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1979 - L'Italia manda le sue navi militari a soccorrere i "boat people" vietnamiti.

1 - Quando la Marina faceva il taxi del mare  -  "il venerdì" di Repubblica   5 luglio 2019
2 - Così 40 anni fa salvammo i boat people  - "OGGI"   12 settembre 2019
3 - Eravamo noi quegli eroi  -  "il venerdì" di Repubblica  5 giugno 2015

1 - QUANDO LA MARINA FACEVA IL TAXI DEL MARE

LUGLIO 1979, MIGLIAIA FUGGONO DAL VIETNAM. L’ITALIA MANDA TRE NAVI MILITARI NEL MAR CINESE MERIDIONALE PER SALVARE I BOAT PEOPLE. CHE VIVONO ANCORA QUI. E NON DIMENTICANO.

ERAVAMO in diverse centinaia ammassati su una barca di venti metri. Ricordo ogni dettaglio, è impossibile dimenticarsene. Thi Thanh Uyen Nguyen, 46 anni e una leggera cadenza veneta, non riesce a trattenere le lacrime quando torna indietro nel tempo, estate 1979. L'imbarcazione su cui si trovava era alla deriva nel Mar Cinese Meridionale. I viveri erano finiti e tra i suoi compagni di navigazione iniziavano a circolare pensieri assurdi.
«La disperazione era tale che qualcuno parlava di nutrirsi di carne umana, quella dei migranti che non ce l'avevano fatta» ricorda. Uyen, che aveva sei anni, e altri come lei fuggivano dal caos del Vietnam. Era un periodo molto duro per il paese, che veniva da oltre venti anni di guerra tra le forze comuniste del Nord e quelle del Sud, appoggiate dagli Stati Uniti.
Nel 1975 il Sud venne conquistato dai vietcong e per molti abitanti, accusati di essere collaborazionisti degli americani, le cose si misero male. L'unica soluzione era la fuga: nacquero così i boat people, una diaspora marittima che coinvolse oltre ottocentomila vietnamiti tra il 1975 e il 1995.
La famiglia di Uyen pagò gli scafisti che gestivano i traffici costieri e si mise in mare. Puntava alla Malesia, ma dopo poche ore di viaggio la barca venne assalita dai pirati. La stessa sorte toccò ad altre imbarcazioni piene di rifugiati. «Quando tutto sembrava perduto, un aereo militare volò sulle nostre teste e venimmo raggiunti da un gommone», racconta Uyen. «Le persone a bordo parlavano italiano».
Nell'estate del 1979 il premier GiuIio Andreotti diede incarico a Giuseppe Zamberletti di organizzare un’operazione di soccorso. Obiettivo, salvare quei disperati in mezzo al mare.
Zamberletti mobilitò tre navi della Marina: gli incrociatori Andrea Doria e Vittorio Veneto e la nave Stromboli. A inizio luglio partirono. Dopo un viaggio di due settimane iniziò il pattugliamento del Mar Cinese Meridionale. «Era una giornata di mare molto mosso quando individuammo un’imbarcazione in balìa delle onde», ricorda Giuseppe Imperatore, macchinista sulla Andrea Doria.
«Le persone a bordo erano in condizioni disumane». A loro, dalla nave, venne lancialo un messaggio: «Le navi vicine a voi sono della Marina Militare dell'Italia e sono venule per aiutarvi. Se volete, potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasporti in Italia». Lo stesso venne fatto nei giorni successivi con altre zattere, compresa quella di Uyen. In tre settimane vennero salvale oltre 800 persone.
«A bordo delle navi, c'era affetto e amicizia tra noi militari e i profughi», racconta lmperatore. «A ognuno di noi venne affidata la cura di un bambino. Nel mio caso si trattava di due gemellini». Uyen si trovava su un'altra barca, la Vittorio Veneto. Fu il pilota dell'aereo che aveva avvistato la sua zattera a farle da tutore.
