ATTUALITÁ
 
ATTUALITÁ
Reportage di Federico Rampini
per "la Repubblica"  (settembre 2006)

 


Il Vietnam da Zio Ho a Bill Gates
HANOI. Negli anni Sessanta, in piena guerra, il leader comunista Ho Chi Minh lanciò un messaggio agli americani: «Stenderemo il tappeto rosso davanti a voi perché abbandoniate il Vietnam. Poi quando avremo finito di combattere sarete di nuovo i benvenuti qui, perché avremo bisogno della vostra tecnologia e dei vostri aiuti».
Allora poteva sembrare retorica e propaganda. Oggi la frase del presidente scomparso risuona come una sconcertante profezia. Lungo l'autostrada dall'aeroporto di Hanoi alla città non si vede un solo manifesto inneggiante al regime comunista, ai due lati invece c'è una fitta selva di cartelloni di pubblicità commerciali tra cui dominano le marche americane.
Dalla Intel californiana (microchip elettronici) alle motociclette Harley Davidson, l'anno scorso le multinazionali Usa hanno investito qui più di due miliardi di dollari per creare nuove fabbriche e vendere il sogno americano. Prima di arrivare in città si passa davanti a una riproduzione dell’Arco di Trionfo parigino in marmo bianco che funge da vistoso portale d'ingresso per un quartiere residenziale che potrebbe essere a Los Angeles o Miami, tante villette monofamiliari di lusso costruite per i nuovi ricchi che prosperano nel boom economico vietnamita.
Il tassista si paga in dollari, il biglietto verde circola in tutto il Vietnam come la seconda moneta nazionale, accettato da negozi, ristoranti, alberghi (e semplifica i calcoli al visitatore straniero: il dong vietnamita infatti vale un decimo della vecchia lira italiana, un caffé costa ottomila dong).
Si fa fatica a credere che questo paese sia stato protagonista per dieci anni (1965-75) di una guerra spietata con gli Stati Uniti che straziò e divise il mondo, un conflitto senza quartiere che uccise tre milioni di vietnamiti, seminò orrende malattie per i defolianti chimici usati nei bombardamenti, una tragedia che ferì per sempre la coscienza dell'America e la costrinse a ritirarsi per la prima volta nella sua storia di fronte a un avversario indomabile.
Che i vietnamiti abbiano cancellato ogni rancore, Bill Clinton lo scoprì di persona già nel 2000. Il primo presidente americano a visitare il Vietnam in 31 anni (Richard Nixon c'era stato per salutare le truppe Usa nel 1969) fu l'oggetto di un entusiasmo popolare che travolse le forze dell'ordine e sorprese il governo di Hanoi: decine di migliaia di giovani si accalcavano lungo l'autostrada dell'aeroporto sei ore prima che l' Air Force One di Clinton atterrasse.
Un altro Bill catalizza ancora meglio l'innamoramento per l'America. Sempre nel 2000, quando il settimanale locale Gioventù organizzò un sondaggio fra i suoi lettori per stabilire chi fossero gli idoli delle nuove generazioni, stravinse Bill Gates. I voti raccolti dal fondatore della Microsoft tra i giovani vietnamiti erano sette volte superiori a qualunque leader politico nazionale. Il partito comunista fu sotto choc, la censura fece sequestrare e distruggere 120.000 copie della rivista. Ma da allora i giovani vietnamiti non hanno cambiato gusti, i loro dirigenti sì. Bill Gates visita regolarmente Hanoi, viene ricevuto con i massimi onori dal governo che è felice di attirare gli investimenti della Microsoft per fare del Vietnam un centro di produzione di software. La nomenklatura si è adeguata al «culto della personalità» che circonda l'uomo più ricco del mondo.
L'ultima volta che Gates è venuto, il 22 aprile di quest'anno, è stato l'ospite d'onore durante il più importante vertice del Partito Comunista. Il presidente della Repubblica e il primo ministro si sono assentati dai lavori del summit solo per fare una «foto di famiglia» con Gates. Fuori la solita folla di giovani in delirio premeva contro i cancelli come se fosse di passaggio una pop-star.
