di Sicilia. Poco si ricorda però di quando centinaia di imbarcazioni stipate di passeggeri in fuga da guerre e carestie andavano a sfracellarsi con altrettanta frequenza lungo le coste australiane, a cominciare dall'ormai tristemente celebre Isola di Christmas dove fu aperto un centro di detenzione.
A differenza dell'Italia, nel 2001 l'Australia giunse dopo fasi alterne a impedire ogni ulteriore sbarco di clandestini e a trasportarli forzatamente in un atollo-prigione al centro del Pacifico micronesiano che fa nazione a sé, Nauru.
Il suo governo aveva accettato di subappaltare da Christmas il business dei profughi per rimettere in sesto un'economia devastata dall'esaurimento delle miniere di fosfato. Separato dall'isola più vicina da 300 km di mare, 9500 residenti distribuiti su appena 21 km quadrati, divenne di fatto una città Stato di carcerieri per più di 1500 «detenuti» assembrati a turni nel bunker al centro di una foresta fitta.
In attesa di una decisione per il loro futuro che sembrava non venire mai, negli ultimi anni sono continuati ad affluire dopo traversate oceaniche iraniani, pakistani, somali, sudanesi, Uighur dalla Cina e Rohingya dal Myanmar e dal Bangladesh, ognuno con una storia di persecuzione da raccontare, tutti accomunati dalla fede islamica.
Ora qualcosa si sta muovendo per liberarli dal puntino dell'Oceano dove sono stati praticamente abbandonati, ma la soluzione prospettata dall’Australia sembra ricalcare in peggio quella presa anni prima per liberarsi dell'umanità derelitta che bussava alle sue porte.
Proprio in queste ore si sta per realizzare infatti il piano «destinazione Cambogia», col trasferimento di gruppi di «volontari» da Nauru a Phnom Penh e dintorni, verso un Paese che fa già fatica a combattere con i problemi dei poveri di casa sua. Una mossa che porta con sé più incognite che certezze.
«La Cambogia non è una discarica dell'Australia» hanno detto indignati diversi gruppi dei diritti umani locali.
Per ora hanno la possibilità di partire solo coloro ai quali è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite lo status di profughi. Ma a Nauru ce ne sono almeno altri 800 in lista d'attesa con gli stessi requisiti, anche se nessuno degli «aventi diritto» sembra troppo entusiasta di raggiungere il Paese tropicale del Sud est. Quelli di loro pratichi di Internet sono infatti andati a cercare su Google, e la voce si è presto sparsa tra la comunità dei «detenuti» in attesa di migrare, generando un panico che ha reso estremamente difficile ai funzionari australiani il compito di convincerli a muoversi, nonostante gli incentivi e le promesse fatte.
Hanno infatti scoperto online che il regno dei khmer, per giunta dell'odiata fede buddhista, ancora non ha finito di fare i conti giudiziari con una delle pagine più nere della storia umana, il regime dei comunisti di Pol Pot che provocò la morte di 2 milioni di persone tra il '75 e il '79. La svolta capitalista imposta trent'anni fa dall'attuale premier Hun Sen, basata sullo sfruttamento delle risorse e delle terre da parte di grandi compagnie straniere, ha continuato a colpire larghe fasce di popolazione già vittime dei khmer rouge.
Secondo dati World Vision, in Cambogia un bambino su tre è malnutrito, un alunno su due esce dalla scuola elementare senza saper leggere e scrivere e almeno 200mila minorenni lavorano per mantenere le loro famiglie.
In aggiunta a tutto questo, i rifugiati che negli anni passati hanno già tentato di stabilirsi in Cambogia, come i vietnamiti anticomunisti poveri e perseguitati degli altipiani e dei villaggi di confine, e perfino qualche somalo o uighuro, sono stati deportati o costretti a lasciare il Paese per le dure condizioni di vita e l'ostilità di una popolazione già provata a sua volta dalla crisi.
Ciò non impedì nel settembre scorso all'inviato del governo australiano di brindare a champagne con il ministro dell'Interno cambogiano per celebrare l'accordo firmato, senza porsi il problema delle conseguenze sociali di un innesto tanto ibrido. In quell'occasione Camberra si impegnò a pagare la cospicua cifra di 40 milioni di dollari a rate purché Phnom Penh prendesse in consegna (leggi gli togliesse di torno) i primi duecento rifugiati di Narau e gli altri che via via avessero ottenuto le carte necessarie.
Ora che il tempo è giunto per questo trapianto senza precedenti nemmeno nella storia delle deportazioni di massa durante la trasmigrazia indonesiana, l’Australia sta tentando in tutti i modi di convincere i primi pionieri che la Cambogia è per loro il migliore dei mondi possibili.
In una lettera spedita alle prime famiglie di somali in lista d'attesa ma non ancora convinte, si spiega che «si tratta di un paese con diverse nazionalità, culture e religioni, che godono di tutte le libertà di una società democratica». Non solo: «È un Paese sicuro» hanno scritto «dove la polizia mantiene la legge e l'ordine. Non ha problemi con il crimine violento o i cani randagi».
Questa postilla suona ironica «considerando che proprio i cani sono stati usati contro i rifugiati vietnamiti che tentavano di entrare in Cambogia», ha dichiarato la direttrice di Human Rights Watch Australia, Elaine Pearson. Mentre Transparency considera la nazione una delle più corrotte sulla terra, col 156esimo posto su 175.
Per allettare nonostante tutto il maggior nurnero di ospiti da Nauru, !a lettera assicura scuole per i figli, contanti, conti bancari, assistenza per trovare lavoro, corsi di lingua e perfino assicurazioni mediche. Gran parte dei benefici - è spiegato - andranno ai primi che accetteranno l'offerta, comprese sistemazioni in case «stile villa».
Ma il problema dei profughi soprattutto islamici non riguarda solo le loro preoccupazioni per la nuova sistemazione in un Paese di fede e cultura tanto diverse (qualcuno teme una reazione violenta come avvenuto per i rohingya nella buddhista Birmania).
Un portavoce dell'Unicef ha fatto notare che esistono seri rischi di violazione dei diritti dei bambini, considerando che già a Nauru molti di loro sono rimasti vittime di abusi all'interno dei campi.
Un recente rapporto di un ex commissario del Comitato etico nazionale, Philip Moss, ha rivelato una «condizione critica» per via delle «accuse dettagliate di stupro e violenza, autolesionismo tra i bambini, e la commercializzazione di favori sessuali in cambio di droghe».
Con un parallelo estremo nel caso degli immigrati del Mediterraneo che hanno gettato a mare chi non pregava Allah, alcuni degli autori delle violenze ai piccoli di Nauru potrebbero essere tra quelli destinati a «colonizzare» il nuovo mondo con tanto di benefit, in un Paese dov'è ancora diffusa la piaga del turismo sessuale e della pedofilia.
Per ora l'unico segno di una pausa di riflessione da parte dell’Australia è stato il rinvio del primo contingente di profughi-pionieri previsto il 20 aprile. Ma è solo questione di tempo, perché tertium non datur. Se da una parte nessuno può essere legalmente forzato a partire, dall'altra rischierebbe di restare altri anni in mezzo al nulla nell'Oceano pacifico. Un'alternativa del diavolo, qualcosa che la Corte di Ginevra definirebbe una forma di «tortura psicologica».

Raimondo Bultrini - il Venerdì di Repubblica - 1 maggio 2015