Il 20 agosto i mezzi della Marina arrivarono a Venezia. i profughi vennero affidati a diverse parrocchie in giro per l'ltalia, un ruolo di primo piano nella loro accoglienza lo ebbero la Caritas e la Croce Rossa.
Uyen andò prima ad Asolo, poi a Frosinone. «Passammo un periodo in una piccola parrocchia frequentata da gente molto gentile. La popolazione locale era povera, non c'era lavoro, eppure spesso lasciavano del cibo davanti alla nostra porta, volevano aiutarci». Successivamente i suoi genitori hanno trovato lavoro come operai a Montebelluna, in Veneto. È lì che Uyen vive ancora oggi, dove lavora in una società di riscossione tributi.
Centinaia di altre persone soccorse dalla Marina Militare nel 1979 si sono ricostruite una vita in Italia. Come Hong, 58 anni, che venne salvata dalla nave Vittorio Veneto e ha vissuto prima a Brescia, poi a Faenza. Oggi risiede a Bologna, dove lavora in uno studio dentistico. Sulla stessa nave c’era anche Hong Cuc. Aveva 15 anni e non voleva lasciare il Vietnam, ma il fatto di avere due sorelle che lavoravano per l’Ambasciate americana di Saigon non lasciava scelta. Cuc ha vissuto ad Asolo in questi 40 anni, lavorando come operaia metalmeccanica. In Vietnam non ci è più tornata.
Quasi tutte queste persone sono rimaste in contatto tra loro. Qualche tempo fa a Jesolo 500 vietnamiti e cento militari hanno organizzato una commemorazione della missione, ritrovandosi tutti insieme dopo molto tempo. Alcuni boat people di allora, però, hanno preferito non partecipare. Perché molti di coloro che lasciarono il Vietnam, mantenendo legami sociali o economici con il Paese originario, hanno perso la cittadinanza e oggi vorrebbero riottenerla. E mettere in piazza oggi la propria storia migratoria potrebbe complicare il già lungo percorso burocratico.
Sono passati quarant'anni dalla missione italiana in Vietnam ed è abbastanza evidente come quella storia dimenticata diventi oggi più che mai di attualità. Ai tempi si andavano a salvare disperati dall'altra parte del mondo, oggi si chiudono i porti. Ma anche allora non era tutto rose e fiori.
Nel 1979 Imperatore si trovava in treno assieme a un collega. Un passeggero, viste le divise, gli chiese se fossero i militari di ritorno dal Vietnam. «Quando dicemmo di sì, iniziò a prenderci a male parole. Ci diceva che l'Italia non voleva i profughi, che nessuno cl aveva chiesto di andarli a salvare. Rimasi sconvolto».
L'ex macchinista dell'Andrea Doria oggi pensa che quella missione appartenga solo apparentemente al passato e che porti invece a riflettere sul presente. «Stiamo vivendo dinamiche molto simili, non più dall'altra parte del mondo ma nel nostro cortile di casa. Per chi salva queste persone leggo spesso gli stessi commenti maligni che quarant'anni fa mi fece quell'uomo su quel treno. Che rabbia».
Luigi Mastrodonato - il venerdì di Repubblica – 05 luglio 2019

2 - NEL 1979 LE FOTO DEI PROFUGHI VIETNAMITI CHE MORIVANO IN MARE, TENTANDO DI SFUGGIRE AL REGIME, SPINSERO IL PRESIDENTE SANDRO PERTINI A MANDARE TRE NAVI A SALVARLI. PAOLO RUFFINI VI PARTECIPO COME MARINAIO DI LEVA. NON HA MAI DIMENTICATO. E ORA CE LO RACCONTA

ORGOGLIO D'ITALIA IL RICORDO DI UN (EX) GIOVANISSIMO MARINAIO
                                                                                                                                                      Forte dei Marmi (Lucca), settembre 2019