La trasformazione del Vietnam copia la ricetta del suo più potente vicino, la Cina. Anche qui resta un regime autoritario, il potere è in mano al partito unico che non ammette pluralismo né opposizione.
Hanoi, come Pechino, senza rinnegare ufficialmente il comunismo ha adottato un insieme di riforme - battezzate «doi moi», che in vietnamita vuol dire «rinnovamento economico» - per traghettare il paese verso il mercato.
Il ritardo rispetto alla Cina è maggiore dei sette anni che separano la politica di «apertura» di Deng Xiaoping avviata nel 1979 e il «doi moi» che ufficialmente partì nel 1986, ma venne applicato con più lentezza. I risultati sono comunque spettacolari. Vent'anni fa il Vietnam era una specie di Corea del Nord. Isolato, retto da un regime oppressivo, sotto il giogo del comunismo egualitario, il paese era sprofondato in una miseria peggiore degli anni di guerra. Il cibo era razionato, le risaie non bastavano a sfamare la popolazione.
Oggi il Vietnam è diventato una potenza agricola che inonda il pianeta con i suoi raccolti. è il secondo esportatore mondiale di riso dietro la Thailandia, il terzo produttore di caffé dopo Brasile e Colombia, il secondo di noccioline dietro l' India. Vende in tutti i continenti pesce e gamberetti, petrolio e legname, scarpe e vestiti.
È il nuovo dragone asiatico, con tassi di crescita del Pil (+8,4% nel 2005) secondi solo alla Cina. Ha 84 milioni di abitanti per lo più giovanissimi, buoni livelli d' istruzione, salari del 30% inferiori a quelli cinesi.
È un nuovo bacino di manodopera a buon mercato per l' economia globale. In Asia molti esperti prevedono che il Vietnam sarà il futuro Giappone, per le dimensioni simili dei due paesi (grazie a una natalità galoppante, fra trent'anni i vietnamiti avranno superato i 127 milioni di giapponesi).
Il nuovo status del Vietnam sarà consacrato in questo autunno con il suo ingresso nell' Organizzazione del commercio mondiale (WTO), fortemente appoggiato dagli americani. Malgrado il miracolo economico la distanza dalla Cina in termini di modernizzazione è ancora notevole.
Oltre alla squisita gentilezza degli abitanti, anche questo ritardo di sviluppo fa parte delle attrattive del Vietnam. Ci si ritrova un pezzo di Asia che altrove è ormai scomparsa. Hanoi è entrata nell' era della motocicletta, non ancora dell'automobile per tutti. Un denso fiume di motorini strombazzanti sciama per le viuzze della città a tutte le ore, è il nuovo status symbol del benessere e si vedono perfino famiglie di quattro-cinque persone in viaggio su un solo scooter.
I grattacieli per ora sono pochi, Hanoi non si è omologata a Pechino o Kuala Lumpur. è rimasta un' impronta dell'architettura coloniale francese: un mélange di stili che rievoca Boulevard Haussmann e l'Art Deco; c'è la chiesa Saint Joseph copiata su Notre Dame, il teatro dell'opera identico al Palais Garnier parigino; nei vicoli si alternano patio, terrazze e ringhiere in ferro battuto che ricordano un po' Casablanca e un po' New Orleans; case centenarie ex borghesi aggrovigliate in un vivace disordine di colori pastello rosa, celeste, giallo; seducenti facciate di stucco logorate dal clima subtropicale e da decenni di decadenza. La speculazione non ha ancora violato l'antico centro storico dove i vicoli rispettano le loro specializzazioni e portano i nomi dei mestieri - i fabbri, gli speziali, i sarti, i rosticcieri - e sulle bancarelle si alternano trippa di maiale, lampade di ottone, lanterne e aquiloni, gioielli, poi a tarda sera tutti i pianterreni si convertono i rimesse per motorini. Non si osa immaginare cosa ne sarà di questa città incantevole quando l'automobile sostituirà il motorino, se gli ingorghi e lo smog la trasformeranno in un'altra Bangkok. è un futuro probabilmente non troppo lontano, perché è quello a cui aspira la sua élite del denaro, la nuova borghesia rampante che può vestire Ferragamo (imminente l' inaugurazione) e fare jogging nel fitness-club dell' hotel Metropole Sofitel, 300 euro per camera.