Paolo Ruffini, anni 65, tecnico installatore di cancelli e antifurti dell'eroe ha poco. Ai posto del cavallo gira in furgone e all'armatura preferisce i bermuda. Anzi, se qualcuno gli dicesse che è un eroe gli riderebbe in faccia. Però, 40 anni fa, nell'estate del 1979, lui e gli altri marinai imbarcati sugli incrociatori della Marina Militare italiana Andrea Doria e Vittorio Veneto, e sulla nave da rifornimento Stromboli, navigarono fino al golfo del Siam, di fronte alla Malesia, per raccogliere quasi mille profughi che scappavano dal durissimo regime che aveva trasformato il Vietnam in un immenso gulag. Una missione gloriosa che in tempi di porti chiusi il nostro Paese ha dimenticato, ma che all'epoca riempì le pagine dei giornali.

Il dramma dei boatpeople era cominciato da tempo, ma furono le immagini pubblicate da Tiziano Terzani il 15 giugno 1979, a farcelo conoscere e a suscitare l'immediata reazione del presidente Sandro Pertini, che chiese di mandare tre navi per salvarne il più possibile.
Ruffini, in realtà, racconta che a solcare le onde dei mari dell'Estremo Oriente ci finì per caso: Avevo accettato I‘imbarco sull’Andrea Doria proprio perché era stata ferma due anni per lavori di manutenzione e pensavo si sarebbe mossa poco. E invece, mentre eravamo a Barcellona per la crociera estiva e già pensavamo ai giorni di licenza arrivò l’ordine di rientrare immediatamente a La Spezia per prepararci a una missione. Altro non ci dissero. Una volta in Italia gli addetti alle armi vennero sbarcati, l'hangar di poppa, dove venivano ricoverati gli elicotteri, sgomberati e in quello spazio allestimmo infermerie, mensa e dormitori. Poi si salpò: solo allora ci venne detto con chiarezza che andavamo a salvare i boatpeople.

 LA LUNGA TRAVERSATA
Tre settimane di navigazione prima di fare scalo a Singapore, per quella che è rimasta la più lunga missione senza scalo della Marina del nostro Paese. Durante la sosta di Singapore ne approfittammo per fare rifornimento e la ciurma si riposò un pochino. Mi ricordo che eravamo impazziti per computer e stereo che in Italia dovevano ancora arrivare. Io spesi la mia diaria per comprare un'autoradio. Ma non era l'autoradio cara, anzi. È che per la missione prendemmo due lire. La navigazione fino a quel punto era stata dura. Ero in sala macchine e si lavorava con una temperatura di 55 gradi in media, ma eravamo giovani e queste cose si sopportavano. Il morale era alto.
Quel viaggio cementava le amicizie, e io vorrei incontrare di nuovo qualcuno dell'equipaggio. Mi ricordo di un tale, Massimo Marsili, fece bellissime foto ai profughi, mi piacerebbe ritrovarlo.
Non sapevamo molto di quelle persone per cui stavamo andando dall'altra parte del mondo. Però fin dal primo giorno in Marina ci avevano detto una cosa: se qualcuno rischia di affogare, si deve andare a soccorrerlo.
Quella missione dava un senso alla nostra naia. Non era un'esercitazione, si aiutava qualcuno.

NON FU FACILE TROVARLI
Senza l’aiuto di ricognitori, senza la possibilità di avvicinarsi troppo alle coste del Vietnam, per evitare che il gesto fosse interpretato come ostile, trovare le carrette dei profughi non fu semplice. Il primo avvistamento, racconta Paolo Ruffini, avvenne all’imbrunire e l'Andrea Doria affiancò la barca che aveva individuato che ormai era notte. Ero corso sul ponte, insieme all'equipaggio. Fu dato l’ordine di accendere i proiettori che illuminarono a giorno quel guscio di noce su cui non si muoveva nulla: avevamo il fiato sospeso. Poi si aprì un boccaporto e uscì un pescatore con le mani sulla testa, terrorizzato: non riusciva a capire che cosa volesse da lui quella enorme nave da guerra. Ogni volta che ci ripenso mi scappa una risata.
Poi però, dopo quel primo buco nell'acqua, è il caso di dirlo, furono tratti in salvo 907 profughi. "Ci avvicinavamo alle loro barche, sulle quali erano ammassati, sfiniti. Un interprete diceva, più o meno: “Queste sono navi della Marina Militare italiana. Siamo venuti a salvarvi. Se volete vi diamo acqua e rifornimenti, oppure potete salire a bordo dove sarete soccorsi, ma potrete scendere solo in ltalia".
Uno dei problemi era che Ia maggior parte dei vietnamiti non avevano idea di dove fosse l'Italia. Alla fine salirono tutti, non ne potevano più. Erano denutriti, assetati, sfiniti. E all'inizio anche diffidenti.
Avevano storie drammatiche: erano stati picchiati, derubati dai pirati thailandesi, le donne spesso erano state violentate. Poi hanno iniziato ad aprirsi, grazie anche ai bambini, che scorrazzavano per la nave e venivano coccolati dall'equipaggio.
Durante il viaggio di ritorno i profughi si rimisero in forze e cominciarono a fare amicizia. A bordo vennero organizzati corsi di italiano e tornei di calcio sul ponte, con la palla assicurata da una sagola, per evitare che finisse in mare.
Ci fu solo un momento di tensione. Gli ufficiali una sera, per far divertire profughi e equipaggio, organizzarono uno spettacolo pirotecnico sparando proiettili luminosi. Dopo i primi colpi ci guardammo intorno e non c'era più nemmeno un vietnamita. Avevano pensato che fossero tornati in guerra e si erano andati a nascondere sottocoperta.
Le navi arrivarono in Italia il 20 agosto. Come disse all’epoca l’onorevole Giuseppe Zamberletti, che era stato uno dei promotori della missione: Fu deciso di farli sbarcare a Venezia, perché niente è così suggestivo come arrivare a Venezia dal mare.

LI ATTENDEVA UNA FOLLA
Ad attenderli c'era una folla di migliaia di persone e centinaia di piccole imbarcazioni. Gli italiani avevano seguito con passione la missione dai quotidiani. I profughi furono subito presi in carico dalla Caritas e dalla Croce Rossa.
All'arrivo ci emozionammo, anche se volevamo fare i duri. C'era la folla che ci festeggiava, piazza San Marco sullo sfondo, le bandiere italiane. Eravamo orgogliosi di aver portato a termine quella missione. Per noi dell’Andrea Doria però la missione non era finita, dovevamo tornare a La Spezia. Ci fecero pure fare tappa a Cagliari per raccogliere turisti bloccati da giorni nel porto per uno sciopero dei traghetti. Noi della ciurma li chiamavamo per ridere "i profughi bianchi".
Quando chiedo a questo eroe per caso, col furgone al posto del cavallo, se ripensa a quella missione la risposta è semplice: Mai, ma so benissimo che quello che ho visto in quei giorni ha contribuito a fare di me quello che sono, a farmi capire che cosa sia il dolore. Per questo resto senza parole quando sui social vedo madri di famiglia che gioiscono se un gommone carico di disgraziati affonda di fronte alla Libia. Non penso che si possa essere così cattivi. Forse non si rendono conto di quello che scrivono. Quando salvi un bambino capisci che potrebbe essere tuo figlio: sono uguali. Forse chi scrive certe cose è solo ignorante: non sa che la solidarietà tra chi naviga è nata quando l'uomo è salito sulla prima piroga.
Sa, ero ancora a bordo dell’Andrea Doria quando fummo mandati a recuperare i corpi del DC9 abbattuto nei cieli di Ustica. Ricordo l’orrore di raccattare resti umani e che a fare quel lavoro terribile v