La presenza del regime è discreta anche nel cuore della capitale: sono rare le statue commemorative e i manifesti di propaganda. Si nota poco l'esercito, nonostante che i suoi 600.000 soldati ne facciano ancora una delle più agguerrite armate del mondo. Nulla fa pensare al «popolo guerriero» che negli ultimi duemila anni di storia ha passato più tempo in armi che in pace è intatta l'aureola di prestigio che circonda Ho Chi Minh, ma a visitare il commovente mausoleo che ospita la sua salma i più numerosi sono i turisti stranieri (a differenza che per Mao su Piazza Tienanmen, dove prevale il pellegrinaggio di cinesi).
I due terzi dei vietnamiti oggi sono nati dopo il 1975, l’anno in cui gli ultimi elicotteri dei marines evacuarono l'ambasciata Usa di Saigon; per loro la «guerra americana», come la chiamano, è preistoria. Dopo un secolo trascorso dai loro bisnonni e nonni e genitori a combattere quasi ininterrottamente - contro i francesi, i giapponesi, gli americani, i cinesi - per la prima volta c' è un'intera generazione che non ha mai vissuto né in guerra né sotto un'occupazione straniera. La stessa classe dirigente, anche se ancora è dominata dagli ex-combattenti, ha deciso che le parole di Ho Chi Minh sulla riconciliazione vanno prese alla lettera.
È una nazione che sorride sincera agli americani, ai francesi e ai cinesi, ai colonizzatori e nemici di una volta: turisti e businessmen sono accolti a braccia aperte, senza antipatie o recriminazioni. La luna di miele con gli Stati Uniti è quella che riserva le maggiori sorprese. A giugno il governo di Hanoi ha invitato il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, per firmare un patto di «cooperazione militare» fra i due Paesi.
F. Rampini – la Repubblica – 1 settembre 2006


       
Truc Bach, Bambù Bianco, si chiama il più affollato e allegro degli undici laghetti della capitale. Circondato di ristoranti, è frequentato sia dai turisti che dalle famiglie di Hanoi. Vengono ad affittare pedalò, a mangiare il gelato, a giocare con gli aquiloni o a bruciare l'incenso nel tempio. Passeggiando lungo la riva ci si imbatte in una strana statua che a prima vista sembra un Cristo in croce. Vuole rappresentare un aviatore che si lancia col paracadute.
È l'omaggio dei vietnamiti al più celebre dei loro prigionieri di guerra. John McCain, oggi 70enne senatore dell'Arizona e forse futuro presidente degli Stati Uniti (è il favorito per la nomination repubblicana del 2008), nell' ottobre 1967 era pilota militare ai comandi di un cacciabombardiere Skyhawk in missione sul cielo di
Hanoi. Centrato da un missile Sam di fabbricazione sovietica, l'aereo precipitò nel lago Bambù Bianco. McCain svenuto per lo choc finì in acqua col paracadute. Poteva annegare se un operaio in pensione, Mai Van On, non si fosse lanciato in suo soccorso. Già allora McCain era una preda eccellente - suo padre era ammiraglio capo di tutta la flotta americana nel Pacifico - e non appena scoperta la sua identità la polizia militare si attribuì il merito del salvataggio-cattura: una piccola bugia nella lunga serie di manipolazioni che tuttora circondano la storia della guerra.
Nel centro della capitale c' è un altro luogo dove la memoria si annebbia. Gli americani lo battezzarono ironicamente "l'Hilton di Hanoi": era il carcere per i prigionieri di guerra, in cui fu rinchiuso per cinque anni lo stesso McCain. La storia ha giocato uno scherzo a quel nomignolo. Il carcere è stato smantellato e in quel luogo ora sorge davvero un hotel di lusso a cinque stelle. Della prigione antica è preservata solo un'ala trasformata in museo. Nelle celle vengono documentati gli abusi inflitti dai francesi ai detenuti politici nordvietnamiti durante la guerra d' Indocina. Una didascalia informa che il Vietnam del Nord invece garantì sempre ai prigionieri americani «un trattamento umano» e generose razioni di riso «superiori alla dieta quotidiana del nostro popolo». La menzogna fece trasalire Pete Peterson, il primo ambasciatore americano nominato da Bill Clinton ad Hanoi nel 1997 quando i due paesi ristabilirono le relazioni diplomatiche. Peterson era stato anche lui un "P.o.W." - prisoner of war - e nelle celle dello Hanoi Hilton fu massacrato di botte e affamato con un regime a base di zuppa di erba. Lo stesso McCain, a dispetto della sua aureola di eroe, sotto le torture confessò ai suoi aguzzini molto più di quanto consentito dal codice interno dell'esercito americano. È un dettaglio che i suoi avversari politici negli Stati Uniti si premurarono di rivelare, quando McCain divenne promotore della riconciliazione con il Vietnam attirandosi l' odio dell' ala intransigente del "movimento dei veterani". In un singolare scambio delle parti i vietnamiti che lo torturarono oggi venerano McCain e sperano di vederlo alla Casa Bianca; nel suo paese la destra diffida di lui. Ricostruire la storia non è una priorità di questo paese.
A 70 chilometri a nord di Ho Chi Minh City (Saigon) visito i leggendari tunnel segreti di Cu Chi, un miracolo di ingegnosità dei guerriglieri Vietcong: è una rete lunga 200 chilometri di angusti cunicoli sotterranei, a tratti ramificati perfino su tre piani, con depositi di armi, rifugi antiaerei, dormitori, cucine, invisibili uscite verso il fiume, che per anni sfuggirono alle ricerche del nemico. Si incontrano solo turisti americani, qualche francese e assorte comitive giapponesi. Nessun vietnamita sembra interessato. Quasi tutto straniero anche il pubblico nel "Museo degli orrori di guerra" di Saigon, dove il visitatore occidentale fa un tuffo nella memoria degli anni Sessanta.
      







Ci sono tutte le immagini atroci e famose della guerra che segnò una generazione al suo battesimo politico, lasciò l’impronta sul Sessantotto, ed è rimasta per sempre nell'album della sinistra mondiale. Qui si ha la prova visibile che quella guerra fu documentata solo da una parte: per creare il museo il governo ha saccheggiato gli archivi fotografici di Time-Life, si ritrovano tutti gli scatti più celebri dei fotoreporter occidentali, un'antologia di Premi Pulitzer a testimonianza di uno dei momenti migliori del giornalismo americano («la guerra non l'abbiamo persa sul terreno ma sulle colonne del New York Times», disse il generale William Westmoreland). È una memoria monca e unilaterale; nulla di quel che fecero i soldati nordvietnamiti è visibile. Ci sono le foto di Life sulla strage di My Lai - 500 fra donne e bambini uccisi dai G.I. - manca ogni traccia delle esecuzioni di massa ordinate dal generale Giap durante l'offensiva del Tet nel 1968, per esempio i 3.000 civili vietnamiti sterminati e gettati nelle fosse comuni a Hue. Naturalmente la storia la scrivono i vincitori ma nel caso di Hanoi l’oblio delle pagine più buie nasconde una ferita nazionale. Lo dimostra la mia guida, il trentenne Trong Nguyen, quando mi accompagna nell' itinerario lungo i luoghi della memoria. Con la massima naturalezza, nonostante sia nato dopo la guerra e sia indottrinato a dovere dal patriottismo di regime, essendo saigonese lui parla sempre di «vittoria del Nord», di «ingresso delle truppe del Nord a Saigon». Mai gli viene in mente di usare il termine di «riunificazione» che fu il dogma ai tempi del presidente Ho Chi Minh. Il vecchio Ho morì nel 1969 senza aver visto la fine della guerra. Lo spirito di unità nazionale fu tradito dalla seconda generazione dei dirigenti comunisti di Hanoi, incapaci di superare le rivalità antiche: da oltre mille anni il Vietnam settentrionale è confuciano e influenzato dalla Cina mentre il Sud è più buddista e ha conosciuto una civiltà di derivazione indiana. Sotto i francesi il paese fu diviso in Tonchino, Annam e Cochincina, e la tripartizione non era solo un artificio coloniale. L' armonia tra le diverse componenti non è mai stata facile. Il generale Giap fece assassinare migliaia di alleati nazionalisti non comunisti nelle purghe delle retrovie. Appena conquistata Saigon i Vietcong - cioè i guerriglieri comunisti del Sud - vennero emarginati e i nordisti presero tutto il potere. Quattrocentomila abitanti del Sud bollati come collaborazionisti degli americani finirono nei campi di rieducazione, due milioni deportati nelle campagne, un milione tentarono la fuga all' estero nella disperata odissea dei boat-people. Con amaro umorismo alcuni intellettuali dissidenti hanno accusato Hanoi di essersi pacificata prima con l'America che con i suoi cittadini del Sud. Dopo la fine della guerra Truong Nhu Thang nel suo "Diario di un vietcong" scriveva: «I successori di Ho Chi Minh hanno tradito la riconciliazione. Le vite che molti offrirono in sacrificio per creare una nuova nazione, oggi sono ceneri gettate in un angolo».
F. Rampini la Repubblica 03 settembre 2006



 
SAIGON - All' ingresso c'è il manifesto del film di Francis Ford Coppola con il volto cupo di Marlon Brando. Dentro le ragazze in minigonna ultracorta accolgono i clienti offrendo birra Budweiser. Ti aspetti di vedere da un momento all' altro dei marines in libera uscita, invece entrano businessmen e giovani turisti americani ma il clima è lo stesso.
È la discoteca "Apocalypse Now", uno dei ritrovi notturni più in voga a Saigon. Hamburger e whisky, musica techno e hip hop, giovani vietnamiti vestiti come teenager californiani e perfettamente anglofoni vengono in cerca di coetanei stranieri. Si riconoscono schiere di prostitute in cerca di clienti. Anche se la maggioranza della giovane clientela occidentale o vietnamita non conosce il film che dà il nome al locale, sembrano tornati i tempi della Saigon città-bordello sotto l'occupazione francese o americana.
Un immaginario visitatore "ibernato" nel 1975 - quando l'ultimo elicottero dei marines in fuga evacuò l'ambasciata Usa a Saigon - risvegliandosi oggi nella discoteca "Apocalypse Now" crederebbe che la guerra l'hanno vinta gli americani. Trent' anni dopo la ritirata il modello americano trionfa con armi che si chiamano Coca Cola e Nike, Mtv e Microsoft.
Il ritorno dell'America segna anche la rivincita di Saigon, la città più grande («sette milioni di persone più tre milioni di moto nelle strade» dicono gli abitanti) e di nuovo la più ricca da quando il paese ha sposato l'economia di mercato. Capitale di un meridione un tempo disprezzato dai settentrionali di Hanoi perché corrotto dal lungo dominio occidentale, Saigon ridiventa il centro del potere che conta oggi, quello del denaro. Perfino ai vertici del regime l'ultimo avvicendamento generazionale ha sancito che il baricentro del paese è sceso a Sud.
A giugno l'assemblea nazionale controllata dal partito comunista ha nominato il nuovo presidente e il nuovo premier. La scelta è caduta su Nguyen Minch Triet (63 anni) e Nguyen Tan Dung (56 anni, il più giovane premier del dopoguerra): tutti e due di Saigon. Il Sud ha sempre avuto le condizioni per una superiorità economica.
Il delta del Mekong vicino a Saigon ha più abitanti dell'Olanda e una delle agricolture più fertili del mondo: l'abbondanza di acqua e il clima tropicale consentono ben tre raccolti di riso all' anno, mentre Hanoi ha inverni rigidi e terre meno generose. Il Sud ha strade e porti migliori, eredità dei francesi e degli americani. L' emigrazione interna è stata sempre dal Nord verso il delta del Mekong per ragioni economiche o politiche.
Nel 1954 dopo la débacle di Dien Bien Phu, la ritirata della Francia e la divisione in due del paese, un milione di settentrionali tra cui molti cattolici fuggirono dal Nord comunista rifugiandosi sotto il 17esimo parallelo stabilito come frontiera dagli accordi di Ginevra. Ma un'emigrazione di altra natura avvenne nel 1975 quando Hanoi mandò i quadri comunisti a "normalizzare" Saigon. Il Nord non accettò di riconoscere che il paese aveva attraversato una vera guerra civile, combattuta almeno da una parte degli abitanti del Sud in buona fede e per paura del comunismo. I soldati che erano stati con gli americani furono tutti considerati dei traditori, servi dell'imperialismo straniero. Ancora oggi non esiste un cimitero per onorarne la memoria.
Dopo la riunificazione i meridionali vennero trattati come cittadini di serie B fino all' avvento del doi moi, il nuovo corso che ha aperto al capitalismo. La rivincita del Sud trapela dalle parole: salvo che nei documenti ufficiali, è caduto in disuso il nome di Ho Chi Minh City con cui il regime aveva ribattezzato la capitale meridionale. Tutti la chiamano di nuovo Saigon e la città ha ritrovato quell'aria indaffarata e cinica, cosmopolita e materialista che aveva quando ci abitavano 17.000 tra diplomatici e militari americani, e i corrispondenti di guerra di tutto il mondo affollavano gli hotel Caravelle, Majestic, Continental e Rex. Rivive Cholon, la Chinatown descritta dalla scrittrice francese Marguerite Duras nel romanzo autobiografico "L' amante".
Dopo essere stata impoverita dall' esodo dei boat-people negli anni Settanta (le minoranze etniche perseguitate furono tra le prime a tentare la fuga) con l'abbondanza si è ripopolata di ricchi mercanti cinesi ed è tornata il centro di un' attività frenetica. La rivincita di Saigon non è stata priva di incidenti. Il primo decennio di doi moi, dal 1986 in poi, aveva acceso l'euforia delle multinazionali americane, dalla General Motors alla Coca Cola tutte accorrevano con progetti d' investimento grandiosi. Si era creata una bolla speculativa, le case per stranieri erano diventate carissime, Saigon era balzata nella classifica delle metropoli più care in Estremo Oriente. Poi di colpo venne giù tutto.
Nel 1997 esplose la «crisi asiatica». La svalutazione del baht, la moneta thailandese, provocò il panico e una reazione a catena. La speculazione dopo avere puntato sui dragoni del sud-est asiatico, ne scoprì di colpo la fragilità: alti debiti pubblici, Borse valori sopravvalutate e poco trasparenti. Con il fuggi fuggi dei capitali esteri crollarono come birilli tutte le monete della zona.
Solo la Cina - allora meno aperta di oggi, dotata di una moneta non convertibile, e con una taglia superiore agli altri - rimase immune dal contagio.
Il Vietnam pur essendo a metà del guado fra comunismo e mercato venne prostrato dalla crisi asiatica. L' ardore delle multinazionali occidentali si spense, gli investimenti si fermarono. Oggi la crisi asiatica è un ricordo lontano e a Saigon si torna a respirare un'atmosfera eccitata. Nel 2005 il Vietnam è stato inondato dagli investimenti stranieri: 5,4 miliardi di dollari, un volume di capitali di poco inferiore a quelli affluiti in India che pure ha una popolazione 12 volte più grande.
Non sono solo gli occidentali ad avere scoperto il Vietnam come nuova frontiera della globalizzazione. Anche le grandi imprese cinesi del tessile - abbigliamento e del calzaturiero delocalizzano qui. La Cina, di fronte alle tensioni protezionistiche con l'Europa e l'America, impara a diversificare il rischio. Produrre con l'etichetta "made in Vietnam" consente di aggirare dazi e barriere, oltre a profittare di costi ancora più bassi di quelli cinesi: il salario minimo in Vietnam è 65 dollari al mese. Il boom che rilancia Saigon città-dai-facili-costumi calpesta i sogni di chi aveva creduto di costruire un paese diverso.
Tra coloro che non si lasciano travolgere dalla nuova febbre dell'oro c' è lo scrittore Pham Thi Hoai. Nel suo romanzo "Il messaggero di cristallo" ha scritto le parole più amare sul Vietnam di oggi: «Due grandi guerre sono passate e le medaglie ormai brillano solo nelle cerimonie. Le gesta del passato sono riposte nelle librerie. Subentrano il dubbio e la noia. Il desiderio di eroismo è diminuito e il vuoto è riempito dall' entertainment. Il denaro ora è la chiave del successo e attorno a me tutti ballano la sua musica».
F. Rampini 04 settembre 2006


              
SAIGON - Il mio accompagnatore Ha Xuan Loi ha trent'anni, parla quattro lingue, ha un'intelligenza vivace e ironica, oltre a una memoria che gli consente di recitare d'un fiato le formazioni complete e i marcatori della nazionale italiana di calcio negli ultimi quattro mondiali. Con i suoi 100 dollari al mese di stipendio da impiegato, confessa, ha potuto permettersi di affittare solo «un loculo da 13 metri quadrati, a venti chilometri dal centro di Hanoi». Sposarsi non gli sarà facile. Lamenta il fatto che «gli ospedali e le scuole non sono più gratis da un pezzo, e ogni anno che passa diventano più cari».
Come in Cina anche in Vietnam l'abbandono del socialismo egualitario ha sprigionato energie eccezionali, ha consentito lo sviluppo economico e la diffusione del benessere, ma al prezzo di acute diseguaglianze sociali. Gli estremi della ricchezza e della povertà convivono alla periferia di Saigon. Da una parte sorgono ville nuove fiammanti da un milione di dollari. Lì vicino un esercito di vecchiette lavano nel fiume i sacchetti di cellophane raccolti nell' immondizia, per riutilizzarli: per loro anche quelle plastiche sono un bene prezioso, non si butta via. Con la nuova ricchezza è esplosa la corruzione, diffusa a tali livelli da esasperare perfino un popolo abituato ai soprusi della nomenklatura comunista. Il governo lo ammette, ad ogni assemblea del partito si levano alte grida contro le ruberie dei funzionari pubblici. Lo scandalo più recente ha avuto per protagonista un intero ministero, quello che gestisce gli aiuti internazionali e gran parte dei lavori pubblici. I fondi stranieri venivano smistati nelle tasche di vari ministri, fra cui quello dei Trasporti, i quali li usavano per piazzare scommesse sui campionati di calcio stranieri. Sette milioni di dollari sono spariti dalle casse dello Stato in questo modo. In una sola scommessa su una partita tra Manchester United e Arsenal in Inghilterra, un ministro vietnamita ha puntato e perso 320.000 dollari.
Per tentare di scuotere una classe dirigente abituata all' impunità è sceso in campo l'ultimo eroe nazionale ancora in vita, il leggendario generale Vo Nguyen Giap che sconfisse i francesi a Dien Bien Phu e guidò l'offensiva del Tet (1968) contro gli americani. Il 95enne Giap quest'anno ha dichiarato che «il partito è diventato uno scudo dietro cui si proteggono dirigenti corrotti». Gli ha fatto eco al congresso comunista il segretario del partito Nong Duc Manh: «Tra i quadri e i funzionari pubblici c'è un grave degrado di ideologia politica, di qualità morale, di stile di vita, dilagano l'opportunismo, l'individualismo, la corruzione e lo spreco».
Prima che al Politburo risuonassero parole così esplicite, l'allarme era venuto dal basso. Già alla fine degli anni Novanta delle rivolte contadine violente hanno scosso Thai Binh, antica roccaforte comunista che aveva fornito mezzo milione di reclute all' esercito rivoluzionario di Ho Chi Minh. Oggi il malcontento sociale si agita nel cuore del nuovo miracolo industriale, sfocia nei primi scioperi operai importanti dal dopoguerra.
Il conflitto maggiore è avvenuto quest'anno, ha avuto come epicentro un simbolo dell'economia globale in cui il Vietnam si sta integrando: la Nike. La fabbrica di Pou Chen a 50 chilometri da Saigon, posseduta e diretta da capitalisti di Taiwan, è il principale produttore di scarpe «made in Vietnam» per conto della Nike. A metà marzo gli operai di Pou Chen hanno abbandonato la fabbrica per uno sciopero selvaggio, sono spariti per tre giorni. Solo dopo avere ottenuto un aumento dei salari sono tornati al lavoro.
Attraverso le fabbriche di terzisti che lavorano per lei, Nike è il più grosso datore di lavoro straniero in Vietnam e da qui esporta 800 milioni di dollari di prodotti verso i mercati occidentali. La multinazionale dell'abbigliamento sportivo su pressione delle associazioni dei consumatori americani applica da qualche anno una politica di «trasparenza sociale», pubblica rapporti sulle condizioni di lavoro dei suoi fornitori nei paesi emergenti. Lo sciopero a Pou Chen ha messo in imbarazzo i dirigenti americani. Hanno reagito dichiarando che la protesta degli operai vietnamiti «è una lezione per tutti gli investitori stranieri, dimostra che tra i lavoratori sta crescendo la coscienza dei loro diritti via via che il mercato del lavoro diventa più competitivo».
Il conflitto alla Nike è la punta di un iceberg. Dall' inizio di quest'anno nel Vietnam meridionale imperversa un'ondata di proteste senza precedenti, il più serio movimento di rivendicazione da quando il paese si è aperto agli investimenti stranieri nel 1986.
Scioperare è tuttora illegale, l'unico sindacato autorizzato è sotto la cappa del partito comunista ed è uno strumento di controllo degli operai più che di difesa dei loro interessi. Le proteste spontanee rivelano delle crepe nel consenso verso il sistema politico. Il regime ha concesso però delle liberalizzazioni, e non solo sul terreno economico.
La religione torna a essere praticata senza ostacoli, alcuni templi buddisti si riempiono ogni pomeriggio di processioni di donne tutte vestite con la stessa sobria tunica grigio/marrone, sembrano suore ma sono nonne e madri di famiglia che obbediscono a un'antica tradizione. Il revival della minoranza cristiana ha dato luogo a una manifestazione spettacolare nel novembre 2005, quando migliaia di fedeli cattolici sono sfilati in processione per le vie di Hanoi per recarsi alla cerimonia di ordinazione di 57 nuovi sacerdoti.
Per le strade di Hanoi e Saigon sono in vendita quotidiani americani e inglesi (cosa impensabile a Pechino), le librerie offrono un'ampia scelta di testi stranieri e le giovani generazioni poliglotte sono esposte alla circolazione di idee e di informazioni. Il controllo della censura su Internet è meno stringente che in Cina. Pesa il fatto che il Vietnam è un paese assai più piccolo del suo potente vicino settentrionale, quindi più sensibile alla pressione internazionale. Lo si è visto in questi giorni nel caso del più celebre dissidente vietnamita, Pham Hong Son. Quattro anni fa l'attivista democratico era stato condannato a 13 anni di carcere con l'accusa di spionaggio. In realtà il suo unico «reato» consisteva nell' avere copiato da Internet, tradotto e diffuso un articolo americano dal titolo «Che cos'è la democrazia?». A fine agosto Son è stato rilasciato insieme ad altri 5.300 prigionieri, beneficiati da un'amnistia.
È probabile che il governo abbia ceduto alle pressioni degli Stati Uniti. Entro la fine dell'anno con l'appoggio americano il Vietnam prevede di ottenere l'ammissione all' Organizzazione del commercio mondiale (Wto). I dirigenti comunisti sperano che l'ingresso nel Wto possa essere annunciato in occasione del prossimo vertice Apec che si terrà proprio ad Hanoi. Per l'occasione la capitale vietnamita ospiterà tutti i leader dell'area Asia Pacifico, compresi il presidente americano George Bush e quello cinese Hu Jintao: i capi delle due superpotenze che i vietnamiti hanno combattuto nelle due ultime guerre, costringendo alla ritirata sia l'una che l'altra.
F. Rampini 07 settembre 2006